Universo Franco Scaldati. Impressioni palermitane

Universo Scaldati. La rassegna organizzata per Franco Scaldati: lo spettacolo Assassina e la giornata di studi Il sarto all’opera.

 

Foto Ufficio Stampa
Foto Ufficio Stampa

Partire, andare altrove, trovarsi sorpresi senza per una volta aver avuto la presunzione o l’aspettativa della ricerca: semplicemente spalancare le braccia fendendo l’aria in un impatto di verde-azzurro perso tra gli strapiombi d’argilla. Travalicare il mare, vedere terra, baciare un’isola e arrendersi al flusso della sospensione. Perché il teatro è attraversamento, perchè raccontarlo è in primo luogo restituzione e perché in fondo per taluni l’esistenza si vuole puntellata di folgorazioni, lasciti presenti di ricordi impressi agli occhi, di memorie scavate negli odori, tra opacità e lucentezza dentro le consistenze.

«Conosci molto bene il lavoro di Franco Scaldati?». Qualunque risposta sarebbe stata forse indifferente e non avrebbe potuto scardinare la provvidenziale diffidenza, sciolta poi in seconda serata al tavolino di un locale; la messa in crisi, il timore dell’errore, l’accettazione del rischio sono il battesimo dell’esperienza. A ripensarla a distanza di pochi giorni la trasferta siciliana comincia in realtà da quella domanda del regista Claudio Collovà fuori dalle Tre Navate dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, spazio immenso in buona parte abbandonato a se stesso, in grado di accogliere realtà artistiche di ogni tipo e che attualmente tuttavia fatica, fra perpetue sordità istituzionali, a venir sfruttato come si dovrebbe. Ad essere rappresentata per l’iniziativa Universo Scaldati – curata da Giuseppe Marsala, Melino Imparato, Umberto Cantone, Roberto Giambrone e dalla Compagnia Franco Scaldati, nata in collaborazione con il Teatro Biondo Stabile di Palermo – è Assassina, messinscena del testo scritto dal drammaturgo (scomparso poco più di un anno fa) nel 1985 e diretta qui da Umberto Cantone.

Foto Costanza Arena e Roberto Selvaggio
Foto Costanza Arena e Roberto Selvaggio

All’ingresso in sala lo sguardo si catapulta immediatamente in un interno onirico fatto di suppellettili corrose, colori logori e qualche incursione cromatica iridescente su pareti rivestite da cellophane con lo sfogo di quadri a fianco popolati di fantasmi, figure che, quasi come dei commentatori esterni, attraversano le dimensioni lasciando a margine brevi incisi. Microcosmo surreale come la vicenda: un uomo e una donna anziana abitano lo stesso basso di via della Mosca Volante senza riconoscersi, senza incontrarsi nemmeno in scena per buona metà dello spettacolo sino a quando fra ironia e incredulità si troveranno l’uno di fronte all’altra lasciandoci ottundente il dubbio sulla loro vera entità. La costruzione dell’allestimento, che forse meglio avrebbe potuto sperimentare il meccanismo delle semitrasparenze, beneficia di un lavoro sull’interpretazione dove i generi (maschile-femminile) sono appropriatamente invertiti e in cui spicca la coscienza di utilizzo del corpo scenico – anatomia, movimento, gesto, voce e intenzione – di Melino Imparato nei panni della vecchia, il quale efficacemente riesce a neutralizzare l’impressione di piccoli cali di qualità della presenza dell’ “omino” di Serena Barone.

E poi c’è il testo, molto testo, materia prima in cui la parola, il suono, il verso costituiscono e sostanziano l’immaginario e al contempo dall’immaginario sono costituiti. Impossibile certo afferrare per chi scrive ogni lemma quando la penna affonda nell’inchiostro più oscuro e serrato della lingua palermitana, esattamente come impossibile non trovarsi rapiti fuori e dentro la pagina dalla virulenza dei contrasti che la incidono fra ritorni e cambi di registro, popolare e lirico, crudezza quotidiana e struttura metrica, incontrando così del verbo la vocazione organolettica, l’invasione formale, quella acustica, quasi tattile. Se il Novecento ha visto il fuoco spostarsi progressivamente da una cultura teatrale grafo-centrica ad una sceno-centrica, data la mole di testi, scritture, riscritture che caratterizza la figura di Franco Scaldati si potrebbe pensare che il suo profilo si definisca nella predilezione della prima tendenza. Eppure si sbaglierebbe non ritenendo il suo teatro un sistema complesso in cui la parola è pensata in funzione del palcoscenico e il palcoscenico si forgia sotto il dominio della parola, dialettale o meno: non solo perché Scaldati è stato anche attore e regista, ma in primo luogo perché è stato un distillatore della realtà radicata in e di un luogo e, in quanto tale autore.

Foto Rosellina Garbo
Foto Rosellina Garbo

Tali impressioni e reminiscenze si lasciano rintracciare e approfondire dall’intervento di studiosi, artisti e colleghi –Roberto Alajmo, Gaspare Cucinella, Andrea Cusumano, Filippa Ilardo, Guido Valdini, Valentina Valentini e altri ancora – nella seconda parte della rassegna ospitata dalla Sala Strehler del Teatro Biondo, all’interno degli incontri Il Sarto all’opera curati da Roberto Giambrone, così chiamati dati gli esordi di lavoro dell’autore all’interno di un laboratorio sartoriale. Nelle due sezioni dedicate rispettivamente alla scrittura e alla concezione performativa emerge l’interrogativo sull’idea di tradimento che serve alla protrazione di una tradizione, di uno stile drammaturgico e attoriale, alla consegna dell’opera e della poetica; il rifiuto della commemorazione imperitura a favore della diffusione e quindi la necessità della costituzione ordinata di un archivio che riunisca il corpus intero dei lavori di Scaldati; il cruccio di uno spazio in cui pensare e avverare il suo teatro e in chiusura la proposta dell’organizzazione di un festival “scaldatiano”.
Quanto di tutto ciò troverà davvero compimento è difficile a dirsi, a noi rimane la curiosità, la scoperta di ulteriori prospettive, la malinconia dolce della dipartita e l’arricchimento del ritorno sulla deriva gloriosa di un’onda. In fondo non è questo il senso di un viaggio oltre i confini del mare?

Marianna Masselli
Twitter @Mari_Masselli

Visto a Cantieri Culturali alla Zisa e Teatro Biondo, Palermo, ottobre/novembre 2014

ASSASSINA
di Franco Scaldati
regia Umberto Cantone
con Melino Imparato, Serena Barone, Aurora Falcone, Totò Pizzillo, Vito Savalli

IL SARTO ALL’OPERA
interventi Roberto Alajmo, Andrea Cusumano, Giuseppe Marsala, Roberto Giambrone, Mario Di Caro, Salvatore Rizzo, Guido Valdini, Valentina Valentini, Filippa Ilardo, Umberto De Paola

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Marianna Masselli, cresciuta in Puglia, terminato dopo anni lo studio del pianoforte e conseguita la maturità classica, si trasferisce a Roma per coltivare l’interesse e gli studi teatrali. Qui ha modo di frequentare diversi seminari e partecipare a progetti collaterali all’avanzamento del percorso accademico. Consegue la laurea magistrale con una tesi sullo spettacolo Ci ragiono e canto (di Dario Fo e Nuovo Canzoniere Italiano) e sul teatro politico degli anni '60 e ’70. Dal luglio del 2012 scrive e collabora in qualità di redattrice con la testata di informazione e approfondimento «Teatro e Critica». Negli ultimi anni ha avuto modo di prendere parte occasionalmente a ulteriori esperienze o realtà redazionali (v. «Quaderni del Teatro di Roma», «La tempesta», foglio quotidiano della Biennale Teatro 2013).