Riforma Fus. Interviene Maurizio Panici per Ar.té

Riforma Fus: l’intervento di Maurizio Panici di Ar.té. Un’inchiesta di Teatro e Critica. Segui su Twitter #inchiestaFUS

 

Maurizio-Panici artè iriforma fus Stiamo conducendo un’inchiesta sulla nuova legge che regola l’accesso ai contributi con la riforma Fus. Dopo l’articolo di Andrea Pocosgnich di attraversamento e riflessione stiamo chiedendo, ad alcuni artisti e operatori a nostra scelta, uno scritto o un video in cui emerga un parere sulla legge in relazione al lavoro e alle prerogative di ognuno. Gli interventi verranno pubblicati su TeatroeCritica.net a puntate al fine di creare un dibattito aperto ed eterogeneo sull’argomento. TeC

Maurizio Panici si dedica al teatro dal 1976, nel 1986 fonda la Cooperativa Argot, qui maggiori informazioni sulla sua attività registica. È direttore artistico di Ar.té,  soggetto al quale dal 2011 è stato riconosciuto lo status di Teatro Stabile di Innovazione, contribuisce alla nostra inchiesta con una riflessione sulla nuova legge e con alcune anticipazioni sul futuro della struttura da lui guidata

Cultura: oggetto sconosciuto ai più, dimenticato dai molti tantissimi soggetti che nel corso di lunghi anni si sono consumati ad elaborare le strategie più ardite per cercare di dare un nome, una tabella, un riferimento sicuro all’arte immateriale per eccellenza, quella che un giovane drammaturgo molto rappresentato dal ‘500 in poi chiama “la stessa sostanza dei sogni”. Innumerevoli tentativi naufragati, perché sostanzialmente alla classe politica poco interessa il reale sviluppo e la creazione di una drammaturgia nazionale che racconti di un tempo, il nostro, così difficile. Una drammaturgia che ci racconti le paure, le fragilità, gli incubi e i sogni di una generazione che con grande difficoltà fatica ad alzare la testa, fatica per una “visione di futuro” privata degli strumenti che le consentano di allontanarsi da questo “eterno presente” che sempre più spesso si fa incubo.
Da Gennaio 2015, saranno operativi i nuovi D.M., che dovrebbero ridisegnare il futuro assetto di un sistema teatrale oramai logoro e consunto, un sistema fatto di “eterni” direttori che occupano e scambiano tra di loro prodotti spesso “esausti”, di cui il pubblico francamente fatica a capire il senso, “spettacoli” realizzati senza nessuna reale necessità di produrre, non dico un progetto culturale, ma semplicemente un pensiero.
Credo che non sia più scindibile l’etica dall’estetica: non è giusto che schiere di “artisti” o meglio “artigiani” della scena “motivati” restino fuori dalla porta perché non è a loro concesso di accedere al palcoscenico a causa di formule matematiche e algoritmi che si sostituiscono alle emozioni di una partecipazione diretta con il pubblico.
Certamente è importante l’assetto imprenditoriale, la solidità delle “imprese”, ma per sistemare quel tipo di sistema basta veramente poco: credo non ci voglia molto per riconoscere le cosiddette “eccellenze produttive” i pochi teatri che hanno davvero un respiro nazionale.
Va fermata la corsa all’accreditamento di quei teatri che non svolgono più una funzione di crescita e di sensibilizzazione dello spettacolo dal vivo sul territorio. Vanno invece sostenute quelle realtà che molto spesso non godono di nessuna forma di sostegno da parte delle istituzioni, realtà molto spesso indipendenti, veri e propri presidi culturali con progetti ben definiti, spesso collegati tra loro.

Nei D.M. di tutto ciò non c’è traccia, è fortemente limitato l’accesso alle nuove realtà, spariscono gli Stabili d’Innovazione, ma non erano la scommessa per il futuro? Ben venga la multidisciplinarità, ma è già molto praticata dalle realtà che non hanno avuto i vincoli imprenditoriali del passato.

Oramai non si parla più di progetto culturale, molto spesso si parla d’impresa, ma l’articolo 9 della Costituzione non recita “ La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica…”.  Siamo ancora nelle tabelle di spesa e non in quelle d’investimento indirizzate a favorire la crescita delle giovani generazioni e la promozione dei nuovi linguaggi.

Da troppo tempo i numeri hanno sostituito le necessità, le tabelle “i cuori”, il calcolo la creatività: rischiamo di rimanere soffocati dai calcoli, in palcoscenico le risorse sono sempre più scarse, sempre di più abbiamo bisogno di amministrativi, di organizzatori etc.. e dimentichiamo molto spesso il pubblico.

Ben vengano i D.M. dunque ma che siano cornice e indirizzo da riempire con i contenuti di chi questo lavoro lo vive e lo soffre in prima persona tutti i giorni.

 

Ar.té_ teatro stabile d’innovazione: tra passato e futuro

Arté è figlio indiscusso dell’esperienza Argot perché è da lì che parte questa nuova avventura, trent’anni spesi alla ricerca di nuovi linguaggi per la scena contemporanea con il piacere di condividere questa progettualità con la comunità dei teatranti (attori, registi, autori etc.) alla continua ricerca di nuove drammaturgie.
Ar.Té ha trovato casa ad Orvieto nello splendido Teatro Mancinelli, ma non ha mai abbandonato la casa madre, la trasmissione del sapere teatrale viene raccolta meravigliosamente dalla nuova direzione artistica e da quella forza che solo una generazione giovane sa imprimere al nuovo corso di gestione e produzione di eventi culturali.
Una generazione che molto spesso viene usata come manifesto per un cambiamento che si fa sempre più difficile e che anche in questo nuovo regolamento, trova a mio modesto avviso, molte difficoltà ad esprimersi ed è proprio per questo che ArTé continuerà attraverso produzioni dirette o coproduzioni a sostenere una realtà indispensabile per le nuove leve teatrali, un laboratorio vivace ed attivo per la scena contemporanea.

Il piccolo ARGOT STUDIO (spazio teatro) non ha mai avuto finanziamenti diretti dal FUS, svolge un puro lavoro di ricerca attraverso una instancabile e quotidiana presenza nella città di Roma. ArTé riceve un contributo dal MIBACT per la produzione, con questo contributo ArTé teatro stabile d’innovazione ha costruito un opificio dove le realtà della scena contemporanea si confrontano, dalle residenze artistiche alle coproduzioni, alla produzione diretta di spettacoli con la Compagnia dei Giovani.

Questo legame osmotico è continuamente alimentato attraverso un confronto serrato sull’estetica e sull’etica del lavoro, un lavoro che molto spesso sfocia nelle proposte che vanno ad alimentare il cartellone del Teatro Mancinelli. Mi piacerebbe continuare in questa “visione” che cuce perfettamente il lavoro di ricerca con la necessità di promuoverne anche i percorsi e renderli visibili al grande pubblico. Proprio queste intese sono state alla base della creazione dello stabile d’innovazione, propositi che ci vedono concentrati nell’intenzione di costruire “il nuovo centro di Produzione Ar.Té “, mantenendo così una vocazione che da trent’anni vede l’Argot protagonista nel contribuire al rinnovamento del sistema teatrale italiano.

Non credo che sostanzialmente cambieremo la nostra modalità di lavoro, perché eravamo già fortemente orientati a realizzare quelle che sono le nuove linee guida per il Teatro Italiano, ma sostanzialmente ancora una volta credo fortemente alla possibilità di dare, attraverso le nuove generazioni, nuova linfa ad un sistema molto spesso bloccato da rendite di posizione e da realtà che mancano di una visione di futuro.
È auspicabile che questo cambiamento si concretizzi in tempi relativamente brevi pena il completo disfacimento del sistema teatrale.

Maurizio Panici

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