Teatrosofia #77. Attori e teatro nelle favole “esopiche”, tra morale e mito

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Il numero 77 ci guida dentro il mondo favolistico e teatrale di Esopo o a lui attribuito.

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Nel numero 77, dopo un breve excursus sulle questioni che effettivamente permettono di attribuire o meno all’autore il repertorio di oltre 700 favole, verranno analizzati gli elementi teatrali presenti al loro interno.

A. e M. Provensen, La volpe e il corvo

Di certe figure antiche conosciamo molto poco perché, paradossalmente, sappiamo troppo sul loro conto. Questo è il caso del favolista Esopo (VII-VI secolo a.C.), intorno al quale si è accumulata nel tempo una ricca tradizione biografica, dove è difficile distinguere ciò che è veritiero e ciò che è mitico. La biografia più informativa che ci è giunta corrisponde, infatti, a quella che si suole chiamare il Romanzo di Esopo, dove si narra che il favolista fosse schiavo del filosofo Xanto e finì per liberarsi gradualmente dalla sua condizione servile grazie alla sua furbizia, per poi trovare la morte per un complotto degli abitanti di Delfi. Questo testo è però databile al I-II d.C. e la sua seconda parte coincide esattamente con le vicende biografiche del saggio babilonese Ahiqar, sicché si può quanto meno dubitare della sua complessiva affidabilità storica.

Non tutte le favole che portano il suo nome possono poi essere riportate a Esopo. Tra le oltre 700 che ci sono pervenute e che oggi ci sono rese accessibili da manoscritti o autori che vanno dal I secolo d.C. in poi (come Fedro, Babrio, Aviano), alcune sono scritte in greco, altre tradotte in latino. Alcune circolavano già prima del tempo in cui trovarono forma scritta, perché citate da autori come Aristofane, altre inseriscono personaggi posteriori a Esopo, come Diogene di Sinope. Alcune ci sono arrivate in prosa e altre in versi. E le distinzioni potrebbero continuare.

Questo autentico labirinto non ha purtroppo via di uscita. Seppure sia possibile individuare con sicurezza le favole che non sono di Esopo, quali appunto quelle che rappresentano personaggi posteriori come Diogene di Sinope, mancano elementi decisivi per capire quali invece sono effettivamente attribuibili al favolista. La vicinanza cronologica non è infatti automatica garanzia di affidabilità storica. Le favole che sono ad esempio ricordate da Aristofane potrebbero essere state inventate dal commediografo e attribuite a Esopo per dare loro maggiore autorità. Viceversa, le favole dalla redazione molto tarda non possono essere necessariamente negate a Esopo. Esse potrebbero essere l’ultima eco lontana di una tradizione orale che era stata inaugurata dallo stesso favolista.

Sarebbe dunque forse più prudente parlare di “Esopo” non come un individuo storico, ma come il simbolo di un’antica sapienza popolare, che perdurò nei secoli e rimane viva ancora oggi. Intendo dire che è probabilmente meglio pensare alle favole esopiche di diversa mano, epoca, redazione come un corpus quasi omogeneo, che riflette un giudizio comune verso un dato personaggio o comportamento. Pur nella loro diversità, del resto, le oltre 700 favole esopiche condividono il fatto di essere racconti sui comportamenti di animali, dèi, esseri umani e di porsi lo scopo di esprimere un messaggio morale, che segue o precede la narrazione. Esopo insomma non inventò tutte le favole. Nondimeno, ciascuna di loro può essere qualificata a buon diritto come “esopica”.

Tenendo questo a mente, possiamo occuparci delle favole di “Esopo” che alludono all’attore e al suo lavoro. Il giudizio che ne emerge non è complessivamente positivo e benigno.

“Esopo” racconta più frequentemente di animali che usano la recitazione come una forma di inganno e sopraffazione. Gatti, cani e volpi sono rappresentati nell’atto di simulare amicizia o una natura innocua verso le loro prede, per cogliere l’occasione di catturarle e mangiarle quando abbassano la guardia, oppure nell’assumere un atteggiamento ora buono e ora malvagio, dunque contraddittorio e imprevedibile. Dato che questi animali predatori più spesso non riescono a concludere i loro inganni, queste favole si pongono un duplice scopo. Da un lato, esse deridono il malvagio sconfitto e che a volte trova persino la morte, dissuadendo altri aspiranti cattivi dal commettere nuove nefandezze. Dall’altro, invitano i buoni ad assumere la massima prudenza. Il male può annidarsi dietro la maschera delle persone apparentemente più amichevoli e innocue. Per dirla con una morale divenuta proverbiale: “fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio”.

Altre favole esopiche prendono invece in giro i tentativi di alcuni animali di interpretare una natura diversa da quella che hanno sin dalla nascita, dunque invitano a non ambire a traguardi che non possono raggiungere e a seguire le loro doti innate. È il caso del nibbio che perde la voce per aver cercato di imitare il cavallo, o dell’asino che recita il verso del leone mettendosi la sua pelle addosso e si attira, quando viene scoperto, risa e botte, o della gatta che è trasformata in donna per amore di un giovinetto e finisce alla fine per inseguire un topo. Se vogliamo, la morale comune a tutte queste favole è che il carattere è un dato immodificabile e che la recitazione è una pratica cattiva, perché aspira scioccamente a tramutarsi in quello che non si è. Non si può recitare o imitare un altro. Prudente è allora accettare la propria natura, con i propri pregi e limiti.

Tutte queste favole usano le parole “recitazione” e “recitare” (in greco: upokrisis e upokrino) in modo traslato o metaforico. Nessuno degli animali oggetti del racconto sono attori in senso proprio, né le bestie che vengono ingannate sono un esatto analogo del pubblico. Solo un numero molto ristretto di favole riguarda insomma la recitazione e gli artisti performativi direttamente. In ogni caso, nemmeno in queste favole gli attori e il pubblico sono presentati in modo lusinghiero.

Due di loro costituiscono in realtà una variante delle favole che parlano di chi tenta di andare oltre il proprio carattere. Una di queste favole è in lingua greca e racconta di un suonatore di cetra che, credendo di essere bravo a cantare in privato nella sua stanza, si cimentò nella competizione pubblica, cantò malissimo e venne scacciato a sassate. La seconda (più lunga ed elaborata) è in Fedro, dove per un equivoco il bravo flautista Principe crede di ricevere gli onori del “Principe imperiale” e viene giustamente deriso. Entrambe le favole convogliano la morale che non bisogna ambire a onori superiori ai propri meriti. La differenza è che la versione greca si rivolge all’uomo completamente privo di talento e che aspira scioccamente alla fama tout court, quella latina a un uomo di talento che si lascia muovere dal favore popolare e pretende più di quanto valga effettivamente.

Un’altra favola ancora ci è riportata da Fedro e si pone invece dalla prospettiva del pubblico. Un attore era ammirato dalla folla perché si credeva sapesse replicare alla perfezione il verso del maiale. Un contadino ne nascose però uno sotto la veste e, dopo dichiarato che avrebbe imitato questo animale, gli tirò la coda. Quando il pubblico dichiarò che la sua imitazione non era perfetta quanto quella del suo concorrente, egli liberò il maiale e sbugiardò la loro infondata opinione. L’aneddoto è ricordato (con alcune varianti) anche da Plutarco, che precisa che l’attore si chiamava Parmenonte. Tuttavia, il senso di questo richiamo è diverso nei due attori. Se Plutarco ne fa uso per dimostrare che l’imitazione coinvolge la mente e risulta piacevole proprio perché non è esattamente identico all’oggetto originale, Fedro vi ricorre a scopo di edificazione morale, ossia al fine di invitare ad essere meno creduli e fallaci nei giudizi, come il pubblico di teatro.

Ma la favola più interessante che parla direttamente dell’attore è quella della volpe e della maschera tragica. Imbattutosi nell’oggetto, l’animale ne ammirò la pregevole fattura e, al tempo stesso, riconosceva che al suo interno non vi fosse un cervello. La morale che viene dedotta da questa favola varia nella versione greca e in quella latina di Fedro. La prima interpreta la maschera dell’attore quale simbolo dell’uomo bello ma povero di intelligenza, dunque invita a coltivare la vita intellettuale e non la bellezza del corpo. La versione di Fedro allude, invece, alla persona sciocca premiata dalla fortuna, il che significa che presenta un tipo umano che non bisogna ammirare né imitare. Entrambe le varianti presentano comunque la maschera teatrale come una metafora atta a indicare la modesta intelligenza. Per estensione, ciò significa che l’attore stesso non spicca per la brillantezza intellettuale, dato che ricorre a vacui strumenti del genere.

A fronte di questo esplicito disprezzo verso la recitazione, fonte di inganno o danno o prevaricazione, la tradizione biografica presenta Esopo come un uomo molto addentro e pratico di quest’arte. Il Romanzo di Esopo descrive, infatti, il favolista stesso come un uomo che recitava i suoi componimenti e che pianificava le sue azioni come un drammaturgo. Fedro stesso e il sofista Filostrato paragonano, inoltre, Esopo o gli animali delle sue favole ad attori che mettono in scena piccoli e fulminanti apologhi morali.

Come si diceva all’inizio, tali informazioni vanno prese con assoluta cautela. Una di queste fonti è peraltro davvero poco attendibile, perché fa di Esopo l’attore preferito da Eschilo – il che (se non si tratta di un caso di omonimia) è impossibile a livello cronologico. Il Romanzo di Esopo potrebbe poi attribuire al favolista una capacità attoriale e drammaturgica per esigenze di racconto. La biografia stessa è pensata, del resto, come una piccola “commedia in prosa”. E la prova è che anche altri personaggi del romanzo, come il filosofo Xanto, sono presentati come esperti di recitazione – nel caso particolare di questo personaggio, peraltro, troviamo un’interessantissima descrizione della danza come una forma di comunicazione misterica, che rivela qualcosa attraverso le movenze silenziose del danzatore. Quanto alle dichiarazioni di Fedro e Filostrato, esse ci mostra solo che il favolista latino e il sofista interpretavano le favole esopiche come piccole e fulminanti commedie edificanti, non già che Esopo stesso le giudicasse tali. Se però si riconosce a queste informazioni una parziale validità storica, si trarrà una conclusione interessante. Esopo usava mezzi teatrali o performativi per veicolare una filosofia anti-teatrale e anti-performativa.

Si tratta di un atteggiamento paradossale che, tuttavia, rappresenta quasi una costante nel pensiero antico e che lo storico deve registrare senza pregiudizi. Sul piano teorico, invece, si può certo dissentire e dimostrare che la recitazione è più complessa di come le favole esopiche la presentano. Chi scrive pensa, ad esempio, che è forse lecito provarlo inventando delle favole esopiche contro “Esopo” stesso. Quella che segue potrebbe essere una delle infinite possibili:

Un usignolo, un gatto e una scimmia giocarono un giorno a recitare il verso dell’altro. L’usignolo tentò di imitare le urla della scimmia e, per lo sforzo eccessivo, alla fine scoppiò. Il gatto emulò il gorgheggio dell’usignolo davanti alla tana dei topi e, quando questi uscirono fuori, curiosi di vedere chi mai facesse un verso così bello, li divorò. La scimmia simulò fusa e miagolii del gatto, attirò dei cani feroci e ci rimise la coda. Un uomo che si trovava a passare ascoltò a lungo questi animali, prese qualcosa dai loro versi e, dopo vari fallimenti, li combinò e recitò un suono finora mai udito in natura: uno suono che non era né di gatto, né di usignolo, né di scimmia, ma condensava l’essenza di ognuno. Tale fu la bellezza di questo suono che l’attore attirò su di sé l’ammirazione di Zeus e divenne di colpo immortale.

La favola insegna che la recitazione non è di necessità strumento di inganno, danno e sopraffazione.

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Una volta, Diogene il cinico, viaggiando, giunse alla riva di un fiume in piena e si fermò sull’argine, incerto. Un tale che traghettava abitualmente i viaggiatori, vedendolo esitante, gli si avvicinò, lo caricò sulle spalle e con bei modi lo trasportò all’altra riva. Diogene rimase lì, rammaricandosi della sua povertà, per cui non era in grado di ricompensare il suo benefattore. Mentre ancora stava immerso in questi pensieri, ecco che l’altro vide un nuovo viaggiatore incapace di traversare il fiume e corse a traghettare anche quello. Allora Diogene gli si avvicinò e gli disse: Ecco che non mi sento più in debito di gratitudine per il tuo aiuto, perché vedo che tu lo presti senza alcun discernimento, per una specie di mania.

La favola mostra come chi benefica indiscriminatamente le persone degne e quelle indegne s’acquista fama non di bontà, ma piuttosto di stoltezza (“Esopo”, Favola n. 247)

 

Ho scoperto, nelle favole di Esopo, che [lo scarabeo] è stato l’unico alato a giungere presso gli dèi (Aristofane, Pace, vv. 129-130 = “Esopo”, testimonianza 69)

 

Bada che tra le favole di Esopo c’è una che narra come, un tempo, la volpe fece amicizia con un’aquila, ma le andò male (Aristofane, Uccelli, vv. 651-653 = “Esopo”, testimonianza 71)

 

C’era una casa piena di topi. Lo venne a sapere un gatto, che andò a stabilirvisi e, prendendoli uno alla volta, se li mangiava. I topi, fatti segno a quella sistematica distruzione, si rimpiattavano nelle loro buche, finché il gatto, non arrivando più a prenderli, capì che bisognava farli uscir fuori con qualche tranello. Perciò salì sopra un piolo, e, lasciandosi penzolare giù, fingeva d’essere morto. Ma quando un topo, facendo capolino, lo scorse, esclamò: «Caro mio, puoi diventare anche un sacco, ma noi vicino a te non ci verremo!».

Questa favola mostra come gli uomini prudenti, una volta fatta esperienza della malvagità di qualcuno, non si lascino più ingannare dalle sue recitazioni (“Esopo”, Favola n. 79; trad. modificata)

 

Una donnola sentì che in una fattoria c’erano delle galline ammalate, e, camuffatasi da medico e munita degli strumenti della sua professione, vi si recò. Fermatasi alla porta, cominciò a chiedere come stessero di salute. E quelle, pronte: «Benone», dichiararono, «basta che tu giri al largo».

Cosi, anche tra gli uomini, i prudenti sanno riconoscere i malvagi, per quanto questi recitino le migliori intenzioni (“Esopo”, Favola n. 7; trad. modificata)

 

Un lupo ridotto a mal partito dai morsi dei cani, giaceva a terra, incapace di procacciarsi il cibo, quando vide una pecora e la pregò di portargli un po’ d’acqua dal fiume vicino. «Se tu mi dài da bere, da mangiare me lo troverò da solo». «Ma se io ti dò da bere», gli rispose la pecora, «poi ci pensi tu a servirti di me anche per mangiare».

Ecco una favola adatta per un malvagio che tende ipocritamente le sue insidie (“Esopo”, Favola n. 160)

 

Un cane da caccia che aveva catturato una lepre, un momento la mordeva e un momento le leccava il muso. «Ehi, tu», gli disse, sfinita, la lepre, «o smettila di mordermi o smettila di baciarmi, ch’io possa capire se sei per me un amico o un nemico».

Questa è una favola adatta per un uomo ambiguo (“Esopo”, Favola n. 136; trad. mia)

 

Un leone ormai invecchiato, non essendo più in grado di procacciarsi il cibo con la forza, capì che doveva procurarselo con l’astuzia. Si ritirò quindi in una caverna e, sdraiatosi là, fingeva di essere ammalato; così, man mano che veniva qualche animale à fargli visita, lo afferrava e se lo mangiava. Aveva già catturato molte bestie, quando andò da lui la volpe, che sospettava il suo stratagemma; si fermò a qualche distanza dalla caverna e cominciò a informarsi della sua salute. «Va male» le rispose quello, e le chiese perché non entrava. «Ma io sarei entrata», disse, «se non avessi veduto tante orme di animali che vengono dentro e neanche una che venga fuori».

La favola mostra che, dato che anche in mezzo agli uomini bisogna diffidare dei pericoli derivanti dalle loro azioni e tenersi lontane da queste, così bisogna anche mettersi al sicuro dall’inganno e dall’amicizia recitata che altri allestiscono per accalappiarci (“Esopo”, Favola n. 142; la traduzione della morale è mia e non figura in tutti i manoscritti)

 

L’orso menava gran vanto dei suoi sentimenti umanitari, per il fatto che non mangiava cadaveri. Ma la volpe gli disse: «Dio volesse che tu sbranassi dei morti, e non dei vivi!».

Questa favola svergogna i prepotenti ammantati di ipocrisia e di vanagloria (“Esopo”, Favola n. 288)

 

Un falso travestimento è pericoloso per coloro che lo vestono.

C’era una volta un lupo che pensava che fosse una buona idea mutare la sua forma naturale, per ottenere cibo illimitato. Dopo aver indossato la pelle di una pecora, si mescolò al gregge e, con il suo trucco, ingannò il pastore. Quando la notte venne, il pastore rinchiuse il lupo nell’ovile con gli altri animali. Il cancello era chiuso e l’ambiente completamente sicuro. A un certo punto, al pastore venne fame e uccise il lupo con un coltello.

Così accade che chi recita una parte dietro un falso travestimento viene spesso privato della sua vita e scopre che il suo inganno è la causa di una grande rovina (“Esopo”, Favola n. 451; trad. mia)

 

La mamma capra andò a brucare l’erba e avvertì il suo piccolo di non aprire la porta durante la sua assenza. Molti animali selvaggi si aggiravano famelici intorno alla stalla. Quando se ne andò, un lupo andò alla porta e richiamò la piccola capra, imitando la voce della madre. A tale suono, il cucciolo – che poteva vedere attraverso una crepa della porta – disse: «Sento la voce di mia madre, ma tu sei un ingannatore e un nemico, che cerchi di attirarmi fuori, per bere il mio sangue e mangiare la mia carne (“Esopo”, Favola n. 572)

 

Una gatta che s’era innamorata d’un bel giovane, pregò Afrodite di trasformarla in donna, e la dea, mossa a compassione dal suo amore, la cambiò in una bella ragazza. Così il giovane, vedendola, se ne invaghì e se la portò a casa. Ma mentre essi se ne stavano sdraiati nella loro camera nuziale, ad Afrodite venne voglia d1 proIo se cambiando corpo, la gatta aveva anche cambiato le sue abitudini, e lasciò cadere là nel bel mezzo un topo. Quella, dimentica delle attuali circostanze, balzò dal letto e si mise ad inseguirlo per divorarselo. Allora la dea, indignata, la restituì alla sua forma primitiva.

Così si deduce che, per quanto uno reciti per poco tempo sotto un’altra forma, la sua propria natura viene rivelata da quello che ama davvero fare (“Esopo”, Favola n. 50; la traduzione della morale è mia e non si trova in tutti i manoscritti)

 

Il nibbio aveva un tempo una voce acuta, diversa da quella d’ora. Poi, avendo udito un cavallo che emetteva dei magnifici nitriti, volle imitarlo; e, ostinandosi .in questo esercizio, a rifar bene il nitrito, non ci riuscì, ma perse la propria voce; così non ebbe né quella del cavallo né quella che aveva avuto prima.

Gli uomini mediocri che, mossi dall’invidia, cercano di imitare quello che è alieno dalla loro natura, perdono anche le loro doti naturali. (“Esopo”, Favola n. 396)

 

Un asino aveva indossata la pelle di un leone, e tutti lo scambiavano per un leone; di qui, fuga di uomini, fuga d’armenti. Ma ecco che un soffio di vento gli portò via la pelliccia, e l’asino restò nudo. Allora, tutti addosso a picchiarlo con bastoni e con randelli!

Chi si trova nella condizione di un povero privato, non cerchi di recitare i ricconi, per non averne danni e risate: non è conveniente per noi quello che è estraneo alla nostra natura (“Esopo”, Favola n. 188; trad. modificata)

 

Un sonator di cetra da strapazzo cantava tutto il giorno tra le ben cementate pareti di una stanza, e poiché queste riecheggiavano i suoni, si immaginò d’avere una voce potente. Montatosi così la testa, decise che era il caso di affrontare anche il teatro. Ma, giunto sul palcoscenico, cantò veramente da cane e fu cacciato via a sassate.

Così ci sono degli oratori che, fin che si esercitano nelle scuole, fanno bella figura, ma,  quando affrontano la vita pubblica, si scopre che non valgono nulla (“Esopo”, Favola n. 121)

 

Quando un vanesio, accecato dal fragile favore popolare, perviene a una eccessiva stima di se stesso, è messo facilmente in ridicolo per la sua stolta vacuità.

Principe era un flautista piuttosto noto, che soleva prestare a Batillo il proprio accompagnamento sulla scena Durante gli spettacoli (non ricordo bene quali), cadde pesantemente per colpa di una macchina teatrale, alzata con precipitazione quando lui meno se lo aspettava Si fratturò la tibia sinistra, mentre avrebbe preferito rovinarsi le due tibie destre. Sollevato a braccia, fu riportato a casa sua tutto ge mente. Passarono alquanti mesi, finché grazie alle cure si rimise in sesto. Come è uso degli spettatori, si prese a sentire la mancanza di quel tipo piacevole, che suonando il flauto era solito stimolare l’energia del ballerino. Un signore aveva intenzione di allestire uno spettacolo, e poiché Principe aveva ripreso a camminare, con preghiere e con denaro lo indusse a presentarsi in pubblico nel giorno stesso dello spettacolo. Quando arriva questo giorno, in teatro corre un mormorio di voci sul flautista. Chi lo dice morto, chi pronto a presentarsi da un momento all’altro al pubblico. Calato il sipario, scatenati i tuoni, gli dèi parlarono alla solita maniera. Poi il coro intonò un canto ignoto a lui appena reduce sulle scene, le cui parole erano: «Rallegrati, Roma; sei al sicuro perché sano e salvo è il tuo principe». Ci si alzò ad applaudire. Il flautista getta baci: pensa che i suoi ammiratori si congratulino con lui. Il ceto equestre capisce l’equivoco e con crasse risate vuole che il canto sia ripetuto. Ed è bissato. Sul palcoscenico il mio uomo si prosterna tutto. I cavalieri applaudono, facendosi gioco di lui. La gente crede che voglia la corona. Ma quando in ogni settore del teatro la cosa divenne chiara, Principe, con la gamba fasciata da una benda nivea, con una tunica nivea, nivee anche le scarpe, tronfio per le onoranze rese invece alla casa imperiale, fu cacciato fuori da tutti a capofitto (Fedro, Favole, libro V, favola 7 = “Esopo”, Favola n. 529)

 

Gli uomini di solito prendono delle cantonate per la loro stolta parzialità, e, perseverando nel loro erroneo giudizio, sono poi costretti a pentirsene dinanzi all’evidenza.

Un ricco signore, che voleva allestire uno spettacolo pubblico, mise in palio dei premi e invitò tutti perché ciascuno mostrasse le novità del suo repertorio. Si presentarono alla gara, per farsi onore, diversi artisti; tra questi un buffone, noto per i suoi scherzi spiritosi, disse di avere un tipo di spettacolo che non era stato mai portato in teatro. La voce si sparge e mette in fermento la città. I posti, poco prima vuoti, non bastano più per la ressa. Dopo che il buffone si fermò ritto sulla scena, da solo, senza attrezzature, senza nessun assistente, l’attesa stessa produsse un gran silenzio. Quello a un tratto cacciò la testa nelle pieghe del mantello e con la sua voce imitò il verso del maiale, tanto che la gente sosteneva che ne tenesse uno vero sotto il mantello e voleva che lo scuotesse. Così fu fatto e non si trovò nulla. Allora lo colmano di molti doni e lo subissano di applausi a non finire. Vide questa scena un contadino: «Perdio, costui non mi vincerà!», disse e subito dichiarò che il giorno dopo lui avrebbe fatto lo stesso numero e meglio. La calca si fa sempre maggiore. Ormai la partigianeria si è impadronita degli animi e la gente siede con il proposito di deridere, non di guardare. Entrambi si presentano sulla scena. Il buffone grugnisce ben bene per primo e riscuote applausi e suscita acclamazioni. Poi il contadino, facendo mostra di coprire sotto i suoi abiti un porcellino (e lo faceva davvero, ma sfuggendo ai sospetti, perché non si era trovato nulla nella prova precedente), tirò con forza un orecchio al maialino vero che teneva nascosto, e gli cavò fuori per il dolore il verso naturale. La folla, vociando, sostiene che il buffone aveva fatto un’imitazione molto migliore e esige che il contadino sia cacciato via. Ma quello estrae dalle pieghe del mantello il porcellino in carne e ossa, e dimostrando con l’evidenza della prova il loro errore marchiano, dice: «Ecco, questo rende manifesto che razza di giudici siete!» (Fedro, Favole, libro V, favola 5 = “Esopo”, favola n. 527)

 

Perché, per quale stato d’animo o per quale sensazione sopraggiunta dall’esterno si è così tanto ammirata la scrofa di Parmenonte, al punto che è diventata proverbiale? A dire il vero, quando Parmenonte era al culmine della fama per via delle sue imitazioni, si dice che altri per invidia gli abbiano contrapposto le proprie doti, ma siccome gli spettatori erano prevenuti e dicevano: «Bene, certo, ma non è niente in confronto alla scrofa di Parmenonte», uno degli avversari si presentò in scena con un porcellino nascosto sotto il costume; nel sentire il verso di un porcellino vero il pubblico mormorò: «Che vale questa, in confronto alla scrofa di Parmenonte?». Allora quel tale lasciò andare il porcellino in mezzo al teatro, dimostrando che la valutazione era derivata da un’impressione, non dalla verità (Plutarco, Questioni conviviali, libro V, passo 674B7-C5)

 

Se ascoltiamo il grugnito di una scrofa, per esempio, il cigolio di una carrucola, il sibilo del vento o il fragore del mare, proviamo un moto di fastidio e di insofferenza, ma se uno li sa imitare fedelmente, come facevano Parmenonte con la scrofa o Teodoro con le carrucole, ci mette allegria (Plutarco, Come ascoltare i poeti, 18B11-C4)

 

Una volpe penetrò nella casa di un attore e, frugando in mezzo a tutti i suoi costumi, trovò anche una maschera da teatro artisticamente modellata. La sollevò tra le zampe ed esclamò: «Una testa magnifica! ma cervello, niente».

Ecco una favola per certi uomini belli di corpo ma poveri di spirito (“Esopo”, Favola n. 27)

 

La volpe aveva visto per caso una maschera da tragedia: «Che magnificenza!», disse. «Oh, non ha cervello!».

Questo è detto per gli uomini cui la Fortuna diede onori e gloria, ma li privò del buon senso (Fedro, Favole, libro I, favola 7 = “Esopo”, Favola n. 27)

 

Esopo chiese : «Ami la tua mogliettina?». Xanto conformò: «Sì, molto». Esopo insisté: «Vuoi dunque che lei resti?». E Xanto affermò: «Lo voglio, disgraziato!». Allora Esopo gli sussurrò: «Recita come mia spalla» (Anonimo, Romanzo di Esopo, § 31; trad. modificata)

 

Dopo aver soggiornato a lungo a Samo ed essere stato insignito di molti onori, Esopo fu preso dal desiderio di girare per il mondo e cominciò a dare pubbliche letture nei teatri (Anonimo, Romanzo di Esopo, § 101)

 

Esopo divenne attore ridicolo di tragedie. Era l’attore di Eschilo (Scolio alle Vespe di Aristofane = “Esopo”, testimonianza 48; trad. mia)

 

Poté osservare già da lontano che, oltre a due begli esemplari, c’era anche un essere repellente. Si stupì dell’acuta strategia del mercante e gridò: «Bene, bene davvero, per Era! È pieno di sagace intraprendenza, è un vero filosofo, mi stupisce sempre più per il suo acume questo mercante! ». E i discepoli: «Maestro, cos’è che lodi? Cos’è degno di suscitare il tuo stupore? Fa’ partecipi anche noi, non negarci di partecipare del bello». E Xanto cominciò: «Miei cari studenti che amate le parole, sappiate che non di esse sole si nutre la filosofia, bensì anche di azioni concrete. Spesso infatti la filosofia silente supera quella delle parole oppure la conferma. Costui, disponendo di due schiavi belli e di uno schifoso, ha piazzalo quello brutto in mezzo ai belli perché la sua bruttezza illuminasse la bellezza degli altri. Se la bruttezza non fosse stata posta accanto al suo contrario, non sarebbe stata messa alla prova la conoscenza dei due schiavi belli. Ciò risulta evidente dall’esempio che ci viene dai danzatori: attraverso le movenze delle loro braccia, infatti, la comunicazione gestuale disvela a distanza già di per sé, senza l’intervento della parola, una dimostrazione filosofica. Allo stesso modo costui aveva a disposizione due schiavetti di bella presenza e uno repellente, e ha posto quello repellente tra i due belli, affinché la ripugnanza dell’uno facesse brillare la bellezza degli altri. Se infatti ciò che è ripugnante non fosse stato accostato a ciò che gli è superiore, non si sarebbe pervenuti alla “idea” dei due belli». I discepoli: «Tu sei divino, maestro, e abilissimo nell’aver ricostruito con sagacia gli intendimenti di quel mercante». E Xanto riprese: «Su, su, venite con me, voglio comprare uno degli schiavi: ho bisogno di prenderne uno a servizio» (Anonimo, Romanzo di Esopo, § 23)

 

Xanto sentenziò: «Se ciò è avvenuto per l’incuria della mia signora. la brucerò subito viva!». Xanto mormorò: «Mia signora, assecondami recitando la tua parte!» (Anonimo, Romanzo di Esopo, § 63)

 

Le Favole vengono a trovare Esopo, perché lo amano, dato che egli se ne è preso cura. Della favola si interessarono anche Omero, Esiodo e Archiloco, a proposito di Licambe: ma Esopo ha composto favole con tutti gli aspetti della vita umana. E per indurci a ragionare ha dato la ragione anche agli animali. Infatti biasima la cupidigia, respinge l’arroganza e la frode, assegnando un ruolo a un leone, a una volpe e a un cavallo: e, per Zeus!, neppure la tartaruga è muta. E da questi animali i fanciulli diventano discepoli dei fatti della vita. Rinomate grazie a Esopo, le Favole vengono alle porte del saggio per cingere le sue tempia di bende e per incoronarlo con una ghirlanda di ulivo. Egli attende, credo, all’intreccio di una favola: lo dimostrano il sorriso di Esopo e i suoi occhi fissi al suolo. Il pittore sa che la composizione delle favole richiede una mente serena. E il dipinto raffigura sapientemente anche il corpo delle favole: fondendo sembianze animali a sembianze umane, colloca intorno a Esopo una danza tratta dal suo stesso teatro e vi dipinge come corifea la volpe. Esopo infatti ne fa lo strumento della maggior parte dei suoi temi, così come la commedia ricorre al servitore Davo (Filostrato, Immagini, libro I, cap. 3, § 2 = “Esopo”, testimonianza 52)

 

Tu che arricciando il naso, stronchi i miei scritti e disdegni di leggere questo genere scherzoso, sopporta con un po’ di pazienza questo libretto, finché io non spiani il cipiglio severo della tua fronte e non si presenti in scena Esopo su nuovi coturni: «Oh, se mai sulle giogaie del Pelio boscoso non si fosse abbattuto il pino tessalico sotto il colpo della bipenne, né mai Argo, per affrontare il viaggio temerario verso morte sicura, avesse costruito, con l’ausilio di Pallade, la nave che per prima aprì i golfi del Mare Inospitale, a rovina dei Greci e dei barbari! Piange ora infatti la dimora del superbo Eeta e il regno di Pelia giace in rovina per il crimine di Medea; ella, occultando il suo crudele ingegno in vari modi, là si spianò la via della fuga con le membra del fratello, qui con il massacro del padre macchiò delle Peliadi le mani». Che te ne pare? «Anche questo», dici, «è assurdo e falso; perché molto tempo prima Minosse domò i flutti egei con la sua flotta e vendicò con giusta punizione la violenza». Cosa posso dunque fare per te, Catone dei lettori, se non ti piacciono né le favole né le tragedie? Finiscila di essere seccante con i letterati, perché non ti diano una seccatura maggiore. Questo è detto per certi stolti, che fanno gli schizzinosi e criticano anche il cielo, pur di sembrare sapienti (Fedro, Favole, libro IV, favola 7 = “Esopo”, testimonianza 76c)

 

[Uso la numerazione delle favole di Esopo e delle testimonianze sul favolista raccolte in Ben Edwin Perry (ed.), Aesopica: a series of texts relating to Aesop or ascribed to him or closely connected with the literary tradition that bears his name, Urbana, Urbana University Press, 1952. Le traduzioni dei testi sono le seguenti:

  1. Elena Ceva Valla (a cura di), Esopo: Favole, introduzione di Giorgio Manganelli, Milano, Rizzoli, 1988;
  2. Emanuele Lelli, Giuliano Pisani (a cura di), Plutarco: Tutti i moralia, Milano, Bompiani, 2017;
  3. Franco Ferrari (a cura di), Romanzo di Esopo, traduzione e note di Guido Bonelli e Giorgio Sandrolini, Milano, Rizzoli, 1997;
  4. Giannina Solimano (a cura di), Fedro e Aviano, Torino, UTET, 2005;
  5. Giuseppe Mastromarco (a cura di), Aristofane: Commedie, 2 voll., Torino, UTET, 1997;
  6. Giuseppe Pucci (a cura di), Filostrato maggiore: La Pinacoteca, traduzione di Giovanni Lombardo, Palermo, Aesthetica, 2010]
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Enrico Piergiacomi è collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento. Studioso di filosofia antica e di teatro, è specialista del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, dei Presocratici, dei filosofi ellenistici. Attualmente, lavora all’edizione italiana degli scritti di Phillip Mitsis sull’Epicureismo, supervisiona il Laboratorio Teatrale dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica Teatrosofia (http://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015) e autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi