Eretici semi di felicità. Intervista alla Non scuola delle Albe

In seguito all’esperienza netina della Non Scuola del Teatro delle Albe, abbiamo intervistato Marco Martinelli, alcuni partecipanti e il sovrintendente alla direzione artistica del Teatro comunale di Noto, fautore del progetto.

Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Foto di Francesco Di Martino e Giuseppe Portuesi

La Non-scuola del Teatro delle Albe è una delle realtà  di animazione teatrale per ragazzi e adolescenti tra le più fruttuose e longeve; ha seminato in tutta Italia radici forti e durature, in grado di assumere forme sempre più elaborate e autonome, molte raccontate da Marco Martinelli all’interno del libro Aristofane a Scampia che traspaiono anche in un altro bel testo come Farsi luogo. Una delle ultime esperienze è avvenuta in un terreno forse meno coltivato, a Noto, su volontà di Salvatore Tringali, sovrintendente del Teatro Comunale Tina di Lorenzo che in questo suo primo anno di direzione artistica ha voluto il gruppo ravennate non soltanto per uno spettacolo ma anche per un un progetto che ha visto alcuni ragazzi immergersi nel mondo delle Albe tra lezioni, incontri, proiezioni video, laboratori e la messinscena di Maryam.

Grazie alla Fondazione Tina di Lorenzo e ai due festival finanziati dal Comune di Noto, Kairos, diretto da Paolo Randazzo e Volalibro. Festival della cultura per ragazzi, grazie anche alla collaborazione di Carla Caristia, Orazio Condorelli, Corrada Fatale, Sabina Pangallo e Noemi Zaffiro, a Eresia della felicità hanno partecipato alcuni studenti (del Liceo Classico afferente all’istituto Matteo Raeli di Noto), alcuni dei quali non avevano mai fatto teatro, mentre altri hanno all’attivo diversi laboratori teatrali o sono frequentatori di teatri; cinque ragazze provenienti da un centro di prima accoglienza, estremamente entusiaste anche per l’opportunità di socializzazione con altre “comunità”, e due studentesse universitarie catanesi. A questa variegata umanità  si affiancano anche diverse modalità di approccio, che hanno visto coesistere e fondersi tanto la pratica teatrale quanto l’osservazione dei processi, documentata dai ragazzi all’interno di processo di osservazione e scrittura critica all’interno del PatÀsino, un inserto speciale del loro giornale scolastico, nato durante il laboratorio di scrittura critica curato da Vincenza di Vita.

Marco Martinelli al lavoro con i ragazzi durante il laboratorio Eresia delle felicità. Foto di Salvatore Tringali

Su invito di quest’ultima abbiamo approfittato di un sabato mattina per entrare, pur nella virtualità di una video chiamata Skype, in una classe del liceo, nel lavoro condotto da Martinelli, per una restituzione a caldo di quanto avvenuto durante l’apertura pubblica del giorno precedente e durante le ore di laboratorio preparatorie. Alternando le risposte della guida della Albe a quelle dei ragazzi, emerge ovunque un entusiasmo palpabile per l’avventura appena trascorsa, uno sguardo lucido sui processi messi in atto, di inclusione e creatività, nonostante il poco tempo a disposizione, e anzi forse proprio per questo fautori di un’ulteriore meraviglia.

L’esperienza della non-scuola del Teatro delle Albe è iniziata più di venticinque anni fa: come e quanto è cambiato l’approccio in questi anni da parte vostra o dalle scuole?

Martinelli: Il primo anno, era forse il ‘91, ha coinciso con l’inizio di Ravenna Teatro, dunque l’ingresso nelle scuole è arrivato nel momento in cui il Teatro delle Albe si trasformava da piccolo gruppo a teatro della città. Se posso dirti veramente io non sento nessun cambiamento. Ho 27 anni in più, i ragazzi hanno qualche cellulare in più nelle loro tasche, ma  quella fame di vita, di amore, di gioia che è sotto pelle, è la stessa, allora come oggi. Cambiano riferimenti a canzoni e film, ma la sostanza forte della mia relazione con loro e di quello che facciamo è rimasta identica.

Dal punto di vista delle scuole il rapporto cambia anche da città a città: per esempio sto facendo in questi sei mesi un lavoro più grande su Majakovskij in una scuola a La Spezia, che avrà il debutto all’inizio di maggio. Mentre qui a Noto c’è stata un’accoglienza bellissima, non solo da parte dei ragazzi ma anche da parte degli insegnanti, del direttore del teatro, di Vincenza e Orazio, a La spezia ci hanno chiamato ma poi abbiamo trovato solo bastoni tra le ruote, proprio da parte di professori che, forse perché anche loro fanno i loro laboratori nelle scuole, si sono sentiti come espropriati da questa cosa.

Salvatore, conoscendoci, ha voluto una settimana perché provassimo a seminare qui a Noto una certa idea di teatro, un teatro condiviso, delle emozioni, dei molti, un teatro che non si ferma alla linea del proscenio ma “sbaglia” in platea e dialoga fortemente con essa, perché questo dialogo è la natura fondante del teatro.

Performance finale del laboratorio. Foto Vincenza di Vita. Foto di Francesco Di Martino e Giuseppe Portuesi

Ai ragazzi chiedo quale sia stato l’aspetto che è balzato agli occhi in maniera più evidente di questo lavoro. Rispondono sia degli studenti che hanno partecipato in qualità di osservatori, sia coloro che hanno preso parte al gioco scenico.

Amedeo: In questi giorni di laboratorio mi ha colpito ciò che siamo riusciti a realizzare in così poco tempo, a partire da alcune poesie di Majakovskij lette in varie lingue, italiano, inglese, spagnolo, yoruba… In appena quattro pomeriggi siamo riusciti a sentirci veramente. Si è trattato di un’esperienza meravigliosa, estremamente formativa anche perché pur essendo noi in un liceo classico, effettivamente non avevamo mai studiato l’Orlando Innamorato di Boiardo.

Blessing: Io ho soltanto guardato, ma ho notato una modalità di incoraggiamento, una capacità di ascolto in grado di farti sentire speciale, il colore della mia pelle è differente ma qui non mi sono sentita diversa, non lo dimenticherò mai. Stando assieme,  ci siamo incoraggiati a vicenda, davvero è avvenuto un incontro tra differenti culture e linguaggi.

Chiara: Marco è riuscito a farci sentire parte di un mondo in cui sembrava quasi che fossimo abituati a stare. C’era un’energia che ti spingeva ad andare avanti, tutto era incentrato su questo, anche i gesti, ciò che ripetevi, il modo in cui lo facevi, quello che passava da una persona ad un’altra. Mentre leggevamo queste poesie sentivamo questa forza che ti spingeva ad andare avanti, a dirlo più forte,  a comunicarle, a farle arrivare agli altri.

Loro parlano di forza, di incontro, e tu, Marco, più che di messinscene parli di messa in vita: quali sono le modalità concrete attraverso cui metterla in pratica?

Martinelli: Non è una ricetta trasmissibile, ma è un’attitudine, una sensibilità: bisogna cercare di stare in mezzo a loro con una grande attenzione, devi avere una cura precisa su ogni volto ogni corpo. La prima cosa che la guida (alle Albe così chiamiamo chi lavora alla Non scuola, non lo chiamiamo mai regista) è essere medium, deve fare e porsi come ricettore, come un’antenna che riceve la vita attraverso uno sguardo, una timidezza, occhi bassi, oppure attraverso quella che definirei un’eruzione come lenta,  un vulcano per cui basta semplicemente dirgli vai e già ti racconta qualcosa. Dunque tenere le orecchie aperte e gli occhi spalancati per ricevere tutto quello che questi ragazzi ti possono dare.

Performance finale del laboratorio.Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Foto di Francesco Di Martino e Giuseppe Portuesi.

Poi ciascuna delle nostre guide ha il suo metodo, il mio è il canto. Usare un’ottava di Matteo Maria Boiardo potrebbe apparire come una cosa tra le più astruse del mondo per mettere in vita un coro di adolescenti, poi invece funziona sempre molto bene. Io la canto per la prima volta in maniera tradizionale, e allora lì i ragazzi possono anche spaventarsi perché è qualcosa di lontano da loro, è un canto popolare che potrebbe anche un canto gregoriano con delle cadenze liturgiche; ma subito dopo lo trasformiamo in un rap, facendo in modo che i ragazzi mi seguano non solo nel canto ma anche nella gestualità… i ragazzi sentono che si possono scatenare. Quella è la porticina da cui passa tutto il resto del lavoro; una volta che si è stabilito questo patto tra me e loro da lì può succedere tutto e devi essere pronto ad attendere tutto.

Ai ragazzi: prima di questa esperienza, vi siete mai interessati al teatro? Vi è capitato di andare a teatro a oppure lo avete praticato?

Cristina: Siamo venute senza sapere cosa aspettarci perché non avevamo assistito a tutto lavoro, è stata una sorpresa vederli, soprattutto quando Marco chiedeva loro di mantenere lo sguardo fisso era come se ci fosse un filo che ci collegava a loro, come se ci conoscessimo da sempre; o anche quando Marco ha chiesto di accarezzare gli spettatori, credo di non essermi mai sentita tanto inerme davanti a un così semplice gesto.

Anthea: Io avevo pensato di partecipare al workshop, mentre sono stata molto contenta di aver “soltanto” visto; è stata un’occasione per ritrovare il “fuoco sacro” che arde in loro e dunque anche in me. Vedendo i loro sguardi ricevendo le loro carezze ho potuto capire quanto fosse importante tutto questo sia per loro che per me. Vedere questa emozione così forte venire fuori da pochi giorni di laboratorio credo sia straordinario.

Salvatore Tringali e Marco Martinelli. Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Foto di Francesco Di Martino e Giuseppe Portuesi

A Marco e Salvatore: qual è la consegna che lasciate ai ragazzi che vi hanno accompagnato questi giorni?

Martinelli: Mi fai pensare a una cosa che non ho razionalizzato. La consegna è l’abbraccio fortissimo che ci siamo dati alla fine di tutto ieri sera. Quando abbiamo finito siamo andati nello spazio fuori il palco per ritrovare, dopo quel momento di incontro con gli altri, anche uno tutto nostro. Quando chiedevo loro di guardare gli spettatori, era vero anche il contrario, ovvero che anche loro stessi erano guardati. Quell’abbraccio alla fine era un ringraziamento per aver superato le timidezze, le paure, però non avevano fatto, e per me questo è fondamentale, un’esibizione. Era un evento di teatro, c’era una forma, c’era un linguaggio c’erano dei versi, della musica, ma nello stesso tempo non si sono mostrati per mostrarsi, erano lì per comunicare, per fare una comunione con gli spettatori. Poi con Salvatore stiamo già un po’ congiurando perché questa esperienza non resti isolata!

Salvatore: Sono sicuro che rimarrà qualcosa sia a questi ragazzi sia alla città, ma questo non basta e vorremmo lanciare anche noi un piccolo seme, una tribù come ce ne sono altre in giro per l’Italia, che potranno incontrarsi di nuovo un po’ come è successo qualche anno fa a Santarcangelo. Certamente qui il lavoro deve continuare e dunque mi prendo un po’ la responsabilità perché questo accada.

Dalla performance avvenuta il giorno prima recupero un verso dello stesso Majakovskij, che per Marco Martinelli, ribaltandone il senso tragico (fu scritta poco prima di suicidarsi), esemplifica il lavoro portato avanti questi giorni: «La barca dell’amore si è schiantata contro il grigiore del quotidiano». Martinelli accompagna i ragazzi dando loro delle indicazioni, ovvero facendo emergere alla luce il processo che hanno sviluppato durante il laboratorio, che è anche quel meccanismo di “messa in vita” che rende tangibile e vivo il mestiere dell’attore. Portare il teatro agli adolescenti ha dunque lo scopo di impedire che questa barca si schianti, ma probabilmente ha anche il compito di far sì che questo amore sovrasti le nuvole dell’esistenza.

Viviana Raciti

Noto, marzo 2018.

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