Artista, nomade, migrante. La prima europea di Panorama di Motus

Siamo stati i primi a vedere, qui in Europa, la nuova creazione di Motus. Uno spettacolo dal forte nervo politico, prodotto da La Mama Theatre New York con i performer della Great Jones Company. Recensione.

Quante volte, in ogni stagione, camminando per la strada alziamo la testa a guardare le incredibili forme che uno stormo assume nella migrazione? Eppure quante volte ci fermiamo a pensare alle motivazioni che spingono queste specie a volare senza sosta per migliaia di chilometri? Diamo sempre per scontato che tutti seguano un istinto collettivo, che lo stormo sia una categoria identitaria solida e definita. E forse è così.
Ma se proviamo a portare questo pensiero alla specie umana il discorso si fa molto più complesso, soprattutto in questi ultimi anni, in cui la locuzione “flusso migratorio” è entrata nel gergo giornalistico e sociale per identificare i movimenti di massa di geografia in geografia, lasciando aperte le porte per numerose definizioni più precise, a seconda della (reale o presunta) motivazione.
Il senso degli spostamenti degli uccelli migratori è da rintracciarsi nella ricerca di clima e luoghi adatti alla nidificazione e nel reperimento di cibo per la loro prole. Quanto agli umani, la spinta a spostarsi in massa proviene da urgenze ben più tristi, somiglia più a una fuga. Poi arriva l’arte, arriva il teatro, si mettono insieme alla ricerca di un’alternativa all’opinione comune, provano a indagare la direzionalità di quella fuga, spostando l’attenzione dalla “fuga da” alla “fuga verso”. Lo fa Motus nel nuovo spettacolo Panorama, una coproduzione tra Stati Uniti, Spagna, Belgio, Italia e Corea del Sud e nato da una proposta di Mia Yoo, direttrice artistica del La Mama di New York.

foto di Theo Cote

Il celebre teatro e centro di sperimentazione dell’East Village negli anni ha ospitato spesso Motus, tra spettacoli e workshop, prima di offrire al gruppo di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò carta bianca per un nuovo progetto. Dopo la scomparsa nel 2011 della fondatrice Ellen Stewart, la compagnia residente ha smesso di creare a nome della Great Jones Company, ma il gruppo – un affiatato ensemble multiculturale – è vivo e vegeto e raccoglie performer di tre diverse generazioni. Proprio da questa identità composita sono partiti Casagrande e Nicolò, componendo un’indagine meticolosa tramite lunghe interviste, ancora prima di immaginare un tema. Man mano che il materiale si accumulava, si è reso chiaro che il contenuto avrebbe riguardato «la libertà di movimento, il diritto al movimento», mi spiegano i due artisti in un’intervista al Centro Culturale Multifunzionale Vooruit di Gent all’interno del festival Just a Good Program, che ha ospitato il 14 e il 15 marzo la prima europea di Panorama. Sono andati alla scoperta del «background pazzesco» di questi performer, impegnati anche in progetti esterni tra teatro, cinema e docenze universitarie. «Lo abbiamo usato come materiale, una sorta di testo collettivo, pieno di slittamenti di tempo spazio e identità, come se fosse un’unica storia ai margini».

Sul palco del Minard, nel centro della cittadina fiamminga, si costruisce una scena scarna ma meticolosamente organizzata per ambienti: nel centro uno sgabello di fronte ad asta e microfono, a ricreare la dimensione delle interviste; uno schermo occupa il fondale; ai due lati due tavoli di regia con monitor verticali (come giganteschi smartphone); una videocamera scorre sulle ruote di un treppiede. E poi ci sono loro, sei membri della Great Jones diversi per età, colore della pelle, vicende personali. A unirli è un tracciato sotterraneo in cui le storie di vita si incrociano: ciascuno di loro è arrivato a New York per una ragione diversa – allontanandosi da un paese in difficoltà, in cerca di fortuna, per puro vagabondaggio – ma tutti esprimono l’animo errante.

foto di Theo Cote

Se l’architettura tecnica e tecnologica di questa creazione è la chiave per creare un’esperienza transmediale decisiva, in grado di posizionare lo sguardo dentro complesse dinamiche di intreccio tra azione dal vivo e virtualità, tra filmato preregistrato e ripresa live, è nella struttura drammaturgica che è racchiuso il senso profondo – e funzionale – dell’opera. Assistito dal dramaturg americano Erik Ehn, Motus riesce qui a mettere la propria missione artistica all’interno della struttura narrativa, fornendo una delle dimostrazioni più limpide di quanto viene scritto a chiare lettere sul sito web: «Compagnia nomade e indipendente, in costante movimento tra Paesi, momenti storici e discipline, [i loro lavori] fondono scenicamente arte e impegno civile».

foto di Theo Cote

«Avevamo chiesto loro di raccontare non fatti eclatanti, ma – spiega Nicolò – legati al proprio passato e ai propri parenti, così come al rapporto con il teatro». Vincente allora è la scelta di ridistribuire i racconti dei singoli in un discorso compatto, che porta uno a riferire la storia dell’altra. Una «biografia collettiva e visionaria» realizza una sorta di documento sulla vocazione e sul senso di non appartenenza, alla ricerca delle motivazioni che spingono le persone a esplorare diverse geografie e contesti sociali.

In questo tempo di migrazioni viste solo come aspetto problematico, rivolgendosi anche all’Italia di chi vorrebbe chiudere i confini, Motus ci ricorda l’urgenza di osservare proprio il motus, gli scarti della storia personale e lo slancio nomade da un punto di vista profondamente umano, una visione dell’altro che davvero torni a considerare delle sfumature.
In stormo o in solitaria, «la migrazione è un evento cruciale nella vita di migliaia di specie di uccelli, è necessaria alla loro stessa sopravvivenza».

Sergio Lo Gatto

Minard Theatre, Gent – marzo 2018

Guarda i trailer dello spettacolo
Leggi l’intervista di Dalila D’Amico su Artribune

PANORAMA
ideazione e regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

drammaturgia Erik Ehn e Daniela Nicolò
con gli attori della Great Jones Repertory Company (Maura Nguyen Donohue, John Gutierrez, Valois Mickens, eugene the poogene, Perry Yung, Zishan Ugurlu)
assistenza alla regia Lola Giouse
musiche Heather Paauwe
sound design Enrico Casagrande
light design Daniela Nicolò
scenografia Seung Ho Jeong
allestimenti Damiano Bagli
progetto visivo Bosul Kim
video design CultureHub NYC con Sangmin Chae
assistenza e consulenza tecnica video e luci Paride Donatelli, Andrea Gallo, Alessio Spirli (Aqua Micans Group)
direzione tecnica (USA) Yarie Vazquez
direzione tecnica (Europa) Paride Donatelli produzione Elisa Bartolucci
logistica Shaila Chenet
comunicazione Marta Lovato
progetto grafico e ufficio stampa comunicattive.it
distribuzione internazionale Lisa Gilardino
produzione La MaMa Experimental Theatre Club con Motus
in coproduzione con Seoul Institute of the Arts, CultureHub, New York, Vooruit, Gent, FOG Triennale Milano Performing Arts, Milano, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Grec Festival, Barcellona, L’arboreto – Teatro Dimora, Mondainoin collaborazione con Under The Radar Festival, New Yorkcon il sostegno di MiBACT, Regione Emilia Romagna

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.