I Bottegai di Chiti e la platea vuota di Tor Bella Monaca

Recensione e riflessione su I Bottegai visto al Teatro Tor Bella Monaca di Roma

 

I Bottegai Ugo Chiti
foto www.ntr24.tv

Quale sarà il futuro degli ex-teatri di cintura Quarticciolo e Tor Bella Monaca è ancora un mistero, il periodo di gestione affidato alle associazioni vincitrici dei bandi è in scadenza. Sarebbe auspicabile una revisione profonda del progetto della Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea ideato dalla giunta Alemanno, ma non pare ci siano la forza e la volontà necessarie in questo momento. Il Comune però avrebbe almeno il dovere, in breve tempo, di mettere a conoscenza i cittadini circa il destino degli spazi teatrali e dei percorsi avviati. Alla fine di giugno infatti scadranno i mandati e Zètema ha indetto un bando (sito Zètema) per selezionare compagnie nel periodo estivo, naturalmente a incasso…

Di certo la situazione non può rimanere quella della prima stagione, con i finanziamenti ridotti all’osso e la macchina centrale – quel cervello che dovrebbe creare il circuito, connettendo gli spazi e il pubblico con una serie di proposte extra, il lavoro sugli spettatori e nelle scuole – avrebbe bisogno almeno di una messa a punto delle proprie strategie di comunicazione.

In una metropoli con decine e decine di spazi teatrali e un pubblico circoscritto, che va conquistato, la comunicazione è uno di quei processi determinanti, altrimenti a rimetterci sono gli artisti, soprattutto quelli provenienti da fuori Roma, programmati a incasso e con il rischio di recitare di fronte a platee vuote. Questo al netto degli sforzi compiuti da chi i teatri li anima quotidianamente e con risultati spesso insperati.

La storica compagnia Arca Azzurra Teatro si è ritrovata di sabato sera nella sala grande del Teatro Tor Bella Monaca (quasi 300 posti) con una ventina di spettatori paganti: la debacle è tale che verrebbe da chiedersi che tipo di lavoro abbia fatto il teatro diretto da Alessandro Benvenuti sul territorio durante la stagione e dove sia finito il risultato delle progettualità di cui parla Emanuela Giordano, la direttrice della Casa dei Teatri, in questa intervista. Ed è un peccato perché i pochi spettatori presenti hanno invece avuto la possibilità di assistere a qualcosa di emozionante e prezioso. In scena I Bottegai, una produzione del 1998 composta da tre testi di Ugo Chiti raccordati nel tema e nella scenografia; tre monologhi recitati con abilità, passione e quella immediatezza data solo dalla tecnica e dall’esperienza. Il nucleo centrale è quello del mestiere del commerciante declinato su tre piani temporali e umani diversi. Protagonista del primo assolo è Massimo Salvianti, elegante, vestito nero e bombetta; bottegaio della prima metà del Novecento, sognava un figlio che terminasse la dinastia per affermarsi invece nello studio; ora, dopo averlo perso proprio a causa della sua idea oppressiva, ogni tanto lo vede a occhi aperti, come fosse un fantasma. I tre racconti, oltre a condividere l’elemento della bottega che riferisce non solo del mestiere ma proprio di una condizione esistenziale che quasi delinea una ben precisa razza, si rapportano attraverso uno spazio geografico e scenico comune. Nella parlata dei tre si riconosce infatti un altro imprinting fondamentale, la provenienza toscana. E poi lo spazio della scena, una scatola bianca, luogo astratto per laiche confessioni nel caso del primo e del terzo monologo e stanza d’ospedale nel secondo. Ma anche in questo priva di oggetti e suppellettili. A Lucia Socci basta una sedia e una vestaglia, per il resto sono viso e postura a dare corpo a una vita che sta finendo; nel ricordo si stemperano le difficoltà di anni di matrimonio che scandirono l’esistenza tenendo ogni altro afflato lontano. Vi è una verticalità del ricordo che si annoda su sé stesso anche nella terza prova, affidata ad Andrea Costagli. Qui la sfida di Chiti è all’età moderna: il bottegaio è diventato un rampollo che eredita l’azienda di famiglia, un allevamento di maiali con cui l’autore rilancia perturbanti e tragici echi pasoliniani. Nella porcilaia ritroverà il peccato del nonno, l’adulterio incarnato da una donna senza età.

È assurdo sentirsi a fine spettacolo in un applauso nel quale rimbomba l’imbarazzo di una sala vuota per quello che certamente è stato uno dei lavori più interessanti della stagione, ma che arrivando da fuori Roma senza nessun facile richiamo popolare avrebbe avuto bisogno di un accompagnamento diverso, quasi di una preparazione del territorio, che a quanto pare richiede un impegno ulteriore.

Andrea Pocosgnich
Twitter @andreapox

Teatro Tor Bella Monaca, Maggio 2014

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I BOTTEGAI
un delirio, una riflessione, una confessione
di Ugo Chiti: Rutilio – Silvana – La Porcilaia
con Massimo Salvianti, Lucia Socci, Andrea Costagli
Scene Daniele Spisa
Costumi Giuliana Colzi
Luci Marco Messeri

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11 COMMENTS

  1. Capisco totalmente il Suo imbarazzo e lo sdegno, caro Andrea, per l’ennesima occasione persa: avendo qualche primavera sulle spalle ricordo ancora il desolante squallore di una sala enorme come il Brancaccio nella quale si perdevano una trentina di persone, invitate a gran voce dagli attori a planare in platea stringendosi alla compagnia, in occasione di una splendida rappresentazione di un gioiello di farsa napoletana, la “Francesca da Rimini”, cosiddetta “tragedia a vapore”, nobilitata dall’interpretazione di Aldo e Carlo Giuffrè ma mandata allo sbaraglio senza promozione né preparazione. Nei teatri di cintura ci sarebbero ottime potenzialità, sia come bacino di utenza che per ricettività intellettuale, per riempire il vuoto incolmabile lasciato dalla precoce dipartita del Teatro India: sono le carenze della direzione, che non può limitarsi evidentemente a comporre un cartellone per darlo in pasto a un pubblico che ancora “non c’è”, a vanificare gli sforzi.

  2. Mancano i soldi per la promozione, per la pubblicità, per la formazione del pubblico… il problema ormai è diventato molto serio e profondo, non solo per il teatro ma per tutta la cultura italiana. Un saluto.

  3. Siamo sinceramente sorprese in merito alle sue riflessioni relative al Teatro Tor Bella Monaca nel suo pezzo sui “Bottegai”. Il Teatro, grazie alla gestione delle associazioni vincitrici del bando dello scorso anno, sta vivendo una stagione positiva se si pensa che ha staccato circa 40.000 biglietti in un anno alternando teatro, danza e musica, registrando spesso il tutto esaurito. Grazie alla direzione artistica di Alessandro Benvenuti e alla direzione di Filippo D’Alessio si sono alternati sul palcoscenico del teatro attori come Giorgio Tirabassi, Massimo Dapporto, Cinzia Leone, Amanda Sandrelli (per citarne solo alcuni insieme a Simone Cristicchi in scena in questi giorni), accolti con calore ed affetto dal pubblico, insieme a musicisti di livello internazionale come Danilo Rea, Mario Raja, Alfredo Santoloci, etc. Con una politica popolare di prezzo il teatro e’ un riferimento per coloro che vogliono assistere ad uno spettacolo di qualita’ a soli 10 euro o ancora meno come per i concerti delle Domeniche in Musica, organizzati con il Conservatorio di Santa Cecilia a soli 5 euro con il caffe’ offerto dal teatro. La direzione e’ cosi’ attenta al proprio pubblico che ha addirittura organizzato per il primo maggio la “Festa del teatro” presso il Teatro Potlach a Fara Sabina alla quale hanno aderito entusiasticamente 150 spettatori. Un critico dovrebbe conoscere piu’ da vicino un teatro assistendo a piu’ spettacoli nel tempo prima di tranciare giudizi fuorvianti che non tengono conto del grande lavoro svolto quotidianamente da tutto il team del teatro. Uno spettacolo con pochi spettatori purtroppo e’ all’ordine del giorno in tutte le sale.
    Per quanto riguarda le strategie di comunicazione i risultati sono sotto gli occhi di tutti i lettori non solo degli online ma anche dei quotidiani e periodici che segnalano puntualmente tutti gli appuntamenti del teatro. Come sottolinea nel suo pezzo “ In una metropoli con decine e decine di spazi teatrali e un pubblico circoscritto, che va conquistato, la comunicazione è uno di quei processi determinanti, altrimenti a rimetterci sono gli artisti…”, questo non solo lo sappiamo bene ma e’ la nostra “best practice” quotidiana. Cecilia e Monica Brizzi, Ufficio stampa Teatro Tor Bella Monaca

    • @Monica e Cecilia Brizzi

      Ma è logico che voi fate il vostro mestiere, questa risposta ne è la dimostrazione… ma dovete anche leggere oltre. La mia riflessione è più ampia della singola serata da cui ho tratto spunto, ed è una riflessione sul modello Casa dei Teatri. Poi se volete possiamo confrontarci coi numeri, mi piacerebbe conoscere a questo punto quelli relativi ai nomi meno di richiamo di quelli da voi citati… Ma va benissimo, se questo dei Bottegai è stato un caso isolato vuol dire che le cose funzionano… L’articolo è fuorviante per chi non vuole (o non sa) leggere oltre la superficialità: tra l’altro è normalissimo che un osservatore si faccia delle domande, si ponga delle questioni. Forse non ci siamo più abituati?

      Saluti.

      Andrea

  4. @Paolo – In questo caso specifico non c’è nulla di imbarazzante a mio parere, infatti a fronte di un prezzo del biglietto veramente popolare, è possibile assistere a spettacoli teatrali e musicali di notevole qualità e con artisti che una volta potevi trovare solo nei teatri del centro! In conclusione, basta frequentare questa sala per vedere che al Teatro Tor Bella Monaca il pubblico c’è eccome!

    Paolo
    Capisco totalmente il Suo imbarazzo e lo sdegno, caro Andrea, per l’ennesima occasione persa: avendo qualche primavera sulle spalle ricordo ancora il desolante squallore di una sala enorme come il Brancaccio nella quale si perdevano una trentina di persone, invitate a gran voce dagli attori a planare in platea stringendosi alla compagnia, in occasione di una splendida rappresentazione di un gioiello di farsa napoletana, la “Francesca da Rimini”, cosiddetta “tragedia a vapore”, nobilitata dall’interpretazione di Aldo e Carlo Giuffrè ma mandata allo sbaraglio senza promozione né preparazione. Nei teatri di cintura ci sarebbero ottime potenzialità, sia come bacino di utenza che per ricettività intellettuale, per riempire il vuoto incolmabile lasciato dalla precoce dipartita del Teatro India: sono le carenze della direzione, che non può limitarsi evidentemente a comporre un cartellone per darlo in pasto a un pubblico che ancora “non c’è”, a vanificare gli sforzi.

  5. agli abitanti di tor bella monaca, del teatro, importa meno che a Telemaco Canova. nonostante i lodevoli sforzi di chi si rimbocca le maniche. è l’amara verità. amara per noi che facciamo teatro.

  6. Mmm sui 40.000 dubito fortemente (vorrebbe dire più di 200 spettatori al giorno… E personalmente conosco 10 spettacoli che non hanno superato i 50 spettatori).
    Comunque ci sono da dire un po’ di cose:
    1- quest’anno non hanno avuto vita facile i teatro di cintura o come li vogliamo chiamare: ad esempio gli stessi spettacoli di sistema erano drammaticamente vuoti e sulle spalle degli artisti.
    La comunicazione è per molti disastrosa e in più le regole per gestire quei posti sono al limite dell’assurdo.
    2- è chiaro e giusto che un critico parli del pubblico in casi estremi: ricordo quando nebbia parlò del teatro caverna e si alzò il polverone Furio Camillo. Ma spesso il cronista difficilmente fa la cronaca di ciò che non tira acqua al suo mulino (come non dire per uno spettacolo che non ha gradito che il pubblico ha osannato o si è commosso), oppure a volte raccontare di una sala vuota senza motivo, quando poi si scopre che il motivo reale c’è (vedi Fattore Kerubini al tordinona).

    Forse io non avrei tratto le conclusioni da una serata sola o almeno le avrei correlate di almeno il piano di comunicazione di quel teatro. Comunque un teatro vuoto non fa più notizia, ma ne fa uno pieno!!!!

    • Dario sono d’accordo su tutto, meno che sull’ultimo punto. L’onestà intellettuale di questa rivista non si discute, è ciò che la manda avanti… non c’è acqua e non c’è mulino.

      Ripeto quello che ho detto rispondendo a Monica e Cecilia Brizzi: non c’è più l’abitudine al pensiero e alla critica. Si preferisce il trafiletto innocuo sul giornale oppure la recensione sul blog che racconti per filo e per segno quello che accade in scena.

      Mi dispiace su TeC invece ci permettiamo il rischio della riflessione, cercando di mettere insieme i pezzi di un discorso più ampio…

      andrea

  7. Facciamo questo lavoro da piu’ di 25 anni e ne conosciamo bene tutti i meccanismi. E’ la prima volta, pero’, in un anno che abbiamo ritenuto di dover intervenire per effettuare delle precisazioni.

    Il suo articolo e’ stato volutamente strutturato in un attacco iniziale rivolto sia al modello della casa dei Teatri che, in particolare al Teatro Tor Bella Monaca, alla sua direzione e al suo ufficio stampa. Sarebbe stato sicuramente piu’ indicato, soprattutto per una testata di settore come la vostra che non ha di certo problemi di spazio, scrivere un pezzo ad “hoc” sul modello Casa dei Teatri scisso dal singolo spettacolo che, peraltro, le e’ piaciuto come si evince dalla recensione.La scelta non casuale del titolo era volta a rimarcare quello che lei ritiene un disastro!

    Detto questo e’ ovvio che le produzioni piu’ di nicchia possano riscuotere minori consensi da parte del pubblico che privilegia spettacoli con artisti che conosce meglio (ad esempio il teatro per lo spettacolo di Simone Cristicchi ieri sera era esaurito); questo credo che accada in tutti i teatri e non solo al Teatro Tor Bella Monaca.

    In relazione al post di Dario Aggioli mi preme segnalare due elementi che possono aiutare a capire l’eccellente risultato raggiunto dal teatro: la direzione artistica di Alessandro Benvenuti e quella operativa di Filippo D’Alessio, infaticabili promotori di spettacoli di qualita’, di iniziative volte a promuovere la divulgazione di tematiche non abituali in un quartiere come Tor Bella Monaca. Penso ai 24 concerti realizzati in collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia che, a fronte di un biglietto di soli 5 euro con caffe’ offerto dal teatro, portano musica di qualita’ tutte le domeniche mattina o le proiezioni delle opere realizzate dal Teatro La Fenice o il recente progetto, promosso in sinergia con la Fiadda, per lo spettacolo di Benvenuti “ Tutto Shakespeare in 90 minuti” sovratitolato per i non udenti.

    E’ proprio quest’offerta variegata che ha reso possibile il risultato dei 40.000 biglietti venduti. Del resto il teatro e’ aperto quasi tutti i giorni, spesso con due spettacoli in contemporanea ( la sala grande ha 284 posti e la piccola 98) con una politica di prezzo assolutamente popolare.Nonostante tutti questi sforzi e’ evidente che non si puo’ avere il sold out tutte le sere!

    “Il rischio della riflessione” e, in particolare, di questo tipo di riflessione, comporta l’inevitabile conseguenza di un commento.

    Cecilia e Monica Brizzi, ufficio stampa Teatro Tor Bella Monaca.

    • Dunque per voi non è un problema che a uno spettacolo così bello ci siano stati solo 20 spettatori? Perché il fuoco del discorso nel mio articolo è questo, nessuno mette in dubbio il lavoro quotidiano, l’ho anche specificato. Ho solo scritto che probabilmente per una certa programmazione vi è bisogno anche di un altro lavoro di promozione, tutto qui: ho posto un problema…

  8. Unicamente per completezza al mio commento, mi permetto di segnalare a lei e a chi desidera vedere le cose in piena luce, questo interessante articolo pubblicato giusto ieri: http://romasuonabene20.altervista.org/blog/grande-successo-per-simone-cristicchi-teatro-tor-bella-monaca

    Walter
    @Paolo – In questo caso specifico non c’è nulla di imbarazzante a mio parere, infatti a fronte di un prezzo del biglietto veramente popolare, è possibile assistere a spettacoli teatrali e musicali di notevole qualità e con artisti che una volta potevi trovare solo nei teatri del centro! In conclusione, basta frequentare questa sala per vedere che al Teatro Tor Bella Monaca il pubblico c’è eccome!

    Paolo
    Capisco totalmente il Suo imbarazzo e lo sdegno, caro Andrea, per l’ennesima occasione persa: avendo qualche primavera sulle spalle ricordo ancora il desolante squallore di una sala enorme come il Brancaccio nella quale si perdevano una trentina di persone, invitate a gran voce dagli attori a planare in platea stringendosi alla compagnia, in occasione di una splendida rappresentazione di un gioiello di farsa napoletana, la “Francesca da Rimini”, cosiddetta “tragedia a vapore”, nobilitata dall’interpretazione di Aldo e Carlo Giuffrè ma mandata allo sbaraglio senza promozione né preparazione. Nei teatri di cintura ci sarebbero ottime potenzialità, sia come bacino di utenza che per ricettività intellettuale, per riempire il vuoto incolmabile lasciato dalla precoce dipartita del Teatro India: sono le carenze della direzione, che non può limitarsi evidentemente a comporre un cartellone per darlo in pasto a un pubblico che ancora “non c’è”, a vanificare gli sforzi.

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