Fusion della Carmen di Martone, Moscato e Tronco

Carmen di Enzo Moscato con la regia di Mario Martone e le musiche dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Recensione

 

Foto Mario Testa
Foto Mario Spada

Mérimée e Bizet. Flamenco e Sceneggiata. Camorra e presepe. Diversi sono i connubi (usuali o meno) che appartengono a questa Carmen. Già solo le firme che porta con sé l’operazione ne danno il respiro: quello del gusto dell’esotismo francese dell’opera di Bizet, che poco aveva a che fare con la Spagna e molto più con i cabaret parigini di metà Ottocento; il testo di Enzo Moscato, che partendo dal libretto originale senza dimenticare la prima fonte di Mérimée impasta lingua e vicende intrise di napoletanità da cima a fondo; la regia di Mario Martone, napoletana anch’essa, con scene imponenti e attori (Iaia Forte e Roberto De Francesco su tutti) guidati sul palco dall’esperienza di una vita; la reinterpretazione multietnica operata con l’Orchestra di Piazza Vittorio da Mario Tronco e Leandro Piccioni. Piuttosto cospicuo il nostro piatto, in grado di attirare alla prima romana del Teatro Argentina personalità dello spettacolo e non solo, e che avrà lasciato in molti di noi, tornando dal teatro, soddisfazione e alcune domande.
Soddisfazione nel trovare ancora una volta (e non diremmo l’ennesima perchè ci parrebbe di marcare il fatto negativamente) quanto la storia tra la gitana e il semplice soldato abbracci sentimenti contrastanti tra la libertà dell’oiseau rebelle e il possesso, la gelosia, stimolando gli artisti a confrontarsi col proprio presente e non solo con la tematica dell’amore. Allora Siviglia può diventare Napoli, i malguardati anziché zingari possono essere semplicemente malavitosi, l’atmosfera spagnoleggiante da nacchere e  rosa all’orecchio (che pur c’è) viene abbandonata in favore del sound di Pasqualino ‘O Marajà, di Carmé e del neomelodico, del cimbalom, dei bonghi del violoncello e del synth, di vestaglie coi bordi impellicciati o di giubbotti di pelle. I nomi dalla provenienza iberica si sporcano dei suoni partenopei Carmen è Carmèn, Jose è Cosé, e ancora lo sciupafemmine ‘O torero e il barista Lilà Bastià. Nella scena, come di consueto affidata a Sergio Tramonti, alla fabbrica di tabacco si accostano gli spaccati da Quartieri Spagnoli che tanto ricordano le casupole del presepe: Napoli riecheggia ovunque, a volte forse anche troppo, come se il disco incantato non volesse mai farci dimenticare che siamo proprio qui, non altrove. Ma forse, da non napoletani, capiamo meno quanto per gli altri invece è una forte dichiarazione identitaria che guarda anche oltre il fatto estetico e si attacca prima di tutto al core. Come se fossero necessarie le parole di Cosè che ingenuamente giustificano (ma non ce n’è bisogno) la presenza dell’orchestra variegata: «Era napoletano, si, ma a me m’appariva del tutto un’altra lingua: francese.. spagnolo, arabo, – che so? latino, portoghese, persino somigliante all’africano».

Foto Mario Spada
Foto Mario Spada

Ecco una prima riflessione, che se ne porta dietro un’altra, allargando la questione non solo al lavoro (indubbiamente di valore, giusto ripeterlo) ma a come concepire oggi l’opera. Nonostante ci saranno sempre coloro i quali penseranno alla lirica come a quell’istituzione intoccabile (certo non lo dimostrano i recenti tagli, ma questo è un altro discorso) è dalla fine dell’Ottocento che si prova a scardinare questo genere, cambiando gli strumenti, diminuendo il corpus dei cantanti, cercando di “dis-imbalsamarli” e di conferire all’opera un impianto ammodernato, figlio del tempo presente e non solo dei fasti passati, rendere l’opera totale tradendo proprio quel padre che l’aveva così battezzata. Dalle sperimentazioni elettroniche a quelle in campo scenico e canoro gli studiosi hanno attestato un fenomeno di abbassamento degli standard qualitativi che ha abbracciato non soltanto questo campo ma ha riguardato tutte le arti. Torniamo però al nostro caso, situato tra teatro musicale e zarzuela, tra opera colta e spettacolo popolare. Parole corse più volte alla mente sono state connotate da certi suffissi diminuitivi come “canticchiato”, “ballicchiato”, come se per non fare più alla vecchia maniera, il parlare all’oggi debba prevedere un passaggio in sordina. Questo dispiace se, soprattutto, si ha a che fare con attori del calibro di Iaia Forte che convince nella sua femminilità esuberante, sensuale sul proprio modello anziché sui canoni precostituiti. Non a caso convince il recitativo iniziale nel quale la nostra eroina, non morta, ma viva e – beffa del destino – accecata da quell’amore che l’aveva fatta brillare, introduce la storia su un tappeto sintetico di suoni, gravi, continui, incantatori; sentiamo che entrambi gli elementi si muovono in una stessa direzione. Convince la passione di tutti gli interpreti – attori e musicisti – che vibra nella coralità e di cui ricordiamo bene la scena sulla torre, festa di piazza e preludio alla sciagura. Quello che ci si augura, da un tale entusiasmo, è che si abbattano le frontiere del genere senza abbandonare nemmeno un secondo la tradizione dell’impegno.

Viviana Raciti

Twitter @Viviana_Raciti

CARMEN
di Enzo Moscato
adattamento e regia Mario Martone
direzione musicale Mario Tronco
con Iaia Forte, Roberto De Francesco
Ernesto Mahieux, Giovanni Ludeno, Anna Redi, Francesco Di Leva, Houcine Ataa, Raul Scebba, Viviana Cangiano, Kyung Mi Lee.
arrangiamento musicale Mario Tronco e Leandro Piccioni
musiche ispirate alla Carmen
di Georges Bizet
esecuzione dal vivo ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO
(in ordine alfabetico) Emanuele Bultrini, Peppe D’Argenzio, Duilio Galioto, Kyung Mi Lee, Ernesto Lopez, Omar Lopez, Pino Pecorelli, Pap Yeri Samb, Raul Scebba, Marian Serban, Ion Stanescu
scene Sergio Tramonti
costumi Ursula Patzak
luci Pasquale Mari
suono Hubert Westkemper
coreografie Anna Redi
aiuto regia Raffaele Di Florio
assistente scenografa Sandra Müller
foto Mario Spada

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