La Cupa di Mimmo Borrelli. Atroce e virulenta è la verità del teatro

Al Teatro San Ferdinando di Napoli è in scena fino al 6 maggio La Cupa- Fabbula di un omo che divinne un albero, nuovo spettacolo di Mimmo Borrelli prodotto dal Teatro Stabile di Napoli diretto da Luca Fusco. La recensione

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Molti, come chi scrive, pensano che restituire la visione sia una vocazione, tanto quanto produrla probabilmente. Un atto così folle, così imperfetto, così impossibile nella sua compiutezza. La coscienza della responsabilità verso lo sguardo, quello proprio e quello altrui, non demorde mai, o così dovrebbe essere, resiste involontaria alle disillusioni, alle dinamiche mondane, ai tentativi di svilimento, alle provocazioni dei cedimenti. Come per tutte le cose fin troppo umane, come per tutte le faccende tanto tangibili e tanto trascendenti da non potervi prescindere, capitano volte in cui  assolvere a siffatta vocazione ha una connotazione simile a un onere, altre a un onore. E poi ci sono quelle volte, sufficientemente poche, in cui onere e onore impietriscono di fronte alla densità della visione, perché forse la vocazione non è diversa da una passione i cui tremiti non vibrano, non si consumano, non si esauriscono solo tra i pori della carne, ma, come le giaculatorie o come le orazioni, ottenebrano, invadono tutto ciò che oltre e dentro di essa può implodere e detonare.

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Una pedana, un ponte fende la sala del Teatro San Ferdinando di Napoli dividendola in due parti ove arretrano le poltrone, al fondo un vessillo logoro con l’effige di un uomo e di un maiale, un candelabro, sul palcoscenico un’enorme sfera ottanio. Tutto è oscuro, tutto deve ancora accadere, tutto è già accaduto. In scena è La Cupa Fabbula di un omo che divinne un albero di Mimmo Borrelli. Acclamato, riconosciuto, al centro di un principio di polemiche che lo vedrebbe escluso incomprensibilmente dal cartellone del prossimo anno e fuori da previsioni di circuitazione altrove, il lavoro prodotto dal Teatro Stabile di Napoli si pone, o meglio si impone, quale primo capitolo di una Trilogia della Terra a seguire la Trilogia dell’acqua di ‘Nzularchia, ‘A Sciaveca, La madre: ‘i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma. Tremilacinquecento versi figli di una riduzione che in origine li voleva quindicimila, divisi in due capitoli la cui necessità di sfasatura nella programmazione ci lascia il dubbio che oggi si ritenga senza eccezioni lo spettatore inabile a resistere a circa tre ore di spettacolo, a vivere l’evenemenzialità performativa come qualcosa di necessario nella sua interezza, anche ove di rado accada ancora di non andare a teatro, ma di assistervi come in questo caso.

Due ragazzi innamorati – Maria delle papere e Vicienzo Mussasciutto –, epigoni di famiglie ostili l’una all’altra per questioni che hanno a che fare con una cava di tufo sottratta a carte dal nonno di una al nonno dell’altro, sono destinati a perire insieme a molti altri, a piegarsi al peso, al fetore di recriminazioni, odi, di morti inflitte, di morti cercate, di stupri di bambini ammazzati come capretti, di figli abbandonati, di figli persi, di non più figli. Perché senza di essi non ci sarebbero i padri, Giosefatte Nzamamorte e Tummasino Scippasalute, ognuno a modo proprio degenerazione di un complesso di figure, di nature, di istinti, entrambi sconfessioni di un principio primigenio, abbrutiti per negazione o meglio per sottrazione, immagini di un tempo che è sempre, che si pensa non possa essere mai e che invece è ora. Come dicevamo tutto è già accaduto. Nei territori flegrei, sulle pagine dei giornali, fuori e dentro le cavità nascoste del mondo, fuori e dentro la scena, nella cloaca celata di ogni esistenza umana. Quella che ci si offre è la convocazione ancestrale e attualissima di figure di vivi nella vertiginosa discesa verso il buio. Tuttavia è già una seduta messianica, una celebrazione di ombre, rito atroce, tremendo, putrido, virulento, e in quanto tale epico, indispensabile, bellissimo.

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È vero, in questo spettacolo c’è più di qualcosa che riporta a La Gatta Cenerentola di Roberto De Simone e risale fino al Cunto de li Cunti di Basile.  È vero, c’è più di qualcosa di shakespeariano.  È vero, c’è più di qualcosa che rimanda al Teatro Nō e ai teatri orientali. È vero, c’è più di qualcosa che si lega alla tradizione teatrale napoletana, a Raffaele Viviani. È vero, c’è più di qualcosa che rimanda alla tragedia greca.
Perché in questo lavoro di Borrelli impera la parola: sistema ritmico di una verbalità così compiuta da apparire quasi corporale, verso vero e proprio, a sfidare, a penetrare la superficie del linguaggio trascinato coi lacci della metrica nel vituperio della bestemmia, alle radici di un vernacolo spurio inaccessibile a tratti anche ai più avvezzi alle cadenze campane, eppure ugualmente comprensibile nelle sue ripercussioni mimiche, nella modulazione dei suoi riverberi tonali. Perché in questo lavoro di Borrelli prende forma il suono: vocalizzazione testuale che passa dal “detto” al “cantato” col  contrappunto delle musiche composte ed eseguite dal vivo da Antonio Della Ragione. Perché in questo lavoro di Borrelli il corpo consiste: nella articolazione dell’azione che si compone come una partitura, nell’avvicendarsi di crescendo e cali, dalla micro-azione allo spasmo, dalla singolarità alla coralità, dal gesto al movimento, nella qualità della presenza di ogni interprete senza alcuna differenza. Perché in questo spettacolo di Borrelli l’immagine si avvera: possente, materica, simbolica espressione di una cifra estetica definita.

Ossessivamente, sgradevolmente, meravigliosamente, come solo può quella rara e profonda celebrazione che si allontana dalla realtà per assurgere a Verità del teatro.
Se la paura non è che l’attesa dell’evento, allora di nuovo ci sono volte, sufficientemente poche, in cui il teatro fa paura, e per chi ha una vocazione la paura è quasi grazia, senza assoluzione.

Marianna Masselli

Teatro San Ferdinando, Napoli – maggio 2018

LA CUPA
FABBULA DI UN OMO CHE DIVINNE UN ALBERO
versi, canti, drammaturgia e regia Mimmo Borrelli
con Maurizio Azzurro, Dario Barbato, Mimmo Borrelli, Gaetano Colella, Veronica D’Elia, Renato De Simone, Gennaro Di Colandrea, Paolo Fabozzo, Marianna Fontana, Enzo Gaito, Geremia Longobardo, Stefano Miglio, Autilia Ranieri
scene Luigi Ferrigno
costumi Enzo Pirozzi
musiche, ambientazioni sonore composte ed eseguite dal vivo da Antonio Della Ragione
disegno luci Cesare Accetta
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale

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Marianna Masselli, cresciuta in Puglia, terminato dopo anni lo studio del pianoforte e conseguita la maturità classica, si trasferisce a Roma per coltivare l’interesse e gli studi teatrali. Qui ha modo di frequentare diversi seminari e partecipare a progetti collaterali all’avanzamento del percorso accademico. Consegue la laurea magistrale con una tesi sullo spettacolo Ci ragiono e canto (di Dario Fo e Nuovo Canzoniere Italiano) e sul teatro politico degli anni '60 e ’70. Dal luglio del 2012 scrive e collabora in qualità di redattrice con la testata di informazione e approfondimento «Teatro e Critica». Negli ultimi anni ha avuto modo di prendere parte occasionalmente a ulteriori esperienze o realtà redazionali (v. «Quaderni del Teatro di Roma», «La tempesta», foglio quotidiano della Biennale Teatro 2013).