Teatro Argentina Stagione 2014 – 2015 (Teatro di Roma)

Teatro Argentina 2014 – 2015:  gli spettacoli in stagione nella sala di Largo Argentina del Teatro di Roma

 

19 – 20 settembre.14
VIAGGIO ALL’ISOLA DI SAKHALIN [RECENSIONE] ideazione Laura Andreini Salerno
regia Laura Andreini Salerno e Valentina Esposito con la Compagnia del carcere di Rebibbia
COSTUMI Paola Pischedda SCENE Enzo Grossi LUCI Valerio Peroni
CON i detenuti-attori della Compagnia del carcere romano di Rebibbia N.C.
DIREZIONE ORGANIZZATIVA Fabio Cavalli

I detenuti-attori della Compagnia del carcere romano di Rebibbia N.C. lasciano il teatro del penitenziario per debuttare sul palcoscenico dell’Argentina con Viaggio all’isola di Sakhalin, uno spettacolo liberamente ispirato all’esperienza che Anton Cechov – nell’esercizio della sua seconda professione, quella di medico – fece alla fine dell’800 visitando la colonia penale posta all’estremo oriente della nazione russa. Allo sconvolgente reportage cecoviano sulle condizioni di detenzione degli ergastolani relegati nell’isola di ghiaccio, si intreccia il racconto di una delle più sorprendenti esperienze dello scienziato cognitivo Oliver Sacks. Ed infatti, sarà nell’ “isola dei senza colore” che Sacks incontrerà uomini e donne che l’isolamento ha reso ciechi ai colori – “acromatopsia” è il nome scientifico della malattia diffusa da un gene misterioso trasmesso di padre in figlio.
Lo spettacolo intreccia dramma e commedia, seguendo la traccia del medico che prova a sconfiggere, con la passione dello scienziato-missionario, quel male terribile che è la “cecità degli affetti”: il male che colpisce in ogni tempo, luogo e condizione, coloro che vivono reclusi e privati delle fondamentali relazioni umane e affettive.
I detenuti-attori di Rebibbia varcano le soglie del Carcere per ritornare sul palcoscenico del Teatro Argentina e rivivere un’esperienza di straordinaria rilevanza etica, culturale, sociale, che si rinnova dopo la messinscena dell’anno precedente dello spettacolo La Festa di Laura Andreini Salerno e Valentina Esposito, con giovani attori e detenuti attori riuniti in un’unica grande Compagnia di oltre 40 elementi.

26 – 28 settembre.14
HAMLET – ROMAEUROPA FESTIVAL [VIDEO INTERVISTE agli spettatori] [RECENSIONE] un progetto di Andrea Baracco, Biancofango, Luca Brinchi e Roberta Zanardo (Santasangre) regia Andrea Baracco
IMPIANTO SCENICO, DISEGNO LUCI, COSTUMI Luca Brinchi, Roberta Zanardo
PROGETTO VIDEO Luca Brinchi, Roberta Zanardo, Daniele Spanò
COLLABORAZIONE AL DISEGNO LUCI Javier delle Monache
COLLABORAZIONE AI COSTUMI Marta Genovese
DIREZIONE TECNICA Javier delle Monache
CON Lino Musella, Eva Cambiale, Paolo Mazzarelli, Michele Sinisi, Andrea Trapani, Woody Neri, Livia Castiglioni, Gabriele Lavia (IN AUDIO E VIDEO)

Grasso, goffo, quasi calvo: Amleto torna sulla scena come non ce lo aspetteremmo, in uno spettacolo che di questo personaggio dai mille volti offre una decifrazione contemporanea per un’opera creata da William Shakespeare tra il 1598 e il 1602. “The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark” è una icona del teatro mondiale. Il motivo probabilmente risiede nel fatto che rompendo una aurea regola del teatro classico secondo cui il dramma è centrato sulla azione, Shakespeare sposta il peso della drammaturgia sul personaggio principale, il pallido principe danese. Così, in poco più di quattro secoli, Amleto è divenuto un caleidoscopio, da eroe a inetto, da fine intellettuale a cronico indeciso, dubbioso, oppure malinconico, perfino affetto dal complesso di Edipo, secondo una lettura psicanalitica: interpretazioni queste che nel tempo si sono stratificate sul testo restando ancorate all’epoca in cui hanno visto la luce.
Regista con all’attivo spettacoli di autori classici e contemporanei, in particolare britannici, come nel suo precedente “Giulio Cesare”, Baracco rimaneggia il testo di Shakespeare in uno sforzo di fedeltà che vuole superare la parola, scrostare le sedimentazioni, restituire la complessità dell’opera. Un Hamlet in bilico e sul punto di cadere, come «l’uomo di oggi fragile e compromesso, che si trova costantemente a ruzzolare a terra inciampando nelle trappole che qualcuno ha depositato». Dieci personaggi, i principali della tragedia di Shakespeare che ne conta una trentina, prenderanno vita dentro una scenografia fatta di schermi a varie dimensioni, con proiezioni e video talvolta sovrapposti, per rendere attraverso un segno minimalista la cifra liquida, ambigua, sfuggente di Amleto.

30 settembre I 1 ottobre.14
SUN – ROMAEUROPA FESTIVAL  [RECENSIONE] coreografia e musica Hofesh Shechter
SCENE Merle Hensel
DISEGNO LUCI Lee Curran COSTUMI Christina Cunningham DANZATORI Paula Alonso Gómez, Maeva Berthelot, Chien-Ming Chang, Frederic Despierre, Neus Gil Cortés, Bruno Karim Guillore, Philip Hulford, Yeji Kim, Kim Kohlmann, Erion Kruja, Merel Lammers, Attila Ronai, Diogo Sousa
DANZATORI APPRENDISTI Madeleine Fairminer, Clara Villalba

«Il sole è bello, luminoso, tutti lo desideriamo, ma è anche molto caldo e pericoloso», spiega Hofesh Shechter a proposito della sua nuova creazione Sun, un potente spettacolo di danza che contraddistingue un altro passaggio nella ricerca di questo coreografo anglo-israeliano. Nato a Gerusalemme dove ha studiato danza e musica, come coreografo Shechter muove i suoi primi passi in Gran Bretagna, e oggi la sua compagnia ha base a Brighton. Negli ultimi dieci anni si è imposto a livello internazionale grazie a spettacoli come In my room e Political Mother, entrambi ospiti delle passate edizioni di Romaeuropa. Lo stile che lo ha consacrato si distingue per l’ispirazione nella danza popolare mediorientale o nordeuropea, reinterpretata in chiave contemporanea attraverso energetiche coreografie di gruppo da cui emergono lampi solistici, il tutto plasmato da un ritmo indemoniato, con scene che dissolvono l’una nell’altra come in un montaggio cinematografico, e da una musica potente e aggressiva, che cura lui stesso in parte componendola o attingendola da un repertorio che dalla classica arriva al rock. Un artista dunque ad alta pressione spettacolare, che tuttavia ha anche un lato nascosto: altra caratteristica di Shechter è infatti la capacità di indagare attraverso la danza e il movimento aspetti oscuri psicologici, sociali e antropologici dell’agire umano. Se infatti in In my Room l’individuo si specchiava nei rapporti con gli altri, e centro di Political Mother erano invece le dinamiche di gruppo, con Sun a tenere la scena è il potere e le sue logiche crudeli, violente, ma anche grottesche. «Naturalmente è solo danza – aggiunge sornione Shechter -, ma mi piacerebbe che, tornando a casa, il pubblico avesse qualcosa su cui riflettere».

4 – 5 ottobre.14
DOLCEVITA – ROMAEUROPA FESTIVAL [RECENSIONE] coreografia Virgilio Sieni
INTERPRETAZIONE E COLLABORAZIONE
Giulia Mureddu, Sara Sguotti, Jari Boldrini, Ramona Caia, Maurizio Giunti, Giulio Petrucci, Claudia Caldarano, Marjolein Vogels
MUSICHE di Daniele Roccato ESEGUITE DAL VIVO DALL’AUTORE
LUCI Fabio Sajiz, Virgilio Sieni
COSTUMI Giulia Bonaldi

Virgilio Sieni è uno dei coreografi italiani che si è imposto sulla scena internazionale grazie a una danza dove sapientemente intreccia la poesia del gesto e del movimento con l’esplorazione dell’umano, delle sue debolezze e fragilità. Pochi coreografi hanno saputo trarre ispirazione da testi scritti, spaziando sui più vari argomenti. Basterà ricordare i suoi recenti spettacoli su Tristi tropici di Claude Levi Strauss, Pinocchio di Carlo Collodi, De Anima di Aristotele, De rerum natura di Lucrezio. Per Dolce Vita il coreografo fiorentino si confronta con le sacre scritture e in particolare con quella serie di episodi che formano la passione di Cristo: tuttavia come nel suo stile il testo è punto di partenza per una ispirata ricerca coreografica.
«Sono cinque quadri coreografici – spiega Sieni a proposito di Dolce vita – ciascuno dei quali si inoltra nel racconto evangelico della passione di Gesù e allo stesso tempo ricerca il senso della comunità attraverso un arcipelago di avvicinamenti, tangenze, riconoscimenti, solidarietà, complicità, sguardi». Annuncio, Crocifissione, Deposizione, Pietà, Resurrezione sono i titoli dei cinque quadri che andranno a formare il polittico, un tracciato attraverso «il dolore e la bellezza, la pietà e la leggerezza», una nuova tappa che Sieni ha intrapreso nella ricerca. L’esplorazione del gesto, della genealogia del movimento come archeologia spirituale sono la cifra del lavoro di un coreografo che, agli stimoli e al rigore intellettuale, sa unire visioni poetiche e liriche di grande fascino.

10 – 11 ottobre.14
TANDY – ROMAEUROPA FESTIVAL [RECENSIONE] set design, costumi e regia Angélica Liddell
TESTI Sherwood Anderson, Angélica Liddell TRADUZIONE Winesburg, Ohio Miguel Temprano García, © 2009 by Quaderns Crema, S.A.U. tutti i diritti riservati
SCENOGRAFIA Trasto Decorados LUCI Carlos Marquerie
SUONO Antonio Navarro

Spirito anarchico del teatro iberico, Angélica Liddell presenta il suo nuovo spettacolo ispirato a un racconto di Sherwood Anderson, Tandy, una elegia di amore, melanconia, pazzia e destino. Nata e battezzata nella stessa città (Figueras) e nella stessa chiesa di Salvador Dalí, Liddell è regista, drammaturga e interprete dei suoi lavori: il suo è considerato un teatro dellʼeccesso tra il punk e Goya nero. Il suo linguaggio è violento e surreale, fisico e materico, a tratti ironico e dolce: una drammaturgia che si articola nel corpo, come luogo della violenza e oggetto del sacrificio, nella voce, usata e trattata in modo spericolato, nella musica. Un teatro dalla forte connotazione contemporanea: senonché Liddell con la sua compagnia Atra Bilis Teatro, nellʼaffrontare senza troppi complimenti le sue ossessioni – la morte, la violenza, la sessualità e il potere necrofilo e buffonesco –, squaderna gli elementi più istintivi e irrazionali dellʼessere umano, in particolare femminile, con una cifra arcaica, antica, originaria. Il corpo, la ritualità, la musica – con lʼAmen di Henryk Górecki e il Lamento della ninfa di Claudio Monteverdi-, il suono, la voce: tutti elementi che ritroviamo in Tandy, ispirato allʼomonimo breve racconto di Anderson ambientato allʼinizio del ʻ900 nel Mid West statunitense. Una solitaria bambina adotta questo nome dopo aver udito la profezia di un bizzarro straniero: «Chiamati Tandy!». Un nome che diventa il simbolo della mancanza e del bisogno di amore, della disillusione e della melanconia. Temi che Liddell, con il suo teatro contundente e ombroso, affronta biograficamente, mettendo in scena il racconto e creando anche una sua possibile continuazione: in che modo il nome Tandy si imprimerà sul corpo della bambina e potrà determinare il suo futuro?

14 – 15 ottobre.14
COUP FATAL – ROMAEUROPA FESTIVAL
da un’idea di Serge Kakudji e Paul Kerstens regia Alain Platel
UN PROGETTO DI Serge Kakuduji (CONTRO-TENORE)
E ORCHESTRA:
Rodriguez Vangama, Costa Pinto, Angou Ingutu, Bouton Kalanda, Erick Ngoya, Silva Makengo, Tister Ikomo, Deb’s Bukaka, Cédrick Buya, Jean-Marie Matoko, 36 Seke, Russell Tshiebua, Bule Mpanya
ASSISTENTE ALLA REGIA Romain Guion
DIREZIONE MUSICALE Fabrizio Cassol
DIREZIONE D’ORCHESTRA Rodriguez Vangama SCENOGRAFIE Freddy Tsimba LUCI Carlo Bourguignon SUONO Max Stuurman COSTUMI Dorine Demuynck

La esuberante melodia barocca, la musica e la danza africana e il teatro contemporaneo, si alleano per assestare un colpo mortale: è Coup fatale di Serge Kakudji e Alain Platel, un’ode ai “sapeurs”, i dandy congolesi, tra vestiti colorati, pomposità, oblianza e ironia. Platel è regista, coreografo e drammaturgo di Gand, i cui lavori si distinguono per la potenza emotiva, l’uso innovativo dello spazio scenico anche in altezza, la multidisciplinarietà degli interpreti (cantanti, attori, mimi, musicisti e ballerini). Il tutto prende spunto dalla collaborazione con il musicista e cantante Kakudji. Congolese, controtenore autodidatta che passa all’onore delle cronache durante le celebrazioni mozartiane del 2006, quando arriva a Vienna e si presenta in una strabiliante esibizione di difficilissime arie di Mozart. Tre anni dopo è in pitie!, lo spettacolo di Platel sulla Matthäus- passion con le musiche di Bach profondamente rielaborate da Fabrizio Cassol, musicista italiano talentuosissimo che da anni collabora con l’artista belga. Questo gruppo di persone è alla base di Coup fatal: Kakudji con 13 musicisti di Kinshasa reinterpreta i classici del barocco, compresi Händel e Gluck, prendendo le melodie originali e affidandole però agli arrangiamenti di Cassol in chiave di afro-pop, rock e jazz, con la direzione di Rodriguez Vandama. Intorno a questa fantasmagoria musicale Platel costruisce uno spettacolo che non vuole essere una africanizzazione del barocco e neppure una sua destrutturazione, quanto un omaggio ai “sapeurs”, con le loro brillanti e opulente stravaganze, e anche con la loro volontaria rimozione delle guerre che insanguinano l’Africa e il loro paese. Infatti la scenografia, composta di bossoli esplosi, è stata affidata a Freddy Tsimba, artista che ha fatto parlare di sé grazie a sculture che sono una protesta contro i conflitti e un monumento alle devastanti tragedie umane causate dalla guerra.

18 – 19 ottobre.14
KING ARTHUR – ROMAEUROPA FESTIVAL [RECENSIONE] libretto John Dryden
regia Daniela Nicolò e Enrico Casagrande/Motus
DRAMMATURGIA E TRADUZIONI Luca Scarlini
ASSISTENTI ALLA REGIA Silvia Albanese e Ilenia Caleo INTERPRETI Glen Çaçi E Silvia Calderoni
SOPRANI Laura Catrani, Julia Polehsuk
CONTRO TENORE Carlo Vistoli
CONSULENZA MUSICALE Alessandro Taverna
SPAZIO SCENICO E LUCI Enrico Casagrande E Daniela Nicolò
SOUND DESIGN Fabio Vignaroli
VIDEO Aqua Micans Group

Teatro barocco e teatro contemporaneo: è attrazione fatale. Si rinnova in King Arthur, la “drammatic opera” proposta da Motus in un gioco raffinato di specchi che esalta le tensioni ricercate fra parola e canto, lotte terrene e forze sovrannaturali, create dal testo di John Dryden e dalla musica di Henry Purcell. Compagnia fondata nel 1991 a Rimini da Enrico Casagrande e Daniela Francesconi Nicolò, Motus fin dall’inizio è orientata a un linguaggio teatrale fatto, oltre che di recitazione, di scultura, disegno, video arte, musica per esplorare i testi di scrittori come Albert Camus, poeti come Reiner Maria Rilke, registi come Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Rainer Werner Fassbinder, drammaturghi come Samuel Beckett, William Shakespeare, fino alla tragedia classica con Antigone. Ma questa è la prima volta che Motus si accosta alla drammaturgia musicale, un approccio ben meditato, con l’esecuzione dal vivo dell’ensemble Sezione Aurea, specializzato nella musica barocca. Ispirato alla guerra tra britanni e sassoni più che alle leggende di Camelot, King Arthur è infatti una semi-opera, un ibrido e finemente elaborato dove si alternano teatro musicale e parlato. Cuore dell’azione la contrapposizione tra il britanno Arthur e il sassone Oswald, in uno scontro sui campi di battaglia ma anche in quelli amorosi: entrambi anelano alla bella Emmeline. I due sono aiutati rispettivamente da Merlino e Osmond, a loro volta assistiti da Philidel e Grimbald, maghi e spiriti magici espressione di un universo fatato, surreale e musicale. Una pregevole drammaturgia di specchi, scontri e confronti che Motus porta in scena ponendosi dal punto di vista della silenziosa Emmeline – che diventa così la vera protagonista –, funzionale alla riduzione degli oltre trenta personaggi che animano il testo di Dryden e a fare a meno delle celebrative parti corali. Unico elemento scenografico una video animazione di disegni in tempo reale, pronta a rappresentare i veloci cambi di scena, musica e atmosfera, mentre da sfondo c’è il suono della guerra.

21 ottobre – 2 novembre.14
IL MERCANTE DI VENEZIA [RECENSIONE] di William Shakespeare regia Valerio Binasco con Silvio Orlando
MUSICHE ORIGINALI
Arturo Annecchino SCENE Carlo de Marino LUCI Pasquale Mari COSTUMI Sandra Cardini E CON (IN O.A.)
Andrea Di Casa, Fabrizio Contri, Milvia Marigliano, Simone Luglio, Elena Gigliotti, Nicola Pannelli, Fulvio Pepe, Sergio Romano, Barbara Ronchi,
Roberto Turchetta, Ivan Zerbinati

Dopo il successo di Romeo e Giulietta, la Popular Shakespeare Kompany, che ha esordito con La Tempesta, porta in scena una delle opere più famose e rappresentate di Shakespeare, Il mercante di Venezia con Silvio Orlando nella messa in scena di Valerio Binasco. Siamo a Venezia nel XVI secolo in “una cupa contro-favola” dove il bene e il male si spostano di continuo nel corso della pièce. Bassanio, giovane gentiluomo veneziano, vorrebbe la mano di Porzia, ricca ereditiera di Belmonte. Per corteggiarla degnamente, chiede al suo carissimo amico Antonio, il mercante di Venezia, tremila ducati in prestito. Antonio non può prestargli il denaro poiché ha investito in traffici marittimi. Garantirà per lui Shylock, usuraio ebreo, che non sopporta lo stesso Antonio, poiché presta denaro gratuitamente, facendo abbassare il tasso d’interesse nella città. Nonostante ciò, Shylock accorda il prestito a Bassanio. L’ebreo però, in caso di mancato pagamento, vuole una libbra della carne di Antonio, richiesta che alla fine gli si rivolgerà contro.
Ne Il mercante di Venezia si indaga profondamente nelle categorie di bene e di male fino a rimescolarle: fondamentale diventa allora lo scontro tra una moltitudine di uguali – i cristiani di Antonio – e il singolo diverso – l’ebreo Shylock. «Del resto – commenta Binasco – il bene e il male si spostano di continuo nel corso della pièce. Ora Shylock è buono; ora è cattivo. Ora Antonio è il male; ora il bene. Una legge è ingiusta, e poi è giusta. Una musica brutta di giorno, diventa bella di notte. Dipende dalle circostanze. Questa è una verità moderna e inattaccabile. È la morale della favola. La sua verità. La verità di una favola che rivela che non c’è nessuna verità, da nessuna parte. Eppure la vita può essere lo stesso una festa. Anche se il giorno stenta ad apparire. E non è notte né giorno in questa fine di favola. È l’ora stramba del teatro, quando sorge una luna di carta, e il vento accarezza le foglie senza fare alcun rumore. Niente ci ferisce. Nemmeno la vita. Non c’è nulla di più lieve, al mondo, del nostro essere qui. Insieme. Uguali».

5 – 9 novembre.14
UNA GIOVINEZZA ENORMEMENTE GIOVANE  [RECENSIONE] di Gianni Borgna regia Antonio Calenda con Roberto Herlitzka
SCENE Paolo Giovanazzi
LUCI Nino Napoletano

Uno spettacolo singolare, costruito attorno a un monologo presago, quasi divinatorio che da un lato fa omaggio al pensiero di Pier Paolo Pasolini attraverso l’evocazione della sua opera letteraria e poetica, e dall’altro sancisce la grande capacità profetica dello scrittore, sul piano sociale e politico.
Una messinscena rievocativa ma anche profondamente evocativa di “vedere politicamente” la società ed i suoi mutamenti attraverso le parole di Pasolini di cui l’autore del monologo Gianni Borgna è stato un vero testimone culturale. E proprio dalla sua morte
– sempre rimasta oscura – Antonio Calenda trae ispirazione per l’incipit dello spettacolo: rumori, un abbaiare di cani, un corpo a terra. Un’immagine forte che segnerà lo spettacolo e da cui il protagonista avvia il proprio monologare. Come se Pasolini stesso fosse testimone della propria fine e in quel misterioso istante, si lasciasse andare a un flusso di riflessioni sul mondo che ha lasciato e sulle sue evoluzioni di cui non potrà più essere testimone critico e acuto, pur avendole intuite: l’immagine di una Roma così diversa dalla sua, città multietnica, con l’idea che il bene più grande sia la ricchezza, che la storia e la cultura non possano essere che quelle borghesi. Temi con cui oggi quotidianamente ci confrontiamo e che il suo pensiero, la sua ricchezza poetica, ci insegnano ancora ad attraversare con la necessaria consapevolezza.
I riferimenti a tale pensiero pasoliniano, e al corpo della sua opera letteraria pervadono il monologo che Antonio Calenda ha scelto di affidare a Roberto Herlitzka, uno degli interpreti di più intenso, misterioso spessore poetico e drammatico della scena italiana, per offrire una riflessione sull’attualità attraverso le parole di chi l’attualità aveva saputo decifrare con disincantata lungimiranza.

6 – 9 novembre.14
MARAMEO AL COLOSSEO
da Gianni Rodari regia Roberto Gandini
con La Piccola Compagnia del Piero Gabrielli
MUSICA Roberto Gori

Sul palcoscenico del Teatro Argentina saliranno i giovani attori con e senza disabilità del Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli per scoprire i tesori che le storie ambientate a Roma di Gianni Rodari raccontano e continuano a conservare, affascinando il pubblico dei grandi e dei piccini con l’ironia, la fantasia e la capacità di immaginare un mondo migliore. Vado via con i gatti, dove si racconta di un nonno, ferroviere in pensione, che diventa gatto e va a vivere a Largo Argentina fra i ruderi romani insieme ai gatti; Il robot che voleva dormire dove un robot impara a dormire e a sognare “…Nessuna altra città del nostro pianeta avrebbe presentato le stesse condizioni favorevoli per questa rivoluzionaria robotica invenzione”, e poi Il Filobus 75, Caccia a Nerone, ed ancora tante altre. Tessere e frammenti di un suggestivo mosaico di storie dello scrittore di Omegna per parlare del mondo e aprire le porte della realtà attraverso la chiave della conoscenza e della creatività.

Il Teatro di Roma, da sempre sensibile alle problematiche inerenti la disabilità, attraverso il Laboratorio Piero Gabrielli vuole contribuire alla realizzazione di una comunità accogliente e inclusiva nella quale chiunque possa realizzare esperienze di crescita individuale e culturale. Il progetto è promosso e organizzato da Roma Capitale Assessorato Sostegno Sociale e Sussidiarietà, Teatro di Roma e Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio. L’iniziativa si rivolge a ragazzi con e senza disabilità con l’obiettivo di creare uno spazio in cui le “differenze possano convivere e diventare una ricchezza” attraverso un reale inserimento sia didattico-educativo che relazionale. Dunque, il teatro come modello di integrazione e collante di un progetto formativo condiviso intorno al comune valore di appartenenza civile di ogni essere umano. Promosso nel 1994 dal Teatro di Roma titolato al suo ideatore e fondatore, affidato al coordinamento di Roberto Gandini per il settore artistico, il Piero Gabrielli è considerato tra i più importanti programmi di “integrazione” e “socializzazione” rivolto a ragazzi con e senza disabilità frutto della sinergia fra professionisti del Teatro e della Scuola e specialisti della riabilitazione. Nel 2007 l’esperienza teatrale di alcuni ragazzi che avevano partecipato ai progetti del laboratorio, prendendo parte a spettacoli come La sirena di Rodari, La tempesta di Shakespeare e Il Purgatorio di Dante, è confluita in una nuova sfida: la nascita della Piccola Compagnia. Con la costituzione di questo gruppo, il “Piero Gabrielli” ha inaugurato una nuova prospettiva nel campo della ricerca teatrale con la disabilità, sperimentando le possibilità lavorative di questi ragazzi disabili e non, che affrontano il teatro con modalità professionali, in condizioni di reale autonomia. Con i suoi allestimenti, adattabili agli spazi più diversi, anche non teatrali, la Piccola Compagnia diffonde lo spirito del “Piero Gabrielli” sia nelle scuole di ogni ordine e grado di Roma, sia sui palcoscenici dei maggiori teatri italiani ed esteri.

12 – 16 novembre.14
GOLTZIUS AND THE PELICAN COMPANY (2012)
un film di Peter Greenway

18 – 22 novembre.14
RITRATTO DI UNA CAPITALE [INTERVISTA A FABRIZIO ARCURI] Ventiquattro scene di una giornata qualsiasi
Un omaggio a Roma pensato da Antonio Calbi A cura di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri
regia di Fabrizio Arcuri

Ritratto di una Capitale – Ventiquattro scene di una giornata qualsiasi è il cuore di Prospettiva Roma, la linea che attraversa l’intera stagione dedicata alla Capitale. Format già sperimentato nel 2000 a Milano, con la cura del sottoscritto e di Oliviero Ponte di Pino, rappresentò un avvenimento forte, ancora impresso nella memoria di chi vi prese parte, fra artisti e spettatori. Alcuni dei tasselli creati ad hoc per quell’occasione, sono diventati spettacoli completi e di successo (uno per tutti, Mai morti!, sul ritorno dei neofascisti, scritto da Renato Sarti e interpretato da un inedito Bebo Storti).
Questo “polittico di Roma” è un evento che, attraverso il teatro, osserva e indaga il tempo della città, raccontando ventiquattro ore, ventiquattro luoghi, ventiquattro storie di una giornata qualsiasi della Roma di oggi. Un racconto a più voci e trans-generazionale che descrive la città nei suoi vari aspetti, fra invettive di rabbia e dichiarazioni d’amore, realizzato da scrittori e persone di teatro che vivono da tempo in città.

A oggi hanno accolto il nostro invito: Eraldo Affinati, Niccolò Ammanniti*, Lucia Calamaro, Ascanio Celestini*, Cristina Comencini, Eleonora Danco, Giancarlo De Cataldo, Valerio Magrelli, Giuseppe Manfridi, Lorenzo Pavolini, Fausto Paravidino, Tommaso Pincio, Paola Ponti, Christian Raimo, Lidia Ravera, ricci/forte, Andrea Rivera, Roberto Scarpetti, Igiaba Scego, Claudio Strinati, Daniele Timpano, Emanuele Trevi.

* In attesa di conferma.

Questa la prima ipotesi di andata in scena e di partecipazione da parte del pubblico:

Teatro Argentina 18 | 22 novembre. 14
Martedì 18 novembre, Parte prima
ore 18-24 (con due intervalli di 20 minuti) Mercoledì 19 novembre, Parte seconda ore 18-24 (con due intervalli di 20 minuti) Giovedì 20 novembre, replica Parte prima ore 18-24 (con due intervalli di 20 minuti)
Venerdì 21 novembre, replica Parte seconda ore 18-24 (con due intervalli di 20 minuti)
Sabato 22 novembre, Maratona (Parte prima e Parte seconda) Ore 12-24 (con tre intervalli, due da 20 minuti e uno da 40 minuti)
Biglietti Parte prima 20 euro; Parte seconda 20 euro; Parte prima e Parte seconda 35 euro; Maratona (Parte prima e Parte seconda 30 euro); Ritratto di una Capitale free pass (libera fruizione durante i cinque giorni del progetto) 50 euro.

3 dicembre.14 – 4 gennaio.15
NATALE IN CASA CUPIELLO [RECENSIONE  E DIBATTITO] di Eduardo De Filippo regia Antonio Latella
CON Francesco Manetti, Monica Piseddu, Lino Musella, Valentina Vacca, Michelangelo Dalisi, Francesco Villano, Giuseppe Lanino, Leandro Amato, Maurizio Rippa, Alessandra Borgia, Annibale Pavone, Emilio Vacca
SCENE Simone Mannino E Simona D’Amico COSTUMI Fabio Sonnino LUCI Simone De Angelis SUONO Franco Visioli
DRAMMATURGA Linda Dalisi
ASSISTENTI ALLA REGIA Brunella Giolivo, Michele Mele

Altro è cadere in un pozzo perché si guardava un punto indeterminato, altro è cadere in un pozzo perché si guardava una stella
Henri Bergson

La stella cometa non porta nessuna buona notizia, non mi interessano i buoni sentimenti. Luca Cupiello insegue la stella come le pale di un mulino a vento.
Lievita in assenza di concretezza e si riduce ad un dolore fasciato di pelle e ossa; un pater fuori ruolo che parla un’altra lingua e si muove in un altro modo.
La stella cometa illumina un presepe dietro il quale abbiamo messo tutto quello che non vogliamo vedere o che non vogliamo accettare, mentre arrivano le feste. La famiglia e le sue relazioni interne. La casa e gli equilibri che governa. Il carrozzone da trainare per un’altra madre coraggio. Quello che i genitori vogliono e quello che i figli fanno, le aspirazioni degli uni e la libertà degli altri, come si dovrebbe essere e come si vuole apparire; vuoti di senso sempre più difficili da colmare che diventano risacche di risentimento, di odio, di un perbenismo formale diventato un abito troppo stretto per le emozioni e i sentimenti. E poi i parenti, i vicini, gli altri. Generazioni si avvicendano e sono portatrici di valori diversi, distanti, inconciliabili, dagli esiti imprevedibili. Sguardi pronti a diventare giudizi e a indurci in comportamenti che qualcuno ha assunto come adeguati. Tutti sono immersi in un rituale funebre di interessi e di apparenze.
Tutti sono schiavi di un dedalo di aspettative scontate, immobili come i personaggi del presepe ma non ci sono nascite in vista.
Dalle note di regia di Antonio Latella

9 – 18 gennaio.15
GO DOWN, MOSES [RECENSIONE] di Romeo Castellucci Socìetas Raffaello Sanzio
MUSICA Scott Gibbons CON Gloria Dorliguzzo, Luca Nava, Gianni Plazzi, Stefano Questorio
E Sergio Scarlatella
DIREZIONE DELLA COSTRUZIONE SCENICA Massimiliano Peyrone
ASSISTENTE ALLA CREAZIONE LUCI Fabiana Piccioli

Go down, Moses affronta i differenti momenti della vita di Mosè, così com’è narrata nell’Antico Testamento. Nelle vicende di quest’uomo vi è qualcosa che inerisce la sostanza del nostro tempo. Come nel Mosè di Michelangelo – descritto nelle pagine che Freud ha dedicato a quest’opera – il profeta del monoteismo è qui presentato come un uomo reale che reagisce di fronte alle difficoltà che Dio gli pone innanzi: a partire dall’infanzia con l’abbandono nelle acque del Nilo, fino al mistero del roveto ardente dove si manifesta – nel kabod – l’abbacinante e terribile splendore della gloria di YHWH – per arrivare ai 40 giorni passati sul monte Sinai, dove riceve le tavole della legge per poi, al suo ritorno, scoprire il vitello d’oro eretto dal popolo.
Il personaggio Mosè è dissolto nelle scene, tralascia la narrazione biografica per estendersi su concetti, sentimenti e caratteri presagi di una rivelazione che agisce nel tempo attuale. Mosè è avvicinato allo sguardo dello spettatore, sostanziando ogni elemento sensibile dello spettacolo concepito per quadri e frammenti; vibrazioni psichiche che emergono come increspature nello spazio-tempo della vita quotidiana e, insieme, oscuramente percepita come esilio.
Il titolo evoca la celebre canzone spiritual degli schiavi d’America che identificavano il popolo ebraico come il simbolo e la preveggenza di un loro ritorno all’Africa, così come gli israeliti furono capaci di ritornare dall’esilio di Babilonia e, grazie a Mosè, affrancarsi dalla schiavitù di Egitto. Ora, il canto degli schiavi d’America può significare la condizione della nostra schiavitù incorporea in esilio dall’essere. Due immagini convogliano e guidano questo lungo spettacolo come le facce di una stessa medaglia: il roveto ardente, che rappresenta la vera immagine che nega ogni rappresentazione – “io sono colui che sono”, e il vitello d’oro, che invece raffigura la falsa immagine, illustrativa di quella stessa frase. Tutto quello che sta in mezzo è l’oggetto dello spettacolo.

20 gennaio I 15 febbraio.15
LE VOCI DI DENTRO [RECENSIONE] di Eduardo De Filippo regia Toni Servillo
CON Betti Pedrazzi, Chiara Baffi, Marcello Romolo, Lucia Mandarini, Gigio Morra, Peppe Servillo,Toni Servillo, Antonello Cossia, Vincenzo Nemolato, Marianna Robustelli, Daghi Rondanini, Rocco Giordano, Maria Angela Robustelli, Francesco Paglino
SCENE Lino Fiorito
COSTUMI Ortensia De Francesco

Torna sul palcoscenico dell’Argentina Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, diretto e interpretato da Toni Servillo, affiancato in scena dal fratello Peppe e da una folta compagnia di attori napoletani di diverse generazioni.
Scritta di getto nel 1948, la commedia è il ritratto di un’Italia che, dietro l’euforia della fine della guerra e della conseguente ricostruzione e dietro le prime avvisaglie del boom economico, cela la difficoltà delle relazioni umane, spesso improntate al sospetto e alla cattiveria. C’è anche una costante incomunicabilità che serpeggia nel testo e che è simboleggiata dal vecchio Zi’ Nicola: convinto dell’impossibilità di essere ascoltato dai propri simili, l’anziano non parla e si esprime soltanto facendo scoppiare mortaretti.
Il silenzio e il sogno, che tanta parte hanno nella commedia,- finiscono per rappresentare l’unico sfogo alle inquietudini quotidiane. Non a caso Le voci di dentro che, come sottolinea Cesare Garboli, non sono le voci della coscienza ma quelle del “profondo”, è ritenuta una delle opere più amare scritte da De Filippo. «Eduardo- sottolinea Toni Servillo nelle note di regia- scrive questa commedia sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, ritraendo con acutezza una caduta di valori che avrebbe contraddistinto la società, non solo italiana, per i decenni a venire. Ancora oggi sembra che Alberto Saporito scenda dal palcoscenico per avvicinarsi allo spettatore dicendogli che la vicenda che si sta narrando lo riguarda perché siamo tutti vittime, travolte dall’indifferenza, di un altro dopoguerra mondiale».

18 febbraio I 1 marzo.15
SLAVA’S SNOWSHOW [RECENSIONE] creato e messo in scena da SLAVA
CON Artem Zhimo,
Onofrio Colucci, Vanya Polunin, Yury Musatov, Aelita West, Alexandre Frish, Guido Nardin

Slava’s Snowshow! è lo spettacolo fra i più applauditi e amati degli ultimi anni nei più prestigiosi teatri: dal 2004 è attrazione fissa off-Broadway ed alcuni dei suoi numeri sono stati inglobati dal Cirque du Soleil. Il suo geniale ed eccentrico ideatore, il russo SLAVA, pluripremiato (ha meritato l’Olivier e il Time Out Award a Londra, il Drama Desk a New York, lo Stanislavskij a Mosca e il Festival Critics Award a Edimburgo) e considerato “il miglior clown del mondo”, afferma di amare «un teatro che nasce dai sogni e dalle fiabe; un teatro ricco di speranze e sogni, di desideri e di nostalgie, di mancanze e disillusioni. Un teatro che sfugge a qualsiasi definizione, all’interpretazione unica delle sue azioni e da qualsiasi tentativo di limitazione della sua libertà».
Lo Slava’s Snowshow! è proprio così: libero, lirico, ironico, fantasioso, divertentissimo e tenero, talvolta venato di malinconia. Raccoglie i numeri più belli e famosi del repertorio di SLAVA, che per la sua arte si ispira a maestri come Leonid Engibarov, clown triste, o al raffinato Marcel Marceau, o alla delicata comicità di Charlie Chaplin. Il risultato è una serata di teatro che è limitante definire semplicemente “spettacolo”: per il pubblico è un’esperienza incredibile e inattesa, che lascia gli adulti pervasi di spirito bambino, che induce spettatori piccoli e grandi a divertirsi nella neve e a giocare assieme con i giganteschi palloni che invadono il teatro nel gran finale: e mai nessuno, alla fine, ha voglia di lasciare la sala. Lo spettacolo è una sequenza di sorprendenti magie. Una nevicata di carta che infuria su tutta la sala, enormi, leggerissimi e colorati palloni che planano sulla platea, cinque clown che danno gas a una rappresentazione poetica e candida, dispettosa e imprevedibile, gioiosa e atletica, in bilico tra happening e circo. Ma prima di questo coup de theatre, sono molti i sortilegi e le ironie che i clown regalano alla platea, invadendola talvolta, per fare qualche dispetto esilarante.

3 – 15 marzo.15
IL DON GIOVANNI [ARTICOLO – DIBATTITO] Vivere è un abuso, mai un diritto
di Filippo Timi
regia e scena Filippo Timi
E CON Umberto Petranca, Alexandre Styker, Marina Rocco, Elena Lietti, Lucia Mascino, Roberto Laureri, Matteo De Blasio, Fulvio Accogli
COSTUMI Fabio Zambernardi

Attore, regista, scrittore, Filippo Timi dopo una lunga ed eterogenea esperienza teatrale, arriva al grande schermo e alla televisione con cui ottiene grande popolarità e riconoscimenti. Ma è sempre il teatro il perno della sua carriera artistica, che ora lo vede regista e interprete e autore del suo Don Giovanni. Né secondo Molière né secondo Mozart quindi, semplicemente secondo Filippo Timi: il mito di Don Giovanni riscritto dal più irriverente dei giovani artisti italiani.
Rivisitando il mito del Burlador de Sevilla sulla falsariga del libretto di Da Ponte, Timi si spinge oltre il divieto del filosofo-matematico Friedrich von Hardenberg, in arte Novalis, che sul finire del Settecento dichiarava che “l’infinito e la donna sono incomprensibili perché nessuno dei due può venire elevato al quadrato”. Con spezzature, metafore, allusioni e ironie il gioco di Timi mira a fare esplodere una tradizione che va dalla leggenda di Orfeo sbranato dalle femmine invasate, fino alla sprezzante definizione che il darwiniano Richard Dawkins ha dato di Dio (un “meme” particolarmente invasivo: quasi un virus della psiche), passando per l’arte della fuga, non solo scenica ma anche musicale (pensiamo a Bach), per la dissoluzione delle istituzioni, per la forza anarchica della passione che alla fine distrugge se stessa.
L’esito paradossale è una sorta di religione della mente, “con un Dio così umano da far tenerezza… che non cerca il bene, che non combatte il male e finalmente si arrende alla bellezza della vita”. È la religione impossibile sognata da Nietzsche, che si realizza nella magia della scena.

18 marzo – 19 aprile.15
CARMEN
DA Prosper Mérimée, Henri Meilhac E Ludovic Halévy
adattamento di Enzo Moscato e Mario Martone regia di Mario Martone
MUSICHE George Bizet
DIREZIONE MUSICALE Mario Tronco
ARRANGIAMENTO MUSICALE Mario Tronco E Leandro Piccioni
ESECUZIONE DAL VIVO Orchestra di Piazza Vittorio
CON Iaia Forte, Roberto De Francesco E CAST IN VIA DI DEFINIZIONE

Mario Martone e Mario Tronco da anni accarezzano l’idea di lavorare insieme. Tutti e due hanno Napoli alle spalle, ma sempre ben presente nei loro pensieri. Il teatro e, in particolare, il teatro d’opera è sempre apparso loro il terreno di incontro ideale per far nascere uno spettacolo nuovo, di teatro e di musica, di poesia e di ritmo. E così è apparsa Carmen. Chiamando, a interpretarla, Iaia Forte, amica, musa e donna capace di stare al centro di molti incroci, quali saranno quelli della banda mista di napoletani e di immigrati che popoleranno il palcoscenico. E hanno chiamato Enzo Moscato, la voce più lirica del teatro italiano del nostro tempo, a riscrivere i testi di questa favola mediterranea. Moscato, autore performer-regista anomalo e inconfondibile, si è spesso misurato con le diverse tradizioni teatrali e musicali, rilette alla luce della più agguerrita e innovativa cultura europea contemporanea, oltre che della sua personalissima indole partenopea.
Storia malinconicamente contemporanea, Carmen è una tragedia che quotidianamente si ripete nel mondo, un fenomeno che oggi si definisce con la parola “femminicidio”, ma che in passato in Italia veniva annoverato come “delitto passionale”.
Partendo dalla fonte letteraria e dal libretto del capolavoro di Bizet, nelle mani di Martone l’opera approda verso temi contemporanei, affidandosi al talento, ai volti e alla teatralità innata dei musicisti dell’Orchestra di Piazza Vittorio, un ensemble noto a livello internazionale, che riunisce artisti, culture e tradizioni, memorie, sonorità antiche e nuove, strumenti sconosciuti e melodie universali. Carmen è un’opéra-comique ispirata dalla musica gitana; il lavoro di Mario Tronco e Leandro Piccioni esalta le zone della partitura di forte ispirazione popolare, mettendo a nudo la composizione originaria, rendendola il più semplice possibile, fino ad arrivare al centro dell’emozione: teatro e musica insieme, nel solco della Zarzuela, di Viviani e della sceneggiata.

21 – 23 aprile.15
ENEIDE DI KRYPTON – un nuovo canto [RECENSIONE] scritto e diretto da Giancarlo Cauteruccio
MUSICHE Litfiba – Beau Geste
ESEGUITE DAL VIVO DA Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi, Francesco Magnelli
CON Giancarlo Cauteruccio
E CON LA VOCE OFF DI Ginevra Di Marco CORPI IN VIDEO Massimo Bevilacqua E Claudia Fossi
PROGETTO SCENICO E ALLESTIMENTI Loris Giancola
PROGETTO LUCI Mariano De Tassis
ELABORAZIONI DIGITAL – VIDEO Alessio Bianciardi E Stefano Fomasi
COSTUMI E ASSISTENTE ALLA REGIA Massimo Bevilacqua
OPERATORE LASER Michele Barzan

Trent’anni fa Eneide di Krypton, con la regia di Giancarlo Cauteruccio e con le musiche originali dei Litfiba, fu uno spettacolo cult che generò una rivoluzione estetica, con un ruolo centrale nelle trasformazioni della ricerca teatrale. Gli spettatori assistettero alla rappresentazione multimediale di un poema epico, in cui l’elemento narrativo della luce e il tratto stilizzato dei performer, vestiti delle armature di Regina Martino, rendevano un’immagine sfolgorante del nuovo teatro italiano. Lo spettacolo, opera post-moderna per eccellenza, circuitò nei maggiori teatri italiani e approdò nell’autunno del 1984 al teatro La Mama di New York City, diretto da Ellen Stewart, per il festival “Benvenuto” New Theatre Italy.
La nuova Eneide di Krypton è un “concerto/teatro” che si misura con il tempo presente e si spinge in avanti a indagare nuovi territori scenici, senza però tradire l’essenza dei brani storici, presenti e sedimentati anche nella memoria degli spettatori. Una vera e propria scossa di suono e voce che sottolinea anni di viaggi immaginari compiuti dalla voce di Giancarlo Cauteruccio e dalla musica eseguita dal vivo da Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi e Francesco Magnelli, ancora desiderosi di invenzione, di creazione, di ritmo, di rumore. Quel rumore estetico di Eneide di Krypton che torna con una nuova spinta, con la necessità di contrastare il rumore contemporaneo che assilla e intacca l’arte e la creatività. Con Eneide di Krypton – un nuovo canto, Cauteruccio riporta sul palcoscenico un pezzo di storia del teatro italiano, arricchito dell’esperienza maturata dagli artisti, del mutato punto di vista, delle nuove possibilità tecnologiche e non ultimo di un senso critico verso i linguaggi e verso il sistema delle arti. In questo allestimento gli artisti entrano direttamente nella scena per farsi carico di tutta l’energia creativa ed espressiva che dall’opera virgiliana discende di nuovo sui suoi cantori contemporanei. Quel che fu un racconto in musica, basato sull’azzerarsi della parola poetica, viene oggi interpretato come testimonianza viva, dove gli artisti recuperano il testo virgiliano e gli conferiscono una nuova vibrazione.

4 | 31 maggio.15
DER PARK
di Botho Strauss
dal Sogno di Shakespeare regia Peter Stein
CON LA COMPAGNIA IN RESIDENZA DEL TEATRO DI ROMA
Alessandro Averone, Maddalena Crippa, Gianluigi Fogacci, Paolo Graziosi, Pia Lanciotti, Andrea Nicolini, Graziano Piazza, Elia Schilton (E ALTRI IN VIA DI DEFINIZIONE)

Der Park è una tragicommedia che Boto Strauss ha scritto appositamente per Peter Stein nel 1983 e che fu messa in scena dalla Schaubühne am Lehniner Platz, per la regia dello stesso Stein, nel 1984 con Bruno Ganz e Jutta Lampe.
In Der Park la solitudine e la malinconia sono elevate a livello di potenze mitiche. Con riferimenti politici, ma scavando nella realtà dei sentimenti, Strauss ci mette di fronte alla necessità del ritorno all’interiorità, per quanto mutilata e martoriata: i suoi personaggi, attraverso l’introspezione, dissezionano senza pietà la loro anima con la forza della disperazione.
Scrive Franco Quadri: «Questa allegoria dei giorni nostri, nel trasferire il Sogno al Tiergarten di Berlino o al Central Park di New York, ricalca i temi consueti di Strauss, magari con qualche ambizione in più nei riferimenti classici».
La storia è incentrata intorno ad Oberon e Titania che, nella speranza di ricondurre l’umanità alla riconquista dell’armonia perduta, fanno visita di notte ad un parco cittadino. In questo incontro fra il mistico e la dura realtà quotidiana gli amanti infelici che vivono nel parco non riescono a raggiungere quell’armonia divina perduta mentre gli dei diventano come i mortali.
Un gioco poetico di metamorfosi dove si dipingono scene impietose della società in un parco, completamente frainteso dagli dei che credono di essere in uno spazio mitico mentre invece si tratta solo di una natura fortemente umanizzata.

3 – 7 giugno.15
IL CAMBIO DEI CAVALLI
di Franca Valeri
regia Giuseppe Marini
CON Franca Valeri, Urbano Barberini E Alice Torriani
SCENE Alessandro Chiti
LUCI Michelangelo Vitullo

Un’artista così originale, che ha attraversato la storia dello spettacolo italiano e che rappresenta un caposaldo della cultura italiana, non ha certo bisogno di presentazioni. Per lei parla una carriera unica, durata oltre sessant’anni, fra teatro, radio, cinema e televisione, caratterizzata da uno stile inconfondibile, basato su un uso intelligente e sottile dell’ironia.
Attenta lettrice della società e delle sue dinamiche, associa al valore dell’attrice quello dell’autrice e dell’intellettuale che ha modernizzato il linguaggio, inventato maschere e coniato autentici prototipi di comicità, Franca Valeri non ha mai smesso di essere innovativa, pur rimanendo sempre fedele a se stessa e al suo linguaggio colto, raffinato, denso, ma anche incredibilmente popolare.
A conferma della sua inesauribile vitalità artistica, ci regala oggi il suo ultimo gioiello drammaturgico, Il cambio dei cavalli, nel quale il consueto, pungente sarcasmo si sposa ad una meravigliosa arguzia di scrittura. Un testo che, come sempre, coinvolge, diverte e fa riflettere grazie al piglio forte e svagato dei personaggi che lo animano, ai dialoghi vivaci e ricchi d’intelligente e amabile ostilità, alle battute brillanti e caustiche, alla ricchezza di riflessioni e aforismi. Sul palcoscenico si muovono una vecchia signora ironica e raffinata; un ricchissimo imprenditore (figlio dell’amante storico, morto da alcuni anni, della vecchia signora); una specie di escort, arrampicatrice sociale. L’imprenditore sfreccia, indolente e infastidito, lungo il suo percorso di finanziere e puttaniere, ma sempre più spesso si concede una sosta, il cambio dei cavalli, appunto, da questa sua improbabile e comprensiva matrigna. Con lei intrattiene discorsi bizzarri e laterali, ma che toccano nel profondo la sua debolezza esistenziale. E la ragazza? La ragazza, nonostante tutto, alla fine se lo sposerà.
Oltre a quel mix inconfondibile e irrinunciabile di garbo, ironia, arguzia e levità che ha costruito negli anni il suo inossidabile e personalissimo stile, la nuova commedia di Franca Valeri affascina per la grazia e l’originalità con le quali medita sul problema generazionale, sul peso e l’ingombro dei Padri sulla vita e sul futuro dei Figli, specie se figli maschi. Da sempre dedita a quelle chirurgiche e irresistibili ispezioni nell’animo femminile, Franca Valeri si diverte a scandagliare con la sua penna-bisturi i nodi irrisolti dell’animo maschile, stigmatizzati dalla paradigmatica domanda amletica “essere o non essere”.

8 – 16 giugno.15
IO CANTO DA SOLA (e non solo)

8 – 9 giugno.15
ORA È VENUTA L’ORA
QUARTETTO VOCALE DI Giovanna Marini
CON Patrizia Bovi Francesca Breschi, Patrizia Nasini
E CON Coro del Corso di Estetica del Canto Contadino della Scuola Popolare di Musica
ASSISTENTE Xavier Rebut

Il Quartetto Vocale di Giovanna Marini canta e racconta, ormai da 38 anni le storie della gente e lo fa perché alla gente piace ascoltare racconti in cui è protagonista. Canterà anche di Pier Paolo Pasolini e dei suoi Sogni di una cosa.
Canterà anche il Coro del Corso di Estetica del Canto Contadino della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, storie rituali del nostro paese, e ognuno potrà ricordare quello che più gli sta a cuore in queste polifonie antiche e sempre così presenti e piene di emozioni. Per una vita ridotta ormai a corse affannate su rotaie infuocate una serata di riposo, di bella musica e di serenità sarà un momento da ricordare con gioia.

10 – 11 giugno.15
ITALIA MIA ITALIA
DI E CON Maddalena Crippa
REGIA Peter Stein
DIREZIONE MUSICALE ARRANGIAMENTI E PIANOFORTE Massimiliano Gagliardi Bubbez Orchestra
Rossella Zampiron VIOLONCELLO Massimo De Lorenzi CHITARRA Ermanno Dodaro CONTRABBASSO

È un tempo difficile, molto difficile per l’Italia, in un tempo così mi sento chiamata a fare qualcosa per il mio paese. Italia mia Italia nasce da qui, da questo bisogno di reagire, di rompere l’immobilità rassegnata, il lamento continuo, la visione solo negativa che si ha dall’angolo in cui siamo finiti. Voglio assecondare invece la voglia di spostare il fuoco, per ritrovare un identità positiva del nostro essere italiani e finalmente riconoscere la fortuna, si, “la fortuna di vivere adesso questo tempo sbandato” per citare Fossati.
Il gesto che meglio esprime lo spirito di questo spettacolo è una carezza che conforta. Una carezza fatta di parole anche mie e musica, mescolando Pasolini e Battisti, Leopardi e Cotugno, Piccolo e De Andre’, Fellini ed Endrigo, Cassano e Battiato, Gualtieri e Fossati, Farinetti con Modugno e Conte. Si tratta di un viaggio dentro la nostra “Paeninsula” citando il libro di Franco Cassano che mi ha ispirata, scaldato dal pianoforte e dagli arrangiamenti di Massimiliano Gagliardi e dalle atmosfere del violoncello, chitarra e contrabbasso della Bubbez Orchestra.
Un viaggio che ha avuto per bussola il mio istinto il mio cuore, la mia sensibilità’ femminile e l’ aiuto di due care amiche e colleghe Letizia Quintavalla e Tania Rocchetta, che ringrazio. Un consiglio? non ve lo perdete.
Maddalena Crippa

15 – 16 giugno.15
AMORE AL TEMPO DEL COLERA
Canti e incanti dal romanzo di Gabriel García Márquez
REGIA Cristina Pezzoli
CON Laura Marinoni

Cantare un amore a distanza che dura tutta la vita fino a compiersi nella vecchiaia avanzata è la straordinaria invenzione narrativa di uno dei più grandi inventori di storie del nostro tempo, recentemente scomparso: Gabriel García Márquez. Ma è anche materia di grande fascino per generare una curiosa occasione di teatro.
Teatro della Vita che a volte accade nei modi più inaspettati. Florentino e Fermina si tengono nel cuore da lontano, mentre le loro vite scorrono parallele con le scelte che ne conseguono: marito, amanti, figli, infelicità e abitudine…
Quello che si era acceso nella prima giovinezza tra i due protagonisti si compie con un happy end stupefacente, dopo un’attesa di durata mitologica.
La potente epopea romantica di L’amore ai tempi del colera autorizza ad aprire un dialogo tra episodi, personaggi e musica.
Le canzoni scelte prendono spunto dalle vicende e dalle atmosfere del romanzo e rivelano un’inedita Laura Marinoni che recita e canta, accompagnata dal vivo dal Maestro Alessandro Nidi, diventando il poliedrico strumento di una forma di racconto che intende usare parole e musica senza soluzione di continuità.
La gioia e la saudade del suo canto sprigionano e accompagnano l’intima essenza di questo romanzo da anni diventato un cult: la storia intrigante di un amore che assomiglia ad un lungo combattimento, come i rituali di corteggiamento di certi animali in cui amore e lotta si confondono e si mischiano, disegnando un destino.
Cristina Pezzoli

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