I Love You TOSCA. Kinkaleri e la scarnificazione dell’opera

Capitolo conclusivo di una trilogia di spettacoli per bambini e ragazzi tratti dalle opere pucciniane, I Love You TOSCA di Kinkaleri ha debuttato al Teatro Fabbricone di Prato. Recensione.

Foto Kinkaleri

«Affrontare l’opera, qualcosa che ha un corpo così denso e restituirlo invece scarnificato»: con queste parole Gina Monaco – intervistata con Massimo Conti e Marco Mazzoni in occasione del debutto di Hit Parade sintetizzava su queste pagine il fulcro del progetto pluriennale che aveva condotto Kinkaleri a proporre prima Nessun dorma e poi Butterfly, adattamenti pensati per un pubblico di bambini di due delle più celebri creazioni di Giacomo Puccini. Proprio questa rivendicazione di una spoliazione della tradizione lirica, da sempre interpretata dal comune sentire come spazio principe per l’imponenza e lo sfarzo, poteva apparire quasi paradossale: e ancora più coraggiosa sembrava la volontà di proporre ai giovani spettatori quel coacervo di passioni violente, finanche omicide, che le vicende di Turandot e Madama Butterfly tratteggiano tra romanze e recitativi. Con il recente debutto di I Love You TOSCA, tappa conclusiva del trittico, il percorso appare adesso coerente anche nell’intento di una sfida progressiva, mossa alle difficoltà di traduzione delle torbide vicende dell’opera in un lessico piano, accessibile a una platea di ragazzi: dal sostanziale happy ending della storia d’amore tra Turandot e Calaf, il collettivo pratese approdava così al tragico seppuku dell’ingenua Cho Cho-san, per giungere infine al concitato dramma di Floria Tosca e Mario Cavaradossi, a conclusione del quale nessuno  sia egli vittima o carnefice, assassino o suicida  sopravvive.

Foto Guido Mencari

Presentato in prima nazionale al Teatro Fabbricone tra gli eventi conclusivi della pregevole stagione Met Ragazzi, I Love You TOSCA sembra inoltre condurre al proprio climax il meccanismo di rarefazione della magniloquente sintassi dell’opera: e rappresentare così il significativo esito, seppur imperfetto, di una riflessione sulle modalità di accostamento tra un’astrazione formale sempre più netta e un contenuto narrativo lineare e rigido. L’uso dello spazio appare in questo senso esemplificativo: l’atipica presenza di un sipario  elemento inconsueto nella sala pratese  agisce qui come ultimo lascito del lussuoso apparato scenografico che da sempre contraddistingue le produzioni liriche. E tuttavia il drappo è solo una falsa illusione: ciò che cela è un luogo neutro e minimalista, un ambiente severo privo di qualsiasi concessione al decorativismo. Alcuni parallelepipedi in lattice, grigi monoliti che troneggiano su un palco di lattiginoso candore, costituiscono l’unica traccia all’interno di un paesaggio che i performer  Mazzoni e il soprano Yanmei Yang – più che abitare agiscono, assemblano, modificano durante lo svolgersi dello spettacolo. Se questa costruzione live della scena è specifica dell’estetica di Kinkaleri, tuttavia la ricchezza immaginifica che aveva contraddistinto Butterfly  dove le proiezioni dei disegni abbozzati da Mazzoni, utilizzando semplice nastro adesivo posto sul tappeto danza, contribuivano a creare straordinari panorami anamorfici  adesso appare depotenziata, quasi in sordina rispetto a una rinnovata centralità della drammaturgia e dell’interpretazione.

Foto Guido Mencari

È qui, in questa preminenza della componente narrativa, che Kinkaleri sembra adesso direzionare il proprio interesse creativo: una riscoperta della trama che, resa necessaria dalla “gabbia” rappresentata dal libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, conduce artisti e spettatori al nucleo primigenio dell’opera, al racconto inteso come successione degli eventi e al contempo come modalità espositiva che sulla scena acquisisce nuove, impreviste torsioni. La componente metateatrale e la messa in luce dei dispositivi di finzione tipici del teatro hanno in questo senso un ruolo primario: basta rovesciare un mantello sul quale campeggia una sagoma umana colorata ora in giallo, ora in blu o in rosso, perché Mazzoni diventi Cesare Angelotti, Mario Cavaradossi o il barone Scarpia; è sufficiente mostrare alla platea quei disegni celati su una faccia dei parallelepipedi, combinati dai performer come in un puzzle, perché affiorino il ritratto della marchesa Attavanti, il gigantesco pugnale con cui Tosca uccide Scarpia, il plotone di esecuzione approntato per Cavaradossi.

Foto Guido Mencari

E tuttavia, in una declinazione attualizzante della vicenda, Kinkaleri ricorre a soluzioni che a tratti appaiono fin troppo pop, debitorie di un immaginario giovanilistico forse poco funzionale all’operazione: già la scelta del titolo, con il nome dell’eroina scritto in caps lock, tradisce l’adesione al linguaggio dei social media, ed è grazie alla torcia del telefono cellulare che Mazzoni attraversa la platea, immersa nell’oscurità, e raggiunge il palcoscenico dove Angelotti spera di trovare rifugio. Il lavoro attorale e registico evidenzia secondo cifre speculari le due più celebri arie: Vissi d’arte è occasione per Yanmei Yang di sfidare il Si bemolle, inscritta dall’occhio di bue in un cerchio di luce mentre il testo della romanza scorre sul fondale; E lucevan le stelle è invece un close-up del volto di Mazzoni, ripreso con il cellulare e ingigantito sullo schermo mentre la fonosfera del Teatro Fabbricone risuona di un’altra, cristallina voce.

Foto Guido Mencari

Ciò che sembra rappresentare uno scarto ulteriore rispetto a Butterfly è tuttavia la modalità di interazione con il pubblico: se nello spettacolo tratto dall’opera postuma di Puccini spetta a un bambino, individuato in platea, il compito di porgere la straziante verità su Pinkerton e distruggere così i sogni di Cho Cho-san, adesso i piccoli spettatori sono chiamati a scegliere il vestito da far indossare a Tosca tra quelli esposti su una rella appendiabiti. Non c’è più possibilità di intervento nel tessuto drammaturgico, non è più possibile tracciare il destino della tragica protagonista ed esperirne le conseguenze: perché è il teatro stesso, sembra dire Kinkaleri, a determinare svolte e decisioni, a dettare quelle menzogne che sul palcoscenico uccidono, torturano, conducono al suicidio. Floria Tosca può così impartire una tragica istruzione a Mario, conducendolo inconsapevolmente verso la fine di entrambi, sui bastioni di Castel Sant’Angelo: «fai finta di morire, come a teatro!».

Alessandro Iachino

Teatro Fabbricone, Prato – aprile 2018

I Love You TOSCA
opera in tre atti liberamente tratta da Tosca di Giacomo Puccini
adattamento, regia, coreografia, scene, costumi Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco
con Yanmei Yang, Marco Mazzoni
produzione Kinkaleri
in collaborazione con Teatro Metastasio Stabile della Toscana, FTS Fondazione Toscana Spettacolo
con il sostegno di Regione Toscana, MiBACT – Dipartimento dello Spettacolo
un ringraziamento speciale a Marco Orciatici, Marco e Leonardo Berti-Acril Nova, Cristina Zamagni, Michel Bergamo, Niccolò Magrelli

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.