Radicondoli 2012 – Che Direzione tra le Apuane e il mare?

Riccardo Tesi - Foto di Simone Nebbia

Radicondoli se ne sta nella Val d’Elsa serena e assolata di luglio, ossia nel mese in cui ogni anno da ventisei ritroviamo questo paese in festival, animato da teatro e musica senza che tuttavia si snaturi la sua vocazione popolare e campagnola. Nel silenzio dei vicoli attorno al corso, via principale di ogni collegamento del paese, gli spunti artistici si installano come piccole carnalità che dalle pareti di mattoni prendono vita e si fanno altra vita; ecco come allora sono gli spazi liminari fra pubblico e privato che meglio sanno dare immagine concreta a questo pensiero, così è sull’uscio di una casa lungo il corso che s’installa quel germoglio vitale ch’è l’organetto di Riccardo Tesi, seduto su una piccola sedia a doghe di legno, compassato nell’espressione combatte contro il ritmo delle campane e spiega ad ogni pezzo il suo strumento, l’organetto diatonico “nonno della fisarmonica”, con cui lanciarsi in una moresca – la “danza delle spade” – che rievoca le battaglie contro i Saraceni. La sua musica segue senza sussulti quel silenzio tra i vicoli del paese, non si avverte distanza, ecco allora che sull’uscio di fianco, sotto un balcone con i gerani che cadono verso la strada, un’anziana signora s’è fatta portare dal suo bastone proprio lì fuori, ha tratto la sua sedia e si gode il concerto. È tra un uscio e l’altro – e la loro consanguineità – che si vede il segno di un festival come Radicondoli.

Quando si affaccia il teatro lo fa ancora in questo modo installativo, laddove però l’accezione non sta a significare una depravazione di luoghi a fini artistici (come in altri casi pur nobili, senza dubbio), ma un innesto dell’opera nelle pieghe di un paese che vive al suo ritmo, tenendone profondo rispetto. È di certo il caso di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, artisti siciliani che portano qui il magico testo di Franco Scaldati Totò e Vicé (recensione) in cui i due poetici clochard (alla Uccellacci e uccellini) si confrontano con il tempo, con la vita e la morte; ma tutto questo che in teatro avrebbe un senso (e assicuro che ne ha molto da quanto è bello), ne acquisisce altro dalla location che è stata scelta per questa replica: la pieve in cui riposano i morti del paese, appena fuori il camposanto dove è anche il celebre compositore Luciano Berio. Lo stesso accade recandoci alle spalle del cimitero, in una sorta di decadente giardino d’inverno per vedere J – Gli sguardi addosso della Compagnia Attodue di Sesto Fiorentino; la drammaturgia di Alessandra Bedino mette in scena un thriller con cinque attori in scena, tutto prende le mosse da un interrogatorio che svela pian piano i rilievi di una vicenda soppressa dalla memoria e che la stessa memoria però riporta alla luce, nel cuore dei protagonisti che troveranno le loro azioni di un tempo di nuovo sul proprio cammino. Lo spettacolo appare un po’ ingessato e vittima di scelte recitative di non facile appeal, ma pur resta valido il tentativo di innescare una concatenazione attraente con una drammaturgia originale.

J-Gli sguardi addosso - Foto di Simone Nebbia

Il mio primo anno qui – il 2009 – era il primo senza il suo storico direttore, Nico Garrone che ad una generazione di critici e successive, romane e non, ha lasciato un’eredità importante e uno sguardo mai domo nella ricerca di piccoli semi da far crescere, piccole vitalità artistiche in cui si sapesse scorgere una proiezione di qualità. Gli anni successivi – difesi dalla resistenza di Anna Giannelli e con buoni risultati nell’edizione diretta da Gabriele Rizza – sono tuttavia stati un po’ confusi nell’indirizzo e solo quest’anno l’avvento di Massimo Luconi – direttore del Metastasio di Prato – sembra aver convinto il comitato direttivo a cambiare corso e affidarsi a una competenza di altra derivazione. A solo leggere la notizia si affacciava un dubbio circa questa nuova pratica di chi lavora negli Stabili – pubblici o d’innovazione – a sbarcare in festival estivi che avevano e spero continuino ad avere una possibilità d’indipendenza e uno spazio di creazione e interazione in cui riconoscere quegli stimoli che animano la ricerca. Forse presto per avere un quadro completo e darsi risposte; per il momento soltanto un’immagine, alla fine di un solo, poco probante, giorno d’attraversamento: dalla terrazza del Caffè della Pergola, luogo storico per ogni anno di festival, il primo anno ricordo sporgendomi trovai il dito di Massimo Paganelli – direttore storico di Armunia e il festival di Castiglioncello, amico di Nico Garrone, un uomo che ha cambiato la storia del teatro nazionale – che m’indicava dove, a ben vedere in giorni tersi, avrei potuto vedere il mare; quest’anno dalla stessa terrazza e senza nulla sapere, Massimo Luconi mi ha lasciato dicendo: “vedi laggiù? Se guardi bene quando il cielo è sgombro, si vedono anche le Apuane”. Due indici e due Massimo, puntavano in due diverse direzioni. Spero l’una e l’altra, il mare e la montagna, siano entrambe quella giusta.

Simone Nebbia

Leggi il programma

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here