Teatri di Vetro prima giornata: un’arca nel diluvio della Garbatella

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Quanti ne ho visti, di uomini in preghiera sul proprio terrazzo condominiale, al posto di un cristo crocifisso inginocchiarsi all’antenna televisiva che proprio in quel momento ha deciso di non prendere più il segnale, quando un temporale l’ha manomessa. E invece era proprio il tempo di funzionare: c’era la finale, il film, l’evento. C’era proprio ora da essere collegati. Tutto era cominciato poco prima, quando in salotto il tv color ultima generazione ultrapiatto segnava quell’assenza imprevista: schermo grigio e muto. Così s’è deciso di mandare qualcuno in alto sotto le intemperie e tentare l’impossibile – eroi satellitari – per ripristinare il collegamento. S’è aperta così, la quarta edizione del Festival Teatri di Vetro, con la squadra di Triangolo Scaleno a correre da una parte all’altra e tentare in tutti i modi, come Noè sotto al diluvio, di salvare il possibile e dare inizio al grande evento. Sotto la tempesta agonizzava la Garbatella, un festival bagnato dicono sia fortunato ma a giudicare dalle facce viste in giro non sembrava così tanto, ma vederli correre intervenire provarci comunque, è stato probabilmente il miglior modo per questo battesimo decisamente fuori portata…

E tutto, o quasi, alla fine è stato salvato. Mancava solo Caterina Moroni e la sua Traccia 03-Espantos, che aveva bisogno di un prato e la luce del giorno per la sua istallazione, che era davvero chiedere troppo. Nel piazzale Painting Tango di NUfactory avrebbe sparso vernice rossa fino a Piramide, così è stato spostato nel foyer e credo ridotto nella capacità: il lavoro è piuttosto sensibile, nella loro milonga su tela le orme di una passione, la regia un pennello sottile per le mani coreografiche di Francesca De Angelis, i piedi nudi di Tsili/Holzmann portano nel passo l’emozione incidente, lasciando una tela, alla fine, sporcata…di tango. Quando ci spostiamo in sala per vedere le due stanze di Motel del Gruppo Nanou ormai ci si crede asciutti: Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci dicono di faccende personali, ma non dicono che quel “personali” non riguarda loro due soltanto ma tutti quelli che guardano, lo svelano poco dopo, quando danno il benvenuto in queste stanze di motel: la loro vita, e anche la nostra. La mostra che ne fanno è di grande eleganza e rigore formale, una pulizia che raramente si trova in teatro mi colpisce e ravviva la sensibilità delle forme, uomini come automi delle azioni scontano il mancato equilibrio e vivono nell’atmosfera cupa di una vita senza uscita: ecco un tema, la ripetizione, l’automatismo che portano fino in fondo con un gusto efficace del montaggio e della delicatezza gestuale dell’impatto, tributo al David Lynch più denso, con qualche accenno al surrealismo del ceco Jan Svankmajer; un nodo però ancora resta insoluto: io non capisco fino in fondo quel che stanno facendo, temo un disequilibrio fra la sfera emotiva e quella intellettiva, pendendo eccessivamente verso quest’ultima, con il risultato di ancora una freddezza (più la prima che la seconda stanza) che in teatro trovo poco opportuna. A seguire, in barba alla pioggia, nel piazzale due performance assai diverse fra loro: le Macellerie Pasolini incontrano l’eutanasia nel loro Love car, spettacolo per musica e due attori nell’abitacolo di un’automobile, che seguiamo tutti attorno con gli ombrelli che cedono via via sotto i colpi: l’operazione ha un senso inizialmente di forte impatto, cercare gli ultimi momenti di una vita e ripensarne il valore, fermarsi a dare spazio all’etica troppo spesso calpestata, riflettere sull’impatto dell’azione, sul senso collettivo dei nostri personali pensieri; poi però lo spettacolo va perdendo di tono, il legame si va sfilacciando e perdo notevolmente attenzione. Diverso il discorso per Forgetful 0.2 di Daniele Spanò, vera e propria apparizione sulla parete esterna degli edifici nel piazzale, vera apparizione nella mia percezione serale: la sua proiezione ha una freschezza di forte effetto, l’urto della sua visione con il mio sguardo è un cortocircuito davvero denso, mi lascio penetrare dalle opportunità delle aperture, tutte nuove, finestre accanto alle finestre, anime perdute in attesa dell’impatto con altre anime, corpi che vivono il vuoto come una condizione esistenziale, in cui lo spazio fisico esteriore e quello intimo si specchiano fino a sciogliersi in sé. Peccato, davvero peccato la serata finisca invece con due progetti di cui ignoro la validità: Féroce Présence di Cie Twain, coreografia e drammaturgia di Loredana Parrella, è un lavoro sul corpo, una performance di danza con due danzatori in cui non riesco a ravvisare nulla che non sia esteriore, l’unica cosa che mi colpisce me la confida una ragazza di fianco a me: questi qui soffiano come i tassi…Discorso adiacente per Life di Margine Operativo: non c’è alcun margine alla drammaturgia, che unisca parole lanciate nel vuoto del foyer del Palladium da Pako Graziani, il suo manuale disincantato per esseri in divenire è suo e basta.

Rifletto sul senso collettivo, questa prima giornata all’insegna del rapporto fra pulizia e sporcizia, l’emotività e l’esteriore che è limite determinante nell’arte della scena; poi fuori dal teatro, mentre il piazzale è annientato dalla pioggia battente, vedo Enea Tomei, attore qui in veste di Art Editor, fotografare con soltanto un cappellino di lana in testa tutto quel che accade, quando mi passa accanto Michele Baronio, attore ottimo cantautore e coordinatore tecnico del festival, vedendolo riprendere con una videocamera in mano, maglia e capelli asciutti, mi lascio confidare in gran segreto che per l’occasione hanno messo una muta con le fattezze di loro stessi. Un’armatura, mi dico, come gli eroi epici. E tale è stato il loro impegno. Perché qualcosa accada qualcuno deve bagnarsi un po’. In teatro come sul terrazzo del condominio.

Bene, bene, così si fa.

Inizio delle trasmissioni.

Simone Nebbia

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19 COMMENTS

  1. Forse piuttosto che soffermarti sulle tue sensazioni dovresti spiegare ai tuoi lettori il perchè di certe tue impressioni. Non basta dire che in Love Car la tua attenzione dopo un po’ scema. O che in Féroce Présence non vedi nulla oltre l’esteriorità. Il sito per cui scrivi non si chiama “Inopinabili opinioni di Simone Nebbia” bensì “Teatro e critica”. Meno egocentrismo, un po’ più di umiltà, e, soprattutto, vere capacitò da critico, che argomenta le sue affermazioni. Affermazioni e non “impressioni” che il critico, quello vero, non dà “impressioni” (quello lo facciamo tutti noi nei nostri blog). Il critico spiega illustra suggerisce e argomenta. SEMPRE
    Tu invece non scrivi di questi spettacoli a beneficio dei tuoi lettori ma solo per ingrossare il già tuo tronfio ego. Parli solo di te. Di quello che piace a te, senza nemmeno spiegare il perchè. Non lo fanno nemmeno i critici famosi figuriamoci uno sconosciuto come te… Vergogna!

  2. Gentile Alessandro Paesano, ti ringrazio delle preziose indicazioni, ne terrò conto. Tuttavia la cifra stilistica di quel che sto facendo in questi giorni ha un’altra matrice rispetto a quella che indichi tu, ossia quel che fa “un vero critico” che dà “affermazioni e non impressioni”, ed è da ricercare nel Gonzo Journalism di Hunter Thompson: la presa diretta se perde nell’analisi concede invece nella percezione globale dell’evento, nel fascino del panorama che per induzione e non deduzione conduce a una esperienza sensoriale. Ognuno fa le sue scelte, altrove magari all’analisi concederò di più. Se vuoi maggiori informazioni http://it.wikipedia.org/wiki/Gonzo_journalism poi da qui puoi partire e farti un’idea se vuoi approfondire. Ah! Buona giornata e tanti complimenti anche a te.

  3. …una dimenticanza, a beneficio di tutti e non dell’autoreferenziale scambio di opinioni ( o affermazioni…mah..). Riguardo Cie Twain faccio autocritica, lì davvero non ho detto nulla che potesse ridare la sensazione dello spettacolo: non mi è piaciuto ma così non ho reso servizio a nessuno. Chiedo perdono agli interessati, se possibile e permesso.

  4. Non hai bisogno di rifarti a delle auctoritas per giustificare un modo di fare nel quale, presumo, credi, se lo difendi. Io diffido sempre di chi invece di spiegare al pubblico quel che ha visto e fargli notare cosa, secondo lui (lei) c’è e cosa manca, indulge in giudizi soggettivi (“non mi è piaciuto”) che lasciano il tempo che trovano, sempre, soprattutto quando non sono seguiti da uno straccio di motivazione. Sono dei giudizi di pancia cui il pubblico viene educato prendendo una abitudine cattivisima che induce al giudizio superficiale, da tifoseria, e mai al ragionamento critico, che nasce sempre da un metodo che non può basarsi sulla mera espressone di un giudizio di gusto assoluto.
    Non ho auctoritas cui rifarmi come fai tu, ho solo la mia sensibilità di lettore per giustificare questo mio modo di vedere, ma, come lettore, credo di avere un’auctoritas più che sufficiente per poter chiedere a chi scrive non in un blog ma in un portale di critiche teatrali di non pascersi nell’espressione del gusto personale che serve solo a sentirsi relativamente potenti…
    Un lettore legge quel che scrivi per sapere tramite il tuo sguardo militante quel che tu pensi sia importante fargli sapere, fagli notare, e non si cura dei giudizi e impressioni detti in prima persona.

    Infine, perdonami, ma non vedo nel tuo stile alcun “personale punto di vista sugli avvenimenti e le situazioni” quanto le affermazioni superficiali e categoriche di un giudizio di gusto che non si commisura a nient’altro che al proprio stesso sguardo con grossolane imprecisioni:

    “Mancava solo Caterina Moroni e la sua Traccia 03-Espantos, che aveva bisogno di un prato e la luce del giorno per la sua istallazione”

    Luce del giorno?!? Ma se era programmata per le 21 e 45?!!!

    “io non capisco fino in fondo quel che stanno facendo, temo un disequilibrio fra la sfera emotiva e quella intellettiva, pendendo eccessivamente verso quest’ultima, con il risultato di ancora una freddezza (più la prima che la seconda stanza) che in teatro trovo poco opportuna”

    Perché trovi poco opportuna? O basta il fatto che tu lo dica per dare per scontato che tutti sappiano di cosa parli? Ci dici cosa temi tu ma il pubblico in sala come ha reagito? Che impressione hai avuto?
    perchè parli solo di te?

    “l’operazione ha un senso inizialmente di forte impatto, cercare gli ultimi momenti di una vita e ripensarne il valore, fermarsi a dare spazio all’etica troppo spesso calpestata, riflettere sull’impatto dell’azione, sul senso collettivo dei nostri personali pensieri; poi però lo spettacolo va perdendo di tono, il legame si va sfilacciando e perdo notevolmente attenzione.”

    Perché non ti soffermi di più sulla parte sonora, che commistiona Beethoven con Pasolini e con la lettera di Welby al presidente della Repubblica? Eppure anche quelle sono impressioni… perchè poi non spieghi il motivo del tuo interesse che scema? La notizia qual è lo spettacolo che è poco interessante o tu che non sei più interessato?

    Un po’ di umiltà e il rispetto per il lettore dovrebbero essere il bagaglio di chiunque vuole comunicare con gli altri poco importa se tramite un proprio blog personale o uno scritto che si speri duri più del tempo che ci si impiega a leggerlo, più del pensiero effimero che ne trapela basato esclusivamente sull’autoaffermazione.

    Grazie per avermi risposto.

  5. Rimango veramente perlplessa dall’ articolo di Simone Nebbia…forse venerdì sera ero ad un altro festival e non a Teatri di Vetro – o forse essendo una “semplice” spettatrice non comprendo alcuni meccanismi – comunque al Palladium venerdì sera imperava la più totale disorganizzazione e mancanza d comunicazione sugli spostamenti di luoghi e orario della programmazione per la pioggia… si sapeva da una settimana che sarebbe piovuto …come mai gli organizzatori (Triangolo Scaleno) non avevano previsto dei piani B?? E perchè il caos regnava sovrano e non venivano comunicati gli spostamenti?? quindi le lodi per l’organizzazione mi sembrano veramente fuori luogo … poi arriviamo agli spettacoli…forse ho visto altro… una platea annoiata a morte dal gelido e vuoto spettacolo di Nanou… e poi veramente non comprendo la parte conclusiva dell’articolo “peccato che la serata finisca”… e di nuovo non capisco… forse ho visto altro … pubblico numeroso e concentrato … un senso di sollievo, dopo la pioggia e il”vuoto” per la vitalità della intensa e ironica performance di Margine Operativo (applauditissima) e che a me, come mi sembra al resto del pubblico, è piaciuta molto … e poi trovo veramente offensivo quello che viene scritto sul generoso lavoro proposta da Cie Twain…anche questo molto apprezzato dal pubblico…
    …spesso leggendo articoli di critica mi sembra sempre più incolmabile la distanza tra noi umani spettatori e certa critica…
    Grazie dell’attenzione

  6. Scusate se mi intrometto nella conversazione, sento solo il bisogno, in questo momento, di esprimere il mio sentire…
    Più che mai, in questo periodo abbiamo bisogno di essere onesti, chiari, non esser più schiavi del perbenismo e delle piccole o grandi regole di questo micro mondo di cui facciamo parte…
    Più che mai abbiamo bisogno di limpidezza e di sincerità… E credo che queste persone, anche con articoli del genere (con i dovuti pregi e difetti, errori e genialità), portino avanti questo credo.
    E’ finalmente un modo di ideare qualcosa di nuovo e fresco.

    Grazie,

    Chiara

  7. per Chiara

    Ne sei sicura? dire “non mi apice” senza nemmeno spiegare perchè ti sembra una cosa nuova e fresca??!

    Per Zoe

    Ma di cosa parli?

    Il piano b c’era ed è stato applicato benissimo
    Piovendo si sapeva che si faceva tutto dentro il teatro (Dove altrimenti essendo gli altri spazi all’aperto?) Bastava chiedere e ti dicevano dove si facevano le cose e a che ora…

  8. Non so credo che le spiegazioni ci siano state…
    Non lo trovo, personalmente, un giudizio superficiale, ma intenso…
    Ma sai, forse dobbiamo sempre metterci in discussione, interrogarci, e in questo periodo sento molta confusione attorno…
    Credo solo che forse sia anche giunto il momento di parlarci senza più rabbia reciproca, ma confrontarci realmente…
    Son solo un pò stanca di tutto quello che rivendichiamo all’altro…
    Magari è stato un errore (dipende dai punti di vista, di sicuro), magari no…
    Però… Iniziare a domandare all’altro il perchè, per capire e non demonizzare, forse ci aiuterebbe tutti… e forse aiuterebbe anche a ripensare ruoli e categorie per svecchiarle o solo rinnovarle… Cambiare qualcosa, nel bene e nel male…

    Sono invece d’accordo con il fatto che non mi son parsi disorganizzati, loro del festival, tanto più che era dal primo pomeriggio (ero in teatro) che lo staff stava lavorando al piano b…
    Forse ci hanno chiesto di correre un pò troppo da uno spettacolo all’altro, ma anche qui… Un pò di indulgenza gliela dobbiamo, in merito quantomeno alla fatica e all’impegno…

    E per il resto… Sensazioni del pubblico, platea che si annoia ad uno spettacolo e si diverte ad un altro, mentre l’articolo inverte le situazioni… Non sono d’accordo…
    Di certo il nostro stato di spettatori altera inevitabilmente l’atmosfera attorno a noi, durante una performance… Ma io ho sentito forti applausi ad ogni spettacolo… E fuori c’era semplicemente pubblico soddisfatto o meno, arrabbiato o appagato…
    Il punto di vista del critico è ancora un altro…

    Ma finisco qui il mio sproloquio… Inizio già a sentirmi di troppo…

    Grazie per lo spazio dedicato alle parole…
    A presto…

    Chiara

  9. PS: non è vero comunque che i “grandi” critici non faccian quello di cui si accusa Simone Nebbia, comunque. Non lo leggete il Corriere?

  10. … solo oggi leggo tutti i commenti … ma chi è il critico nel 2010?? c’è una patente di critico ?? o chiara e daniele sono ancora importanti i critici oggi ?? cara chiara ma qui la questione non è divertirsi o meno, cerca di non banalizzare il mio discorso…è di capire se il contemporaneo risiede nell’ estetica del vuoto o nella vitalità… la vitalità non è detto che corrisponda al divertirsi ma in una sottile pulsazione che io ho ravvisato in tutte le performance della serata (molto diverse tra loro ma interessanti per questo) e non nello spettacolo di nanou…
    riguardo all’organizzazione ho riportato la sensazione che serpeggiava tra molti spettatori quella sera…e chiaro che uno come simone (che non conosco) che fa il diario giornaliero del festival non può che parlare bene degli organizzatori alla faccia del critico libero e senza vincoli!!
    che comunque scrive anche male e come rileva alessandro paesano impreciso e superficiale… e forse il problema è semplicemente questo!!

  11. Concordo con Daniele Timpano, lo stile applicato da Nebbia non è differente da quello dei Cordelli, per dirne uno. Solo che Nebbia non è il critico blasonato di un quotidiano, e ciò fa sì che gli si possa rispondere. Tutta questa polemica dovrebbe (potrebbe) farci riflettere sui pesi e le misure che noi tutti si utilizza a seconda del potere dei nostri interlocutori, e il conseguente peso che si dà alla scrittura critica.
    Stimo il lavoro di Simone Nebbia, anche se non condivido il suo insistere sulla prima persona e sulle impressioni personali. Gliel’ho detto molte volte. Ma, altrettante volte, ho dovuto candidamente ammettere che dietro gli articoli che io a mia volta scrivo con costrutti impersonali si cela necessariamente il mio gusto privato, almeno in parte. E le argomentazioni invocate da Paesano (di cui nella sostanza condivido l’impostazione critica), delle quali cerco di avvalermi, spesso servono anche a giustificare me stesso – o, per lo meno, le mie priorità intellettuali del momento.

  12. Figliola Zoe, sarebbe carino tu portassi prove di quanto dici e sarei curiosissimo di conversare con te sull’argomento del critico libero e dei vincoli…fai attenzione a come parli cara, perchè a volte le cose scappano di bocca, poi confermarle dal vivo e provarle è un’altra partita: voglio proprio vedere come te la cavi…

    @Graziano Io mi espongo, a costi anche elevati. La prima persona e la firma sono il mezzo per permettermelo. D’accordo o meno gli altri.

  13. A volte queste polemiche mi lasciano senza parole…
    E resterò senza parole… meglio così….

    Si, Simone si espone e anche tutti gli altri si espongono…
    E forse, ribadisco di nuovo il concetto, è davvero giunto il momento.

    Siamo in un luogo, questo, in cui non mi pare ci siano servilismi o vincoli, altrimenti non avremmo che letto elogi su elogi e lodi su lodi, di ogni spettacolo…

    Ma davvero, per il resto preferisco restare senza parole…

    Passo e chiudo.

  14. Parlo da amico e collega di Simone, parlo a Paesano ma a Zoe soprattutto, sono d’accordo con Daniele e in parte anche con Graziano.
    Anche a me è venuto subito in mente il buon Cordelli con le sue appassionate cronache della propria giornata “ante-teatro”. Sono stili diversi, per quanto mi riguarda dove posso sposo quello di Simone, mi butto nella prima persona. E questo, come dice Graziano, fa poca differenza (ché dietro un po’ di gusto c’è, e meno male). Piuttosto è molto più amareggiante dover leggere frasi tipo “uno come simone (che non conosco) che fa il diario giornaliero del festival non può che parlare bene degli organizzatori alla faccia del critico libero e senza vincoli!!
    che comunque scrive anche male e come rileva alessandro paesano impreciso e superficiale…”
    A Paesano (che conosco e leggo spesso) direi che proprio ha frainteso il senso dei pezzi di Simone, che nulla o quasi avevano di vere e proprie recensioni. Ma tutto questo gliel’ha detto anche meglio Simone stesso. Dire che Simone è “superficiale” significa non aver compreso gli intenti, ampiamente spiegati dall’autore del pezzo.
    Ma sentenziare che Simone “scrive male” è un giudizio che viene dal buio. Offensivo, in un certo modo. Comunque sempre meno offensivo di scrivere “non può che parlare bene degli organizzatori alla faccia del critico libero e senza vincoli!!”.
    Dare in sostanza del critico “mandato” a uno che scrive per un giornale indipendente come questo (nato grazie alla spremitura di una passione genuina) senza avere nessun interesse economico è quantomeno fuori luogo. Parlo da collega e sono orgoglioso di dire che se la critica non è ancora morta (e poco ci manca) è grazie a operazioni corsare come quelle di Teatro e Critica e altri giornali simili, frutto di un nostro intenso lavoro di programmazione, di redazione e di editing che facilmente sfugge a chi non prende parte a questo impegno. Gli articoli pubblicati su queste testate online (o sui pochi cartacei simili) sono espressione di una ricerca (quindi tutt’altro che superficiale), nel senso più etimologico del termine: sono speleologia pura, si occupano di portare luce e individuare la fisica di questa caverna che sta diventando il teatro, soprattutto quello indipendente o fuori dal grande circuito.
    Zoe, scrivere quello che hai scritto significa davvero non avere idea dell’argomento trattato.
    Grazie a chi mi legge. Noi continuiamo a lavorare.

  15. Alcune affermazioni tonitruanti sono lo scotto da pagare per aver dato libero accesso alla rete a tutte le voci. D’altronde la democrazia è anche questo. Mi spiace solo essere messo nella stessa stregua di altre persone solo per aver sollevato alcune critiche a Simone. Critiche che continuo a sentire di dover sostenere perché la risposta di Simone non mi ha convinto. Non chiedo imparzialità che in una scrittura difficile come quella della critica non è possibile, anzi credo che la critica debba essere parziale, debba cioè partire da da certe idee e certi gusti del critico, che però il critico cerca di spiegare, di giustificare, meglio cerca di mostrare come ha applicato certi strumenti critici cercando dimettere il lettore nella condizione di rifare lo stesso percorso per vedere se è d’accordo, per farne una verifica e scoprire che magari ottiene risultati diversi.
    Perché la critica non è come risolvere una equazione per cui o vengono quei risultati hai sbagliato i calcoli.
    Ma il giudizio, il lavoro del critico credo sia un mezzo non il fine (e che ci siano anche nomi illustri che cadano in quello che io considero un errore non sminuiscono l’errore né lo giustificano). Il critico serve al lettore per farsi una idea sullo spettacolo e anche all’autore dello spettacolo per vedere come il suo lavoro può essere accolto. Poi, entrambi, spettatore-lettore e autore, sono liberi di recepire le critiche o meno.
    In ogni caso trovo che il critico abbia il dovere di argomentare le proprie affermazioni, tutto qui, e non mi sembra che Simone, nell’articolo che ho letto, lo abbia fatto, tutto qui. Perché quel che importa non è quel che pensa questo o quel critico ma la spendibilità di una sua osservazione, il fatto che una lettura, una interpretazioni possano essere condivise con i lettori cui ci si rivolge. Ma per farlo ci vuole tanto lavoro e non basta dire come fa simone in questo caso: “poi però lo spettacolo va perdendo di tono, il legame si va sfilacciando e perdo notevolmente attenzione”.
    cosa ci vuoi dire Simone? che hai perso attenzione tu o che te l’ha fatta perdere lo spettacolo ? Perché? come si poteva evitare? E’ un bene o un male? Quanto influisce sull’economia generale della riuscita dello spettacolo? Insomma Simone cosa vuoi condividere col tuo lettore che tu ti sei annoiato o una lettura critica di uno spettacolo che hai visto senza pagare il biglietto (visto che da critico sei accreditato) mentre lo spettatore il biglietto lo paga (è lui a contribuire economicamente alla sopravvivenza del teatro molto di più di quanto non facciamo “noi critici”…)?
    Cos’è che conta quel che piace a Simone o quel che su un determinato spettacolo Simone può condividere con i suoi lettori e con l’autore dello spettacolo?

    • Caro Alessandro,
      mi trovo a intervenire in questa discussione per la prima volta, e se lo faccio e per fare un minimo di chiarezza, credevo non ce ne fosse più bisogno, ma vedo che ancora non hai afferrato alcuni concetti, oppure sei solo stoico al limite del masochismo, e questo ti rende onore.

      Vedi, Il diario di Simone Nebbia, idea che mettemmo in piedi per la prima volta a Vertigine, è cosa ben diversa dall’analisi molto più precisa e giornalistica (veramente be fatta per carità) che fai tu su Teatro.org, volevo commentarti lì ma c’è bisogno della registrazione, qui da noi invece i commenti sono sempre aperti, è stata una scelta che ho preso nel preciso attimo in cui ho fondato la rivista, proprio per incoraggiare la discussione come è succeso in questo caso grazie a te. Tornando a noi, il diario di Simone è diverso, non voglio dire che sia migliore, io chiaramente lo preferisco per questo gli ho chiesto di rifarlo per Tdv, è diverso proprio perchè capovolge quell’assioma che tu con tanta fatica cerchi di spiegarci dal primo dei tuoi commenti. Ma vedi è proprio questo il bello: l’analisi approfondita che vuoi tu noi la mettiamo nelle recensioni degli spettacoli e comunque anche qui cerchiamo sempre di attuare una critica che sia una reinterpretazione dell’opera d’arte, qualcosa di diverso insomma dalle numerevoli cronache teatrali che si trovano sparse in giro per il web o sui giornali.

      E mi piace pensare che è proprio grazie a operazioni come queste (i diari di Simone sono un esempio) che Teatro e Critica in meno di una stagione (il 7 giugno festeggiamo il compleanno 🙂 ) si è creato il pubblico di lettori che ora ha, un posto insomma dove gli appassionati trovano non solo l’informazione e l’analisi, ma anche il racconto a caldo, le riflessioni estemporanee, quelle che ci bisbigliamo subito dopo gli spettacoli, quelle emozioni personali che ci lasciano in gran parte muti e alimentano invece la penna (o tastiera in questo caso) di chi il racconto ce l’ha nel sangue come Simone.

      E’ proprio il taglio che è diverso rispetto a quello che tu vorresti, se Simone avesse impostato il diario di Teatri di vetro come dicevi tu sarebbe venuta fuori tutt’altra cosa, ma quello già si legge da altre parti, dunque preferiamo continuare con la nostra incauta e soggettiva alterità e diventare mezzo di discussione, terreno fertile di scontro, di scambio di pensiero con chi ragiona diversamente.

      grazie per l’attenzione Alessandro e alla prossima

      Andrea Pocosgnich

  16. Prometto che è l’ultima volta che intervengo, perchè tanto mi si risponde su tutto il resto ma non su la cosa che per me è centrale.
    Anche nei miei blog, dove uno può certo permettersi il lusso di essere soggettivo e di dare giudizi estemporanei, cerco sempre (cerco non dico che sempre ci riesco) di spiegare il perchè dei mie giudizi, fosse anche una spiegazione personale.
    Ho capito che Simone scrive un diario e non una recensione ma la testata fosse anche “Il diario personale di Simone” e non “Teatro e critica” come lettore mi sento in diritto di chiedere qualche argomentazione. Perché se Simone (o chiunque sia) mi dice solo “p brutto” (per esempio) dipendo dal suo giudizio e basta, se mi dice “è brutto” e mi spiega anche il perchè, mi mette nella condizione di verificare se sono d’accordo con quel che dice sono e fa accrescere il mio bagaglio critico. culturale. Non è in discussione l’idea del diario, che trovo anche simpatica e diversa, un modo per dire cose che in una recensione, come saprai meglio di me, magari non si può mettere, ma il punto è un altro: quando il lettore legge Simone che cosa è previsto che apprenda? Quel che succede a teatro o quel che ne pensa Simone? Credo che si possa scrivere un diario dando comunque dei ragguagli sul perchè si esprimono dei giudizi non credo viceversa che il solo fatto che si scriva un diario e non una recensione ci esime dal farlo. E dico questo come lettore, non come “collega” (non mi permetterei mai, ognuno fa quello che meglio crede…). Ho già citato i passi dove Simone esprime giudizi senza motivarli e credo che questo atteggiamento sia una scortesia per il lettore che così deve fidarsi solo di Simone (di chiunque scriva) e non ragionare con la sua testa. Perché un conto è se gli si dice (al lettore, anche in un “diario”) “questo è brutto”, “questo è bello” un conto è se gli si spiega anche il perchè, per quanto soggettivo sia. Non entro in merito alle motivazioni, rilevo solo che qui le motivazioni mancano. Non si tratta di scrivere articoli più approfonditi si tratta di non trattare i propri lettori come propri fan.
    Insomma Andrea la notizia nei diari di Simone qual è? Gli spettacoli di cui simone parla nella forma “leggera” del diario quel che Simone pensa degli spettacoli?

    p.s ovviamente il discorso va ben al di là di Simone ma è un atteggiamento diffusissimo su tutto internet…

  17. … dei miei amici del DAMS leggendo Teatro e Critica mi hanno detto che Simone Nebbia mi ha minacciato …non ci credevo e invece oggi finalmente ho il tempo di leggere tutti i commenti e trovo la bella frase “fai attenzione a come parli cara”… credo che i TEMPI BUI siano questi… caro Simone and company (xchè veramente mi sembra che siate un gruppo di amici di merende) fare critica attraverso una rivista online che prevede i commenti significa stare al gioco non solo degli elogi ma anche delle critiche – argomento che dovresti conoscere visto che fai il critico!! – se volete essere voci uniche chiudete la possibilità dei commenti e diventate fans di Capezzone e Bondi!
    La bellezza della rete è la sua democrazia…certo fare 1 rivista online e non comprendere questo mi sembra veramente 1 grande debolezza… forse fare 1 rivista online non è stata una scelta ma solo 1 condizione obbligata…non costa nulla!!
    certo vedere nel 2010 usare così la rete fa tristezza!!
    perfortuna Simone non sono la tua figliola…
    comunque nebbia ti sta bene come cognome …
    Zoe

  18. …dei tuoi amici del DAMS, ferventi lettori e semiologi, avrebbero dovuto leggere la tua ammirevole insinuazione ai soldi che passano per le mie tasche e della ricca rivista su cui scriviamo…invece di parlare a me fatti un esamino e lascia perdere letture autoreferenziali, fai il piacere, usare la rete come fai tu fa tristezza, per lanciare illazioni assurde e sfogarti di qualcosa che a noi è abbastanza ignoto. Spero che almeno tu ne conosca le cause. Sennò è grave…

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