È solo amore (non è una recensione sul Teatro Comico di Roberto Latini)

Due giovani spettatori mi hanno chiesto cosa pensassi del Teatro Comico di Roberto Latini, alla fine del primo atto, nella sala del Piccolo Teatro Grassi di Milano.

Foto di Masiar Pasquali

Alla fine del primo atto, quando molti escono per fumare o prendere un caffè, Giacomo e Sebastiano dal fondo del Piccolo Teatro Grassi di Milano hanno deciso di alzarsi e fare un giro più avanti, dove la platea discende dolcemente verso il palco, hanno squadrato in volto un po’ di gente seduta nelle file privilegiate, hanno scartato qualche signora ingioiellata con cui forse dialogare poteva essere un ardimento, hanno infine scelto me per domandare quale fosse un mio parere sullo spettacolo visto fino a quel momento, perché loro, giovani studenti e privi di una cultura teatrale già formata, hanno detto, avevano qualche difficoltà a spingersi dentro lo spessore oltre cui Roberto Latini ha posto Il teatro comico di Carlo Goldoni, attribuendo all’opera il carico di due capolavori novecenteschi come l’Arlecchino servitore di due padroni firmato da Giorgio Strehler (1947) e il Ritorno di Scaramouche che Leo de Berardinis compose nel 1995, ossia in un’epoca delle arti più prossima anche allo stesso nuovo regista dell’opera goldoniana. E come possiamo fare, Giacomo e Sebastiano, come possiamo. Qui non è una questione di teatro. Se Latini pensasse a Goldoni come a un autore teatrale e a sé stesso come un regista di teatro, saremmo del tutto fuori strada. Nessuno sarebbe al proprio posto. Vedete questo libretto che ci hanno dato all’entrata? Proprio Latini, in una conversazione con Gerardo Guccini che è un professore ma non di quelli che avete voi, questo ci mette l’anima nelle parole, insomma Latini dice: «Stiamo attenti a restare nel testo, non per rappresentarlo, ma per mostrare quanto abbiamo raccolto standoci dentro». Capite com’è? Non si tratta di teatro che fa il verso al teatro, può sembrare e questo vi esclude. Ma la chiave è che qui stiamo parlando dell’uomo e questo sì vi riguarda, come riguarda me. Teatro non è che un territorio di discussione, un luogo dove mostrare i problemi della comunità o dell’individuo, che siano sociali o intimi, perché l’umanità possa fare un pezzetto in avanti se li tiene davanti agli occhi.

Foto di Masiar Pasquali

Vediamo, che succede qui? Tutto inizia da un sipario chiuso e da uno sparo, sangue sulla maglietta di un morto che invece inizia a vivere proprio da quel momento; di fianco, su un piedistallo fuori il palco, c’è il monumento di Arlecchino, icona, simbolo di un teatro tradizionale d’improvvisazione, feticcio della storia; se ne sta eretto e quasi minaccioso, ma sarà per dominare o per mostrare, cadendo, la resa? Ma soprattutto: chi ha sparato? Non lo sappiamo, ma ciò che importa è che lo sparo viene con noi per tutta la commedia, la maglietta del capocomico resta insanguinata, sul petto dove l’artificio è rivelato; una pistola appare lungo tutto lo spettacolo ma, dopo lo sparo, sarà carica oppure no? Sparerà ancora? Sono domande, ma non è per avere risposte che si entra in teatro. La vedete questa pedana dove gli attori in abiti settecenteschi, ma mostrati con ancora le cuciture da ultimare, come fossero manichini, cercano di restare in armonia l’uno con l’altro e fare compagnia? Io potrei star qui a dire che Latini l’ha visto in un piccolo film animato del 1989 di Wolfgang e Christoph Lauenstein che si chiama Balance, vi metto qui anche il link così vedete che meraviglia sia, ma non importa, perché gli attori, su quella pedana instabile che rimodula il proprio equilibrio secondo ogni movimento, stanno ponendo in campo la vita. E se non sapete il teatro, beh, la vita la conoscete. E ne saprete sempre di più.

Foto di Masiar Pasquali

Su quella pedana, vi dicevo, gli attori. E tra di essi i migliori, si muovono nell’atmosfera polverosa disegnata dalle luci di Max Mugnai, una nebbia densa che sembra insinuata, penetrata dalle note emotive e ostinate, calde, di Gianluca Misiti, al lavoro su composizioni del polacco Zbigniew Preisner; sono Elena Bucci e Marco Sgrosso, sontuosi nella loro duplice parte, si rivelano il Lelio/Pulcinella di Marco Manchisi, il Brighella di Savino Paparella e il Dottore di Francesco Pennacchia, ma anche i più giovani come Stella Piccioni e Marco Vergani hanno cavità di raffinata capienza; la loro funzione è essere, non rappresentare. Goldoni stesso quando ha composto questo testo lo ha fatto per sovvertire un sistema di rappresentazione che non rispecchiava più i tempi, era vecchio, obsoleto, il mondo doveva evolvere e cambiare, doveva farlo proprio attraverso l’avanguardia dell’umanità: il teatro, perché esso pensa al dopodomani quando il presente ancora non è in grado di essere letto. Il palco stesso, lo vedete com’è scosceso verso la platea? Sembra si possa cadere, scivolare nel canale di Venezia come Arlecchino, a ogni parola o passo che l’attore compie, perché si tratta di un gioco serio, qui, si tratta di prendersi il rischio di dichiarare una sospensione dalla morte, mica una cosa da poco, quando si mette piede su un palcoscenico. È proprio qui che si gioca la differenza, come accadde al tempo di Goldoni, qui si tratta di scegliere: vogliamo continuare ad essere fantocci senza spessore o iniziare a definire il carattere di personaggi attraverso l’esperienza di essere persone? Questa è una battaglia decisiva, la vostra generazione deve raccogliere questo testimone su cui noi stiamo tenendo una resistenza invisibile ma forte, inamovibile. Dobbiamo dichiarare di essere, di saper conoscere e riconoscere, di poter determinare e non essere determinati da altri. Arlecchino lo siamo diventati tutti, ognuno degli attori finisce per esserlo. E quella, la statua, finisce in pezzi di cui ognuno interpreta (e proprio tiene nelle mani) “una parte”, sì, esattamente come si usa chiamare i ruoli degli attori. D’altronde è tutto in mano loro, sono loro gli interpreti ed esecutori del cambiamento, perché hanno il potere di determinare attraverso la personificazione corporale delle idee; avete visto cosa succede quando la compagnia mette in prova la commedia interna del Padre rivale del figlio? Gli attori fanno ridere interpretando i personaggi comici, ma se alle stesse parole diamo un tono tragico, ecco che improvvisamente i medesimi personaggi che ci avevano fatto ridere si trasformano e cambiano i sentimenti di chi ascolta, dalla risata della situazione emergono i risvolti dolorosi di una soluzione che non può fare contenti tutti. È qualcosa di diverso, la vita? A volte si ha la maschera e si è sé stessi, altre si toglie la maschera e si interpreta un personaggio; non è mica tanto paradossale se pensate un po’ a quello che succede tra le persone, non credete?

Foto di Masiar Pasquali

Giacomo, Sebastiano. Avevo preso tanti appunti, avrei dovuto fare un quadro storico-critico, ma il teatro non è obbligato a dare soluzioni, offre strade e spesso preferisce quella sbagliata. E forse anch’io. Cercare di capire, allora, forse non è adatto all’esperienza. Lasciate che quanto accade di fronte per un miracolo di compresenza vi sappia accadere anche dentro, fate scivolare la bellezza priva di confini giocando all’illusione dell’infinito dell’intimità, contrastate la finitezza del corpo umano accettando la profondità a vivere in voi, c’è un sedimento muto, in apparenza inerte, ma invece germe inconsapevole e puro di esistenza; sotto una pioggia sospesa d’argento l’umanità raccoglie i frammenti per quanto di meglio ha saputo di sé stessa rappresentare, si attende uno sparo, per una morte annunciata, ma state tranquilli, e preparatevi: è solo amore. È solo amore. È solo, amore?

Simone Nebbia

Piccolo Teatro Grassi marzo 2018

Il TEATRO COMICO
di Carlo Goldoni
adattamento e regia Roberto Latini
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Max Mugnai
musiche e suono Gianluca Misiti
con (in ordine alfabetico) Elena Bucci, Roberto Latini, Marco Manchisi, Savino Paparella, Francesco Pennacchia, Stella Piccioni, Marco Sgrosso, Marco Vergani
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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