A fior di labbra. Lingua, esperienza e memoria di Peter Brook

Quinta di Copertina. Du bout des lèvres è l’ultimo libro di Peter Brook pubblicato in Francia dalla casa editrice Odile Jacob e tradotto da Jean-Claude Carrière. Recensione

foto di Gaia Clotilde Chernetich

Du bout des lèvres, ovvero ”a fior di labbra”. Questo è il titolo dell’ultimo libro di Peter Brook in cui trovano spazio ricordi e riflessioni. Il volume pone il lettore a contatto con un universo personale sfaccettato che arriva a toccare il teatro fino a esserne impregnato, partendo dalla quotidianità e dalle parole che le sono proprie. Il libro ha molteplici fili conduttori, che si intrecciano e si sviluppano attorno ad alcune questioni principali.

In bilico tra le due lingue della sua vita, l’inglese natale e il francese acquisito, Peter Brook medita il mondo delle parole, analizzandolo, percependone bizzarrie e regole, mettendone in evidenza la forza divisiva – la stessa che lo fa ancora sentire linguisticamente straniero in Francia – e la forza unificatrice, che è propria di tutte le lingue umane e della loro espressività.

Brook si interroga, nel prologo che apre il testo, sulla relazione che intercorre tra una parola e il suo significato. Il suo punto di vista assume la prospettiva che nasce dal basso: le parole, sostiene l’autore, sono strumenti indispensabili alla nostra vita quotidiana. Nel corpo dell’attore, tuttavia, la parola prende una specificità nuova, quella che fa sì che il quotidiano possa non avere nulla a che fare col “quotidiano” che un attore o un’attrice portano sulla scena.

C’è una dolcezza profonda, in queste riflessioni, che giungono al tempo del grand âge di un uomo che, oltre a non aver bisogno di presentazioni, non ha mai visto diminuire la propria curiosità verso le persone e verso il mondo; una curiosità che il suo teatro ha veicolato – decennio dopo decennio – dando vita a opere sapienti, memorabili e rivoluzionarie.

Il volume, edito in Francia all’inizio del 2018 dalla casa editrice parigina Odile Jacob e tradotto dall’inglese da Jean-Claude Carrière, è diviso in tre parti.

Nella prima Brook affronta la questione delle parole; qui il teatro emerge piano piano, ma si percepisce come esso agisca, da sostegno, a un pensiero che sfida continuamente i confini tra il teatrale e la vita che accade fuori, tra il politico e il personale. La sensibilità è sempre in primo piano: l’attore, in particolare, deve diventare sensibile al sapore della scrittura e a quello delle lettere. E poiché il potere della lingua è nei suoi dettagli, la giustezza delle parole è un movimento, una disciplina rigorosa che continuamente cambia.

Nella seconda parte, Brook inizia da un aneddoto della sua giovinezza, una narrazione “storica” che – infine – dimostra come sia sempre necessario cercare un senso prima di cercare una forma; mentre qualsiasi tentativo di procedere nel senso opposto espone al fallimento. Il contesto di questa riflessione è il teatro d’opera, Covent Garden, al quale Brook approdò ventitreenne e inesperto per allestire un Boris Godounov.

Una ricerca che può definirsi tale si distanzia dalle istanze di chiusura delle ideologie: ogni forma è un passo verso la ricerca del senso, e il senso è il Graal che ispira l’uomo e continuamente rilancia la sua ricerca. A questo proposito, giustamente per Brook «le bon choix se fait de lui-même», ovvero «la scelta giusta si fa da sé». La forza dell’intuizione – afferma – gli è stata fondamentale per concepire lo spazio, lo spazio vuoto, e per rivitalizzare quei concetti umani un po’ consunti, come la pace, la bellezza, la gioia, che trovano spazio nel teatro, ma hanno a disposizione solo uno strumento – il corpo.

La terza parte è il momento in cui il regista si dedica alla vastità di Shakespeare. Brook condensa tutto in un’immagine, quella del grattacielo, forma che offre una visione chiara di come funzioni una struttura composta di moltissimi livelli: “Ogni parola scritta da Shakespeare è un punto di partenza. A partire dalla parola “Shakespeare””. E proprio Shakespeare, che scrisse che il teatro offre alla natura uno specchio, “serve” a Brook per affermare una piena fiducia e scrivere del proprio amore per quegli specchi magari polverosi, deformanti e consunti che chiamiamo “teatro”. A noi tutti che apparteniamo a quei riflessi non resta che lasciarci toccare profondamente da noi stessi e dalla natura umana che lo specchio-teatro ci mostra, e con il quale siamo una cosa sola.

Gaia Clotilde Chernetich

A bout des lèvres, Peter Brook
casa editrice Odile Jacob
anno 2018
128 pagine
EAN13 : 9782738139924
140 x 205 mm
Disponibile anche in ebook

 

 

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Gaia Clotilde Chernetich ha ottenuto un dottorato di ricerca europeo presso l’Università di Parma e presso l’Université Côte d’Azur con una tesi sul funzionamento della memoria nella danza contemporanea realizzata grazie alla collaborazione con la Pina Bausch Foundation. Si è laureata in Semiotica delle Arti al corso di laurea in Comunicazione Interculturale e Multimediale dell'Università degli Studi di Pavia prima di proseguire gli studi in Francia. A Parigi ha studiato Teorie e Pratiche del Linguaggio e delle Arti presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e Studi Teatrali presso l'Université Paris3 - La Sorbonne Nouvelle e l'Ecole Normale Supérieure. I suoi studi vertono sulle metodologie della ricerca storica nelle arti, sull’epistemologia e sull'estetica della danza e sulla trasmissione e sul funzionamento della memoria. Oltre a dedicarsi allo studio, lavora come dramaturg di danza e collabora a progetti di formazione e divulgazione delle arti sceniche e della performance con fondazioni, teatri e festival nazionali e internazionali. Dal 2015 fa parte della Springback Academy del network europeo Aerowaves Europe, mentre ha iniziato a collaborare con Teatro e Critica nel 2013.