Tandy e You Are My Destiny. Paso doble su Angélica Liddell

La recensione di Tandy e You Are My Destiny di Angélica Liddell, rispettivamente a Romaeuropa Festival e Vie Festival Modena 2014.

Suono e nostalgia

tandy liddell
Tandy – foto di Barbara Braun (Mutphoto)

Armonie di latrati e di sacra derivazione, gioco da bambini dove morte e rinascita si alternano continuamente; questi probabilmente i lasciti più significativi di Tandy, affresco di Angélica Liddell da poco presentato all’interno del Romaeuropa Festival. Di questo debutto ricorderemo non tanto la storia di amori impossibili e nemmeno la poesia (commovente in alcuni casi, in altri un po’ più manierata) di certe immagini, quanto quel tappeto sonoro, forza trrainante per la comprensione della trama e guida all’interno della gamma di emozioni messe in atto. Di Winesburg,Ohio, raccolta di racconti di Sherwood Anderson cui si ispira, lo spettacolo della poliedrica artista spagnola raccoglie i germogli narrativi e li sviluppa proiettandone le conseguenze. Di fronte alla storia dell’ubriaco innamorato di una bambina, che pur conscio dell’irrealizzabilità del suo sentimento a ella consacrerà amore donandole un nuovo nome, Tandy si profila come il flusso di coscienza di lei da adulta, dove quel dono ricevuto in giovinezza improvvisamente cammina sul filo del rasoio della patologia.

La scritta «There will be miracles»,«Avverranno miracoli», campeggia sulla scena in un’insegna di luci al neon insieme a statue di angeli e di un cane corredate da tulles; a questo potremmo aggiungere una folla di uomini pronta a fare la propria offerta di bottiglie vuote, a lasciare un calco della figura sdraiata al suolo; una fatina e il suo contraltare in zeppe e maschera dorata. Sostituto più potente della droga è l’amore, cosa derivi da questa smisuratezza è il centro della drammaturgia: è il lamento straziante di un cane in lontananza, è una vestina bianca, è immaginare il pensiero dell’amato nella luce di un frigo, è un velo che ri-vela, che filtra doppiamente svelando, è il tormento di Tandy adulta malata anch’essa d’amore, è il Lamento della Vergine di Monteverdi (eseguito dal vivo da musicisti barocchi). La poesia cruda di sessualità, patologia, amore e morte – cifra stilistica dei lavori della Liddell – sembra accordarsi meglio alla scena durante la prima parte, mentre nella seconda la narrazione acusmantica diventa preponderante lasciando che molte delle pur belle immagini in scena vivano un po’ di luce riflessa.

Del finale probabilmente andrebbe fatta menzione: per questo tormento inguaribile sembrerebbe esserci speranza, all’incubo sempre più oscuro di cui seguiremo i pensieri, alle immagini proiettate di donne internate mentre la voce di Liddell (di cui seguiremo i sovratitoli in italiano per tutta la durata) enuncia un vecchio manuale di psicologia che come unico consiglio dà la reclusione, ecco che da una cassa – una bara? – un cucciolo di cane uscirà fuori. Il latrato straziante insinuatoci nelle orecchie sembrerebbe consegnare un respiro di sollievo; si ripeterà, questo è certo, ma forse non tutti i miracoli sono perduti.

Viviana Raciti

Twitter @Viviana_Raciti

Visto al Teatro Argentina di Roma per Romaeuropa Festival, ottobre 2014

TANDY
opera ispirata al romanzo Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson
Angélica Liddell / Atra Bilis Teatro
con Fabián Augusto Gómez Bohórquez, Lola Jiménez, Angélica Liddell e Sindo Puche
ensemble Paola Ronchetti soprano, Andrés Montilla tenore, Daniele Pellegrini tenore, Pierpaolo Cascioli basso, Luigi Polsini viola da gamba, Simone Colavecchi tiorba, Gianluca Ruggeri maestro concertatore
set design, costumi e regia Angélica Liddell
testi Sherwood Anderson, Angélica Liddell
traduzione Winesburg, Ohio Miguel Temprano García, © 2009 by Quaderns Crema, S.A.U. tutti i diritti riservati
scenografia Trasto Decorados
luci Carlos Marquerie
suono Antonio Navarro
tecnico luci Octavio Gómez
direttore tecnico Marc Bartoló
direttore di palco África Rodríguez
produzione e logistica Mamen Adeva
direttore di produzione Gumersindo Puche
prodotto da Iaquinandi, S.L
realizzato da Romaeuropa Festival 2014 in corealizzazione con Teatro di Roma
co-prodotto da Berliner Festspiele e Temporada Alta-Festival de Tardor de Catalunya Girona/Salt 2014
con il supporto di Comunidad de Madrid e Ministerio de Educación, Cultura y Deporte – INAEM
con la collaborazione di Teatros del Canal (Madrid)

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Un rituale del dolore

destiny liddell
You Are My Destiny – foto di Brigitte Engueran

Francia, Belgio, Italia, Germania, Portogallo e Finlandia sono i partner del progetto Prospero, produttore esecutivo di You Are My Destiny (Lo stupro di Lucrezia) di Angélica Liddell, presentato a Vie Festival a Modena. Questa prima nazionale non è semplicemente una versione del poema di Shakespeare o del mito latino, ma un progetto scenico complesso e fuori formato, in grado di restituire come pochi altri prova concreta dell’incandescenza di uno spirito creativo, vulcanico e debordante come quello dell’artista catalana. Se in un lavoro quasi “giovanile” come El año de Ricardo, visto alla Biennale Teatro 2013, la magra e tonica figura di Angélica si rivelava in grado di trasformarsi completamente dando vita a un flusso incontrollato di parole e di azioni che non risparmiavano il fegato dello spettatore né quello della performer (che trangugiava una dopo l’altra una cassa di birra) tanto Tandy (vedi sopra) quanto You Are My Destiny sembrano appartenere a un diverso stadio di un processo. Questo ultimo esperimento spicca il volo dai versi del Bardo e dalle pagine di Tito Livio per lanciarsi in una scrittura drammaturgica di nuova e urgente natura, improntata alla definizione dei tempi e dei sensi di un rigoroso rituale. Della vicenda della virtuosa Lucrezia, che si toglie la vita dopo essere stata deflorata da Sesto Tarquinio, figlio dell’ultimo re di Roma, resta di certo la ferma decisione di portare sulla scena la nudità della natura femminile, una forma dell’anima e del corpo che di fronte agli occhi di uno spettatore di sesso opposto pare arretrare sistematicamente, spostando i confini della comprensione sempre un passo più in là.

L’imponente architettura scenografica, con la facciata ad archi di un palazzo veneziano e un millimetrico disegno luci, è attraversata dalla stessa Liddell, in ingombrante abito a panier turchese, quasi una bambina che sogna d’essere principessa, dai suoi due interpreti-feticcio (Bohórquez e Jiménez) e da dieci performer italiani, recuperati in parte al laboratorio tenuto proprio a Venezia nel 2013. Di quell’esperienza non resta solo la sublime e interminabile scena dello stupro, letta come una sorta di tortura performativa e terminante con una Lucrezia che sogna di perdonare il suo stupratore, ma qualcosa di molto più personale, evocato prima da Liddell stessa a sipario ancora chiuso in una poesia datata 12 agosto 2013 e che serpeggia per l’intera performance. C’è spazio per un’iconografia quasi rinascimentale, evocata dalle straordinarie performance di un trio di cantanti tradizionali ucraini (richiamo al regista Sergej Paradžanov, censurato a vita durante gli anni sovietici), per una lunga sessione catartica in cui la performer ingurgita e sparge in terra una cassa di birra, per il trionfale ingresso di un carro funebre eletto a macchina nuziale, con un gigantesco leone alato sgozzato sul tetto. C’è posto per una libertà scenica (e produttiva, certo) che ha pochi paragoni nel teatro cui l’Italia ci sta abituando. Ma ogni elemento, anche quello più capriccioso e apparentemente più gratuito, sembra salvarsi dal puro compiacimento grazie a una dolorosissima trama personale che Liddell riesce misteriosamente a far percepire senza mai svelarla davvero.

A volte accade che un animo sensibile venga segnato da solchi talmente profondi che neppure l’artista che voglia esprimerli si sente autorizzato a rivelare del tutto. Il mistero dell’essere donna si tramuta così in un’azione performativa totale di grande coraggio dove, anche a dispetto di una cura dei corpi non sempre rigorosa, la più pura e ruvida “peste” artaudiana tossisce fuori un’urgenza primordiale, attraverso una qualità poetica che ha davvero pochi termini di paragone. Un invito a restarsene muti e a portarsi a casa tracce di dolore, voltando le spalle a quel palco dove poco prima, durante gli applausi, i performer liberati dal loro compito di testimonianza si lasciavano andare a una danza disordinata, sorridente, liberatoria. Sulle note di Gloria di Umberto Tozzi.

Sergio Lo Gatto

Twitter @Silencio82

Visto al Teatro Storchi di Modena per Vie Festival, ottobre 2014

YOU ARE MY DESTINY (LO STUPRO DI LUCREZIA)
testo, regia, scene e costumi Angélica Liddell
con Joele Anastasi, Ugo Giacomazzi, Fabián Augusto, Julian Isenia, Lola Jiménez, Andrea Lanciotti, Angélica Liddell, Antonio L. Pedraza, Borja López, Emilio Marchese, Antonio Pauletta, Isaac Torres, Roberto de Sarno, Antonio Veneziano
cantanti ucraini Anatolii Landar, Oleksii Levdokimov, Mykhailo Lytvynenko
luci Carlos Marquerie
suono Antonio Navarro
costumi Pipa & Milagros
cuffie Carlolina Rivas
direttore tecnico Marc Bartoló
direttore di scena Julio Provencio
produzione e logistica Mamen Adeva
assistente alla regia Julio Provencio
tecnico luci Octavio Gòmez
direttore di produzione Gumersindo Puche
produttore esecutivo Iaquinandi, S.L. Prospero (Théâtre National de Bretagne – Rennes, Théâtre de Liège, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Schaubühne am Lehniner Platz, Göteborgs Stadsteater, World Theatre Festival Zagreb, Festival of Athens and Epidaurus)
co-produzione Odéon-Théâtre de l’Europe, Festival d’Automne à Paris, deSingel Internationale Kunstcampus, Holland Festival – Amsterdam, Le-Parvis Scène Nationale Tarbes Pyrénées, Comédie de Valence – Centre dramatique national Drôme-Ardèche
con il supporto di  Comunidad de Madrid, Ministerio de Educación, Cultura y Deporte – INAEM.
un ringraziamento speciale  a Àlex Rigola e Biennale di Venezia per aver reso possibile l’incontro fra gli attori. Questa pièce altrimenti non sarebbe esista.

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