Alla ricerca di un nuovo Teatro India, Perdutamente

Teatro India - Foto Ufficio Stampa

Una calda serata di fine settembre, rumoreggia il passo lento sull’acciottolato di un lungotevere ignoto ai turisti affamati del centro; su un palchetto laterale affondato nella ghiaia pochi uomini accolgono una platea che li ascolterà. Così dovrebbe cominciare un articolo del genere, se tutti raccontassimo le cose come si vedono senza volerci guardare attraverso, se scrivessimo pezzi di servizio e ci dimenticassimo di affondare nella viscosità di un pensiero compromesso alla materia di cui ci occuperemo. È allora con altro spirito che bisogna raccontarlo, questo progetto nato in seno al Teatro di Roma dal nome Perdutamente: una factory, un cantiere teatrale che permetterà a 18 compagnie della scena contemporanea romana di abitare il Teatro India fino a dicembre, data ultima prima che il teatro sia consegnato ai suoi promessi lavori di ristrutturazione, che lo terranno chiuso per un tempo ancora indefinibile (ma che si prospetta non minore di due stagioni compiute) e che lascia alcuni dubbi – da verificare – sulla reale gittata di un simile progetto.

La conferenza stampa, nella strettoia tra le mura dello stabilimento e quelle esterne che separano dalla strada, ha avuto l’ardire e il pregio di tenere insieme diverse declinazioni del fare cultura in questa città. Così la formazione: lato destro, in duetto dal Teatro di Roma Franco Scaglia, presidente e Gabriele Lavia, direttore; lato sinistro: quattro rappresentanti delle compagnie coinvolte, in parità di genere (due uomini e due donne); al centro, in qualità di arbitro, l’assessore comunale chissà per quanto ancora alle Politiche Culturali e Centro Storico Dino Gasperini. Questo lo schieramento. Ma ecco d’improvviso, dopo gli inni nazionali, accadere ciò che non ti aspetti, o forse sì, perché non siamo all’inizio di una partita di calcio in cui le maglie possono distinguere appartenenze e ruoli: qui se l’arbitro si cambia la maglia e si mette quella di entrambe le squadre si vede da lontano, specialmente se, dopo aver fatto qualche errore grossolano nelle partite precedenti, si trovi nel periodo in cui sta cercando dalla curva e dalla federazione i gradi per essere riconfermato nella partita successiva.

Psicopompo Teatro - foto Simona Caleo

Dopo i rituali di forma e di concetto, uno degli “indipendenti” Nicola Danesi De Luca di Tony Clifton Circus ha sottolineato: «oggi che siamo venuti ad abitare questo luogo, non possiamo non pensare ai luoghi che abbiamo abitato prima: Rialto, Angelo Mai, Kollatino Underground e altri, spazi sociali ma ancor di più spazi teatrali abusivi, senza i quali noi non saremmo esistiti: la vera perdita sarebbe non averli più, ora che sono arrivati forti attacchi frontali». È stato allora che Dino Gasperini, con una calma invidiabile, ha rimosso dalla sua esperienza politica le ordinanze con cui durante lo scorso anno è stata minata e poi vietata l’attività di pubblico spettacolo al Kollatino Underground, la sorte simile dell’Angelo Mai e quella di molti altri spazi, sociali o privati (come toccò al Teatro dell’Orologio pochi mesi fa). Quella che in termini politici si chiama “messa a sistema”, darebbe a questi luoghi la giusta misura del lavoro svolto e finalmente le carte in regola per poter lavorare, altrimenti si rischia di essere chiusi e dimenticati, come è toccato nel 2009 all’esperienza maggiore di investimento umano nella cultura teatrale indipendente in città che è stato il Rialto Santambrogio. Ma quella è stata opera dell’amministrazione passata. Questi assessori la studiano la storia che li precede prima di prendersi un incarico? Medito e dubito.

Manco di cronaca. E va fatta perché qui la cosa più importante è quest’apertura ma si badi: non è solo delle amministrazioni e del Teatro di Roma a questo vasto e sommerso panorama, è anche delle compagnie indipendenti (tra di esse Accademia degli Artefatti, Fattore K, Santasangre, Fortebraccio, Muta Imago, MK, Opera, Psicopompoteatro e tante altre) che finalmente fanno sentire la propria voce e “da grandi” dialogano con il potere, tramite il quale avere un luogo di accoglienza per quella città che vorrà vederne processo e allestimenti scenici, non comunicati prima di metà novembre al fine di salvarne il carattere laboratoriale. Già, perché questo cantiere sarà aperto a chiunque vorrà saggiare la creazione artistica, la contaminazione fra le compagnie che lavoreranno contemporaneamente, producendo atti, distrazioni, incidenti, teorie sul tema della perdita. Non spettacoli, dunque, ma teatro. Proprio nel luogo dove si spera, presto, tornerà ad essercene uno.

Simone Nebbia

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Comments
  • Simone Nebbia 30 settembre 2012 at 11:25

    @Bea
    Ho atteso per una verifica ulteriore di quanto annunciato anche in conferenza stampa dal direttore: le compagnie sono state chiamate direttamente dal Teatro di Roma che ha valutato lo spessore degli artisti romani in questi anni e ha ridotto a queste le eccellenze cittadine. Chiaramente se ne potevano chiamare anche altre, ma in quel caso le economie si sarebbero disperse e il progetto avrebbe preso un’altra piega, di certo. Non c’è stato dunque nessun bando (del quale avremmo avuto notizia) ma un monitoraggio artistico che per uno Stabile dovrebbe essere la norma di una condotta virtuosa.
    Grazie per avermi permesso di specificarlo
    SN

  • Annalisa Lori 30 settembre 2012 at 20:45

    Anch’io vorrei sapere come sono state selezionate queste compagnie, il bando non c’era, non è mai stato scritto mi sembra.Sono curiosissima!

  • Marco puglisi 3 ottobre 2012 at 17:56

    Se ci fosse stato un bando, le compagnie selezionate sarebbero state sempre le stesse. Già in passato, a Roma, da un bando sono sempre uscite le stesse compagnie. Quindi a buon intenditor….

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