La vita che ti diedi. In prestito però

La vita che ti diedi. Regia di Marco Barnardi. Recensione

 

foto ufficio stampa
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Teatro Quirino. Un giorno come tanti. Una prima di tante prime di tanti spettacoli portati nella sala dedicata a Vittorio Gassman. Nome altisonante, in effetti. Così accade: calchi le scene per decine e decine di anni, la senilità imbianca una barba da filosofo, la contemporaneità riconosce la tua grandezza e un teatro, in fondo a tutto, prende il tuo nome. Ma qui occorre andare ancora più indietro, precisamente al 1923, anno in cui il non ancora Premio Nobel Luigi Pirandello scrisse un testo per quella che già era attrice simbolo, star riconosciuta del teatro nazionale: Eleonora Duse. Il testo si chiamava La vita che ti diedi, titolo da brividi a sapere, poi, che l’attrice non fece in tempo a interpretarlo, morta appena nell’aprile del 1924. Ora, chissà quanti Teatro Pirandello ci sono in giro, di certo di Teatro Duse ne ricordo almeno tre: a Roma, Genova, Bologna. Chissà, ci si chiede sedendosi in platea, a chi delle odierne star dedicheranno teatri un giorno, o almeno di chi faremo menzione per dire del teatro di oggi, chi avrà la statura per varcare le soglie del tempo e imprimersi tra il mito e la presenza. Di certo non lo dedicheranno a Marco Bernardi, regista di questa attuale versione e – per appena 35 anni fino a questa ultima stagione – direttore del Teatro Stabile di Bolzano da cui è prodotta, ma con ogni probabilità neanche a ciascuno degli attori capitati in questa debole messa in scena, con più o meno responsabilità.

foto ufficio stampa
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Una scenografia imponente (di Gisbert Jaekel) descrive un interno signorile, apparentemente una villa fuori città; si avverte da un finestrone laterale l’entrata di un sole pieno, senza impedimenti per la potenza irradiante, che sul lato opposto fa da contraltare alla stanza appena dischiusa, dove è appena morto qualcuno. La prospettiva che dalla sala stringe fino ai corridoi d’entrata si carica di un elemento ulteriore: l’intero spazio scenico calcato dai protagonisti è in pendenza, come a cadere ripido verso la platea. Bianco, tutto attorno. Le pareti, il soffitto, i pavimenti. E due punti di nero, eretti come sagome: la madre del defunto e il prete giunto a confortare. Ma di nessun conforto necessita questa madre, non ha intenzione di ammettere la morte come trapasso cristiano “a miglior vita” ma si spinge a considerarla nella continuità, tutto sommato razionale, di una diversa vita insieme, in virtù della propria maternità. È per questo che convertirà i fiori per il morto in addobbi per la casa e smetterà il lutto, portato invece ancora dalla timorata sorella, è per questo che all’arrivo della fidanzata del figlio, di lui incinta, negherà la morte e lo dirà partito per altrove. Ma sarà proprio quest’ultimo accadimento a tristemente “risvegliarla” e acutizzare così un dolore che cercava di mitigare: la nuova vita, suo figlio ancora presente ma in un corpo straniero, che non le appartiene.

foto ufficio stampa
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La versione di Bernardi nasce da uno studio sul testo ben poco illuminante, demandato alla vicenda e al carattere dei personaggi che tuttavia gli attori non sono in grado di sostenere. La recitazione, impostata su canoni fermi agli anni della stesura, non riesce ad affondare la superficie dei dialoghi, corredandola di gesti poco utili, che a quelle parole non servono. È davvero poca l’intensità che dà corpo al testo, veicolo invece di concetti alti, di pura vita. La sensazione è che facciano finta e che a loro basti, come se a ogni inizio di frase si palesasse il sospiro di un potenziale infarto, in perfetto paradossale contrasto proprio con l’immobilità del cuore di chi assiste. C’è tuttavia un’eccezione, e occorre darne conto: Patrizia Milani, attrice di lungo corso cui spetta la parte più difficile disegnata per la Duse, si danna in tutti i modi per ottenere di raggiungere la platea, l’ascolto, ma c’è davvero poco a sostenere i suoi sforzi. Insomma, non basta scandire le parole del testo per recitare. Non basta ascoltare un intero spettacolo per dire di aver visto La vita che ti diedi: Teatro Quirino, Vittorio Gassman, gli ottantasette minuti che ti diedi, chi me li ridà?

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

Teatro Quirino. Fino al 21 dicembre 2014

LA VITA CHE TI DIEDI
di Luigi Pirandello
con Patrizia Milani e Carlo Simoni Gianna Coletti Karoline Comarella Paolo Grossi Sandra Mangini Giovanna Rossi Irene Villa Riccardo Zini
regia Marco Bernardi
scene Gisbert Jaekel
costumi Roberto Banci
suoni Franco Maurina
luci Massimo Polo
produzione Teatro Stabile di Bolzano

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2 COMMENTS

  1. Ma tutto il primo paragrafo è stato scritto solo per allungare il brodo o c’entra qualcosa con il testo in scena e con la recensione? Boh, per essere originali a tutti i costi si finisce per scrivere d’altro…a scuola l’insegnante avrebbe indicato, con la matita blu, “sei andato fuori tema”!!!!

  2. Gentile Luca, il tema qui lo sceglie chi scrive, non ci sono imposizioni: la mia missione è raccontare ciò che mi muove non ciò che il lettore ha voglia io racconti. La serata – non solo lo spettacolo, si badi – mi suggeriva ulteriore riflessione, perché negarla? Che senso avrebbe il mio mestiere altrimenti? E allora da lì inizia tutto, perché è vero, sono andato fuori tema, ma lo faccio sempre e rigorosamente. Non è un compito quello che dovevo svolgere, ma il ritorno da un viaggio in un determinato giorno e in un determinato luogo. Grazie della lettura e della nota. Buona giornata. SN

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