La lieve vita in stallo. Bellocchio e il suo Čechov

Foto di TOmmaso Le Pera
Foto di Tommaso Le Pera

Potremmo dimenticare che vi fosse una sala stracolma di volti noti ammantati di abiti eleganti, come si conviene a una prima di queste. Se tralasciassimo anche i nomi dei protagonisti finiremmo per attribuire all’occasione, però, un valore che forse non corrisponde in pieno alla verità. Certo si tratta di Čechov, un classico capace di anticipare molte tematiche del Novecento. È di sicuro attuale ancor oggi – potrebbe bastare questo a destare interesse – ma come non pensare anche a Sergio Rubini e Michele Placido, diretti insieme a un cast di tutto rispetto da qualcuno che, pur essendo alla sua terza regia teatrale, genera indubbia curiosità come Marco Bellocchio? Tuttavia pur potendo, almeno in apparenza, presentarsi come un’operazione che in tali presenze trova il proprio richiamo, non delude le aspettative questo Zio Vanja, che fino al 15 dicembre rimarrà al Teatro Quirino.

Chiunque abbia anche solo sfiorato le tavole del palcoscenico avrà collegato quasi immediatamente il nome del drammaturgo russo a Stanislavskij, il più conosciuto (e saccheggiato, anche a torto) maestro di teatro novecentesco. Ricorderà di aver sentito di regie rivoluzionarie che avevano nel lavoro d’attore primo fondamento costruttivo. Ma avrebbe saputo anche della scontentezza di Čechov, convinto di scrivere vaudeville o commediole leggere, trovandosi invece al cospetto di spettacoli densi, sospesi, in cui il personaggio era scavato dentro la pelle di chi lo interpretava. I due non furono spesso d’accordo, anche se la loro fortuna, la loro efficacia, risiede probabilmente proprio in questo incontro dissonante.

Zio Vanja
Foto di Tommaso Le Pera

Questi pensieri vengono alla mente a posteriori, quando sembra si stia per dimenticare di aver visto “un Čechov” che ha fama d’esser narratore di una quotidianità molteplice. La regia di Bellocchio, fedele al testo, rimbalza con leggerezza la narrazione delle vicende ambientate in un podere di campagna che un uomo di mezza età, Vanja, gestisce insieme alla nipote per conto del vecchio cognato, fino al momento in cui quest’ultimo, non giungerà con la giovane e bellissima nuova moglie a sconvolgere le abitudini e la vita di tutti. La scena riprende l’interno di una casa con delle zone di vuoto utili a suggerire quel giardino presente nelle didascalie originali, con alcuni tronchi sospesi sul fondo funzionali forse a favorire i piccoli cambi tra un atto e l’altro operati dagli stessi attori o anche a rappresentare un mondo immobile.

Una regia dal pulito ed efficace impatto visivo, che si affida anche a morbide proiezioni d’ombra ricalcanti fronde di alberi o finestre in cui scorgere lampi. Assieme a ciò un tappeto sonoro di musiche – portatrici di emotività più che semplice accompagnamento – ma anche suoni registrati di cicale e tuoni, o rumori di pendola, ticchettii e passi agiti direttamente in scena, contribuirà in maniera sensibile alla creazione d’atmosfera entro cui far agire i personaggi, tutti mirabilmente sfaccettati. Tra la dolce e perturbante sensualità di una Elena dall’accento straniero, tra la genuinità di Sonja e la passione di Astrov, si erge la dirompenza scontrosa e imponente del professore Serebrjakov, un Michele Placido spesso accompagnato da irridenti marcette trionfali. Eppure rimane nel ricordo più di tutti Sergio Rubini che porta sulla scena un Vanja autoironico, dal corpo inquieto, sconvolto come chi fosse stato brutalmente svegliato dal suo sonno tranquillo. Questo effettivamente è ciò che accade, una violenta interruzione da una ciclica e monotona esistenza, che mette in discussione tutto, perfino il rispetto di quel professore, che da vicino non desta altro da gelosia, invidia, rabbia distruttrice. A causa sua «non ho passato perché l’ho sprecato in cose inutili e il presente è terribile per la sua assurdità», dirà Vanja.

La profondità del testo e della messinscena, che riprende con ironia mai grottesca questa società in stallo nella quale le foreste venivano abbattute senza che qualcos’altro vi si costruisse, si rispecchia in quella “drammaturgia della noia” che da Beckett in poi avrà posto in prima fila, ma che trova qui una delle sue radici. E non parla ancora di noi, uomini della chiacchiera, che come il professore diciamo di voler agire, pur preferendo rimanere nello stato di torpore, scappare di nuovo comodamente in città? Serebrjakov e sua moglie Elena muoiono dalla noia, non appartenendo più a quel mondo; ci sarebbe tanto da fare, vien detto loro, ma non ne hanno la vocazione. Tuttavia anche quello sconvolgimento, quella deformazione della quotidianità replicata da uno specchio posto a fondo di tutta la scena, non rimane che situazione temporanea: passaggio di vento che dilata l’immagine, la distorce, per poi placarsi di nuovo, ritornando a quell’immobilità di partenza, dimenticandosene. Il tutto però, lo percepiremo con un sorriso, con una leggerezza che lenta si insinuerà dentro, rimanendo inquietante nella sua tranquillità, nella sua fine apparentemente uguale all’inizio.

Viviana Raciti

in scena al Teatro Quirino fino ale 15 dicembre 2013 [cartellone 2013/2014]

ZIO VANJA
di Anton Čechov
con Sergio Rubini Michele Placido,Pier Giorgio Bellocchio, Anna Della Rosa, Lidiya Liberman, Bruno Cariello, Maria Lovetti, Marco Trebian
e con la partecipazione straordinaria di Lucia Ragni
musiche Carlo Crivelli
scene e disegno luci Giovanni Carluccio
costumi Daria Calvelli
aiuto regia Stefania De Santis
adattamento e regia Marco Bellocchio
produzione Federica Vincenti e Michele Placido per GOLDENART Production
foto di Tommaso Le Pera

5 COMMENTS

  1. La ringrazio per la sua risposta. Io non vado sul vostro sito per trovare una confrerma a ciò che penso. Di solito trovo una conformità di giudizio, e quando non la trovo è molto più interessante. Ho citato Nekrosius perchè credo che nessuno come lui abbia dato vita alle intenzioni drammaturgiche di Cechov. Credo che sia molto difficile per un italiano cogliere l’essenza di Cechov rispetto ad un lituano che ha nel DNA quel tipo di storie. Detto questo credo che Bellocchio non solo non ci sia riuscito (cosa che capita anche ai milgiori) ma che abbia anche messo in scena una rappresenatzione davvero mediocre oltre il discorso di drammaturgia. Come si fa a far recitare una signora come la balia che so essere una ex pediatra che ha sempre e solo fatto teatro amatoriale ( e si vede benissimo). Come si può far andare in scena una signora, la mamma, con le mesh ai capelli? Queste sono quei piccoli dettagli che rendono un lavoro “piccolo” rispetto ai propositi così alti. Se devo credere che questo sia ciò che Marco Bellocchio sappia fare a teatro sarà meglio torni al cinema che fa benissimo. Lo dico con dispiacere perchè sarebbe stato bello assistere ad uno spettacolo emozionante da parte di un grande regista di cinema come lui. Lei si è emozionata signora Raciti? Ha trovato che Michele Placido abbia fatto un buon lavoro? Che Rubini abbia colto l’essenza di Zio Vanja? Che Anna Della Rosa abbia emozionato con la sua Sonja? Ch Piergiorgio Bellocchio sia l’attore giusto per interpretare Astrov? Io no e resta la mia opiniione. Però dire che questo sia uno spettacolo riuscito non fa un buon servizio a nessuno e non bastano i tappeti musicali e le cicale per dare emozioni e verità a teatro per fortuna.

  2. Gentile signor Paolo è ovvio che siamo sempre nella sfera del gusto personale. Nel caso della recitazione di Anna De Rosa che a me non ha emozionato ma che comunque ha un suo stile recitativo che non amo ma che riconosco. Ho citato Nekrosius perchè solo un madre lingua (oltre alla genialità registica indiscussa) può entrare nelle piege di un autore. All’estero le trasposizioni di De Filippo o Prandello hanno avuto sempre poco successo. Castri ha fatto delle ottime trasposizioni perchè era un REGISTA di teatro. Lei definisce la messa in scena decorosa. Anche a lei dovrei chiedere quale sia il suo concetto di decoroso. Se ci vogliamo accontentarci del “decoro teatrale” mi viene un pò di amarezza, se invece pretendiamo operazioni eccellenti allora questa messa in scena (che a mio avviso non è neanche decorosa) deve essere stigmatizzata e criticata in maniera negativa. Leggere una buona critica mi fa cascare le braccia verso coloro che in questo mestiere ci mettono l’anima che nello spettacolo di Bellocchio non ho assolutamente trovato.

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