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La recensione dello spettacolo portato dal gruppo di Rimini all’Angelo Mai
L’Antigone nel suo mito racchiude un’analisi deflagrante delle dinamiche che sono alla base dell’eterno contrasto tra la morale umana e la ragion di stato, la prima rappresentata dalle nuove generazioni, la seconda da coloro che non essendo più giovani non possono far altro che difendere il proprio potere usando la legge come arma di sopruso, utile per far tacere le ribellioni del pensiero e dei popoli.
E allora in questo non-luogo che è il capannone dell’Angelo Mai, abbandonato dall’umanità pragmatica e diventato luogo dell’arte che immagina, pensa e rappresenta, il salto nella realtà dolorosa e recente è inevitabile. La felpa più grande di due o tre taglie dell’inizio lascia il posto a una tuta grigia, in testa un casco, L’Eteocle della Calderoni si prepara alla battaglia. “Vergogna, assassini” urla Benno/Polinice al megafono…
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Sul comunicato che viralmente quelli dell’Angelo stanno mandando in rete si legge la frase “prenotazione obbligatoria”, e non si tratta in questo caso solo di sapere quante persone verranno, non si tratta di un gesto scaramantico, ma ci sono due serate dedicate ai Motus.
In una situazione in cui la geografia delle offerte culturali si scrive in maniera meritocratica, guardando ai festival più importanti che affollano le calde estati italiane, ma con un occhio a quello che viene prodotto e acquistato all’estero, i Motus probabilmente, oltre ad avere i loro due giorni nella ex-bocciofila di via di Caracalla, avrebbero avuto le chiavi almeno per una settimana di uno degli spazi del Teatro di Roma, oppure di qualche altra sala più o meno istituzionale. Invece tutto questo non avviene nella nostra bella capitale…
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