Cultura, arti e teatro: quanto spazio nei programmi elettorali?

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Abbiamo letto, analizzato e commentato i programmi culturali dei maggiori partiti politici che concorrono alle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Sotto la lente naturalmente ci sono teatro e performing arts.

Manca una manciata di giorni alle elezioni, i sondaggi sono chiusi da un pezzo e sul nostro futuro aleggia lo spettro dell’ingovernabilità, intanto il Paese è prigioniero delle solite contraddizioni. Nel settore dello spettacolo dal vivo, il paradosso vuole che finalmente il parlamento abbia legiferato partorendo una legge, ma che allo stesso tempo il medesimo parlamento abbia approvato un’iniqua iniezione di extra finanziamenti (quantificati in 8 milioni di euro) per un solo teatro, l’Eliseo; come se non bastasse alcune importanti zone di intervento (come under 35 e residenze) hanno subito tagli al Fus che per adesso ancora non ci è dato sapere come e quando verranno suturati.

I programmi dei partiti politici vanno letti nella loro interezza, con calma e attenzione, soppesandone la prosa e la retorica, cercando un compromesso non al ribasso e senza lasciarsi soggiogare dallo spettro del voto utile. Punteremo il nostro sguardo critico sui capitoli dedicati alle arti e alla cultura dei gruppi più attivi: spesso la cultura, trasversalmente, è qualcosa di irrinunciabile nel discorso politico, per tutti è sempre un bene pubblico e un volano economico, ma quali formazioni hanno meglio spiegato obiettivi e progettazioni future?

Cominciamo dal partito di governo, il Partito Democratico. Il programma culturale del soggetto politico guidato da Matteo Renzi comincia con un preambolo intriso di retorica, secondo il quale praticamente cultura è ogni cosa: «Cultura sono anche le imprese culturali e creative, che hanno beneficiato dell’introduzione degli incentivi fiscali per il loro sviluppo. Cultura è cinema e spettacoli dal vivo, anch’essi protagonisti di un grande rilancio. Cultura è design, è moda, è cibo, è capacità di progettare e di applicare la nostra arte ai canoni della produzione e alle esigenze dell’impresa. Cultura sono le discipline scientifiche e tecnologiche che forse l’Italia ha colpevolmente, negli ultimi decenni, sottovalutato, ma nelle quali è riuscita comunque a esprimere straordinarie eccellenze in ogni ambito». Chiudono il preambolo occhiolino e frase fatta: «E cultura è ancora molto di più di tutto questo».

Il passo successivo è quello delle rivendicazioni: avendo governato il Pd può fregiarsi di ciò che ritiene essere un successo, ovvero la creazione del sistema museale nazionale, l’Artbonus, il 18App, la legge sul cinema, quella sullo spettacolo (senza però nominare le discrepanze di cui sopra). La situazione si fa più interessante quando si parla degli obiettivi riguardanti la rigenerazione culturale di luoghi e aree dismesse da recuperare, di cultura digitale e di un ipotetico piano Erasmus dedicato alla cultura; tutto molto generico. Poi l’accento viene spostato sulla produzione culturale con un sibillino «Sostegno alla produzione e alla tutela contemporanea», che potrebbe essere interessante se non fosse che il concetto è declinato ancora una volta per «le imprese culturali e creative che investono in innovazione tecnologica». Non manca il rilancio su una futura legge sull’editoria e su iniziative legate alla lettura; per terminare con un laconico: «Per un nuovo spettacolo: proponiamo incentivi premiali per le eccellenze nel teatro, nella lirica, nella musica e nella danza». Cioè? Di che parliamo? Di un’altra infornata di progetti speciali? Di nuovi bandi? Di premi emanati dal Ministero? Mistero.

+Europa, il progetto politico a cui Emma Bonino sta prestando fatica, e volto (in coalizione centro sinistra con Pd, Civica Popolare Lorenzin, Italia Europa Insieme e altre piccole liste autonomiste) non può che cominciare paragonando gli sforzi esigui del nostro Paese rispetto al continente. Il passo successivo riflette sulla portata economica: «È necessario stimolare le imprese, profit e non profit, del comparto culturale e creativo a “fertilizzarsi” reciprocamente e offrire all’industria culturale opportunità in termini di investimenti, disponibilità di fondi per ricerca e innovazione, accesso al credito e a nuove forme di finanziamento».
Viene evidenziata la necessità di investimenti strutturali e non sporadici, si parla di edilizia, innovazione sociale e culturale, sperimentazioni legate alle nuove tecnologie, di formazione per «gli addetti dell’industria culturale e creativa»; non manca il solito riferimento all’Art Bonus e al mecenatismo perché «l’Italia non ha ancora una legge che semplifichi e agevoli il mecenatismo culturale, per far sì che per gli italiani diventi motivo di orgoglio investire in cultura».
A +Europa manca verticalità, ovvero dettagli e rimandi specifici, oltre che una riflessione sul comparto dello spettacolo.

Al Movimento 5 Stelle va riconosciuto almeno un tentativo di lavoro organico: con le sue 16 pagine, il programma cultura del Movimento nato da un’idea di Beppe Grillo e guidato da Luigi Di Maio è quello più corposo.
Bisogna ammettere che i 5 Stelle non solo hanno fatto i compiti a casa, ma hanno cercato di approfondire alcuni argomenti specifici, tra i quali proprio lo spettacolo dal vivo. Il compendio comincia con una breve fotografia dello stato attuale e con la necessità di investimenti nel settore portando la proporzione rispetto al Pil al 1%. Come la maggior parte dei soggetti politici, anche il M5S punta su mecenatismo culturale e Artbonus estendendo i concetti a tutti i settori, teatro compreso. Non mancano i soliti obiettivi di trasparenza e razionalizzazione della spesa da sempre al centro del discorso del movimento. Corposo è il capitolo dedicato allo spettacolo dal vivo: qui il partito pentastellato entra addirittura nella questione del DM 2014, sottolineando le criticità legate alla questione algoritmica delle assegnazioni Fus e proponendo come obiettivo di governo quello di mettere l’accento sulla qualità. Per i punti successivi invece, apprezziamo lo sforzo, ma dobbiamo sottolineare che le questioni prese in esame sono già presenti nell’agenda attuale del Governo, se non già risolte come lo stesso M5S propone, ad esempio la necessità di avere commissioni di esperti nei settori, i meccanismi premiali a favore dei soggetti virtuosi o che si occupano di inclusione sociale (il Fus ha un capitolo apposito).
Anche in questo caso è presente la necessità di dedicarsi ai luoghi dismessi e al loro recupero culturale con una sottolineatura dedicata alla presenza dei cittadini nell’individuazione e nella rigenerazione dei beni.

Inoltre il partito di Di Maio, dopo focus specifici dedicati al comparto museale, a quello bibliotecario e all’archiviazione dei beni culturali, dedica un intero capitolo alla Legge sullo spettacolo con focus specifici per danza, teatro e musica. Ancora una volta, nei punti dedicati alla Legge, viene messa in evidenza la necessità di trasparenza e governance arrivando addirittura a prevedere «orme di “daspo” per quei soggetti che si sono distinti negativamente per cattive gestioni» e naturalmente attraverso l’utilizzo spinto dello strumento del bando pubblico per la selezione degli organi di gestione e per i direttori dei teatri. Interessante la sottolineatura dedicata ai lavoratori del settore, ai giovani e all’innovazione con la necessità di «sostenere il teatro di innovazione e ricerca, oggi dimenticato: gran parte dei teatri, infatti, costretta da logiche commerciali, non riesce più a produrre innovazione». Molte delle questioni si ripetono più volte nel documento oppure rimangono a un livello troppo semplicistico, ma è pur vero che è l’unico caso nel quale un movimento politico tenta di esprimere una visione e un programma in un settore complesso e spesso chiuso in sé come quello dello spettacolo.

Il programma di Liberi e Uguali (guidato da Pietro Grasso) dedicato alla cultura, nella sua versione sintetica, è una paginetta di pensierini abbastanza scontati, a partire dall’incipit: «Con la cultura si mangia, si vive, si lavora: nutrendo il corpo e la mente». Poi si parla soprattutto di cittadinanza attiva, di difesa dei diritti dei lavoratori del settore, di biblioteche e musei che devono tornare ad essere centri di aggregazione e a riempirsi. Alla fine di questi pochi paragrafi ci sarebbe un link “Leggi l’approfondimento programmatico”, ma il link non funziona, a una settimana dalle elezioni restituisce il famigerato errore 404.

Potere al Popolo, sotto la guida di Viola Carofalo, secondo alcuni una delle poche novità di questa campagna elettorale, vista la sua provenienza territoriale e il doppio filo che la lega ai movimenti, non può che puntare l’accento sulle strategie legate all’accesso pubblico alla cultura. La gestione aperta, dal basso, l’indipendenza dei luoghi e della creazione sembrano essere i punti fondanti del programma culturale. Per Pap cultura e informazione sono un bene pubblico, non «privatizzabile e non mercificabile», tanto che il primo obiettivo è proprio l’1% di Pil (come nel caso del M5S) da impiegare come investimenti pubblici.
Centrali i luoghi urbani dedicati alla produzione culturale: «Costruzione in tutti i quartieri delle nostre città di una rete di spazi pubblici della cultura: luoghi di incontro, partecipazione, fruizione culturale, produzione, sperimentazione e formazione gestiti dal territorio».

Pap è anche l’unica formazione a riflettere sui diritti dei lavoratori e sulla peculiarità dell’intermittenza, mettendo in evidenza il lavoro nascosto che c’è prima della messa in opera. Neanche Potere al Popolo si spinge nei territori complessi delle normative sullo spettacolo dal vivo, se non per l’accenno all’intermittenza dei lavoratori, ma non manca una visione sulla questione dei diritti d’autore (con l’obiettivo di rendere gli artisti indipendenti nella scelta e la possibilità di «scaricare opere di ingegno dalla rete per scopi personali») e il buon proposito del «sostegno pubblico alle testate indipendenti, alle cooperative, alle pubblicazioni culturali e scientifiche».

La coalizione di centrodestra (Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, Noi con l’Italia – UdC) propone un programma sintetico in dieci punti firmato da Berlusconi, Salvini e Meloni, uno schemino talmente riassuntivo da proporre come unico riferimento alla cultura la seguente frase: «Sviluppo e promozione di cultura e turismo». Punto. Dobbiamo andare allora a cercare un po’ più di sostanza nei singoli partiti, lo facciamo tra quelli più in vista. Ma la sintesi a quanto pare sembra essere la prima necessità del centro destra, al bando complessità e approfondimento. Sul sito di Forza Italia, dove campeggia il volto di Silvio Berlusconi in tutte le pose (nonostante la sua incandidabilità a meno che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non compia il miracolo) non c’è traccia di qualche riga in più oltre alla frase già citata. Qualcosa si trova sul libricino di Fratelli d’Italia, dove viene rimescolata la solita minestra dei finanziamenti dei privati ai beni culturali, il mecenatismo, la trasformazione delle periferie degradate (con l’accento sul contrasto alle occupazioni). Il partito di Giorgia Meloni promette il reintegro del 2xmille alle associazioni e una generica valorizzazione del patrimonio, teatro compreso, attraverso «la deducibilità delle spese per consumo culturale personale». Poco altro in un programma che d’altronde comincia con la frase: «Difendere il bello come elemento peculiare delle nostre città e del nostro territorio».

Il sito dedicato a Matteo Salvini Premier, dove viene dato sfoggio di una radicale sovraesposizione iconografica del leader, ci permette di scaricare il programma di governo della Lega nel quale il capitolo di nostro interesse è programmaticamente intitolato: «Beni culturali e identità italiana». Si parla subito di patrimonio come fattore identitario, di passato, di territorialità. «I beni culturali non sono un onere, bensì un giacimento di tradizioni». Anche in questo caso il discorso va di pari passo con quello sul turismo. Dopo poche righe, riguardo al patrimonio culturale, salta all’occhio, in grassetto: «Lo Stato deve agire solo in via sussidiaria, subentrando agli enti locali e ai privati quando il bene economico non permette una adeguata redditività per sostenersi da solo».

Attraverso un ragionamento consequenziale (rispetto al quale a quanto pare i leghisti sono sicurissimi) Salvini afferma di aver capito come agganciare cultura, economia e creatività: «La frequentazione con i beni culturali e la bellezza che da essi promana, genera creatività. La creatività dei diversi popoli costituenti l’Italia non è uno stereotipo, ma il frutto della millenaria frequentazione con il nostro patrimonio culturale, inestricabile connubio tra natura e arte. La creatività è il surplus che determina il nostro successo in campo economico». Il documento continua soffermandosi sul marketing museale, digitalizzazione, riorganizzazione (troppa frammentazione secondo la Lega), defiscalizzazione degli investimenti e una sola frase specifica sul nostro settore, un obiettivo tanto generico quanto misterioso: «Riforma radicale del Fus, che è il sistema con cui si finanzia lo spettacolo dal vivo».

Tra le formazioni di estrema destra, prendiamo in esame quelle più in vista, Forza Nuova e CasaPound. Entrambi i partiti di ispirazione fascista, non brillano di certo nel campo dell’innovazione culturale. Il primo nel proprio programma non presenta il capitolo dedicato e non è stato possibile rintracciare l’argomento tra quelli che più stanno a cuore al movimento capeggiato da Roberto Fiore. Tra lotte all’immigrazione, contrasto a spada tratta all’aborto, abrogazione delle leggi Mancino e Scelba, messa al bando di massonerie, sette segrete e poteri occulti, Fn non ha dedicato una riflessione a musei, teatri, cinema e arte. CasaPound, l’altro soggetto politico che, con un colpo al cerchio e uno alla botte, cerca di tenersi buoni i camerati sbandierando le origini “sociali” dell’ispirazione fascista e ha cominciato a vestire le giacche della democrazia parlamentare, ha invece un propria riflessione sulla produzione culturale. Il partito che propone Simone Di Stefano Premier punta sulla creazione di un «Ente che coordini l’intera produzione culturale nazionale in ogni ambito e settore». Di che cosa stiamo parlando? Di un istituto che sforni letteratura, cinema, arte, musica e teatro di Stato?
Le tartarughe inoltre vorrebbero rilanciare il cinema italiano «attraverso il potenziamento dell’istituto Luce Spa, fino a proporre concorrenza culturale alla mitologia hollywoodiana». Ma ci sono anche le Olimpiadi della cultura, organizzate sempre dallo Stato, la revisione dei finanziamenti alle pellicole nostrane con la promozione di opere «ispirate al patrimonio ancestrale dei popoli europei», per finire con un fuoristrada tanto assurdo quanto bizzarro: l’abolizione della legge Merlin sulle Case chiuse, come a dire che anche la prostituzione è un fattore culturale.

Insomma i partiti hanno dimostrato (quasi tutti) pressapochismo e mancanza di approfondimento, spesso hanno dimostrato di non conoscere neanche il contesto generale del nostro settore o, comunque, di non averlo nei loro piani. Eppure saranno i politici eletti a firmare le leggi e i decreti: si evince che è sempre più complesso smarcarsi dalla solita retorica che abbina cultura e arte a turismo ed economia. D’altronde qui si annida uno dei punti interrogativi più importanti: i processi culturali vanno visti esclusivamente come catalizzatori di ricchezza economica o come una pratica pubblica, quotidiana e necessaria al pari del walfare? La maggior parte degli schieramenti non ha le idee chiare, ma voi, il 4 marzo le avrete?

Andrea Pocosgnich

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