“Ma non è quella la rivoluzione”. Il nuovo direttore del TSU, Nino Marino

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È iniziato ieri il mandato di Nino Marino, nuovo direttore del Teatro Stabile dell’Umbria. Succede a Franco Ruggieri, in carica dal 1990. Intervista

Il 24 novembre scorso Nino Marino – già vice-direttore e responsabile delle relazioni internazionali – è stato nominato direttore del TSU. Lo abbiamo raggiunto al telefono, qualche giorno prima di Natale, per parlare della sua visione artistica, delle particolarità del territorio umbro, della sua idea di rapporto con il pubblico e dei progetti per il prossimo triennio.

Per l’Umbria si tratta di un passaggio di testimone molto significativo. Quali sono i tuoi primi propositi, quali gli aspetti di continuità e quelli di novità rispetto alla direzione di Franco Ruggieri?

Il mio primo intento è certamente quello di raccogliere l’eredità di Ruggieri, mantenendo il livello di prestigio dello Stabile dell’Umbria. Per quanto riguarda le produzioni – essendomi occupato, in questi anni, dei rapporti con l’estero – tenderò sempre di più all’internazionalizzazione, cercando nuovi partner e facendo un lavoro “di rete”. Un altro aspetto di forte continuità sarà la cura dei rapporti con tutti i teatri del circuito regionale: in questo momento in cui i centri storici si spopolano, lavorare sulle stagioni teatrali vuol dire anche partecipare alla loro riattivazione. Il teatro può tornare a essere la sede di un incontro. Intendo investire sulla Compagnia dei giovani e su produzioni che facciano fare uno “scatto” al pubblico, assecondando allo stesso tempo le necessità delle città. Proseguiremo infatti con il lavoro sviluppato, nello scorso triennio, con gli under 35: quest’autunno si sono svolte delle audizioni, presiedute da Antonio Latella e Liv Ferracchiati, per implementare la compagnia. A Latella abbiamo chiesto di essere per questi giovani attori una sorta di “padrino”, di accompagnarli nel corso della formazione e di aiutarci a portarli tutti allo stesso livello.
Infine, il rapporto con il pubblico. Venire a teatro richiede uno sforzo – anche soltanto quello di uscire di casa nell’inverno umbro quando l’offerta domestica, tra Netflix e tutto il resto, è così allettante – e noi ce ne assumiamo la responsabilità. In primo luogo, mi impegno a vedere tutti gli spettacoli che proponiamo senza affidarci semplicemente alla garanzia di un “nome di qualità”, poi a progettare le stagioni con la massima attenzione ai feedback del pubblico.

Se ne è parlato di recente, nel corso degli incontri organizzati da Corsie Festival. Anche alla luce della posizione che hai rivestito all’interno dei quadri dello Stabile, chi è lo “spettatore umbro” per te? E come intendi coniugare il gusto dell’abbonato del Morlacchi con ulteriori logiche sia di produzione che di circuitazione di lavori diversi, di ricerca?

La domanda che mi fai è molto delicata. L’“abbonato del Morlacchi” è un luogo comune che arriva dagli anni ’90, d’altra parte proveniamo dalla tradizione del teatro borghese che ha una indubbia componente di status. Spesso succedeva che le scelte di programmazione andassero ad assecondare questa modalità. Io credo, innanzi tutto, che per fare un buon lavoro sia necessario progettarlo immaginando un triennio, non si può fare dall’oggi al domani. Il Morlacchi – ma potrei nominare anche altri spazi del circuito umbro – è il teatro della città, il teatro di tutti: la proposta deve tenere conto di questo, ci possiamo porre l’obiettivo di “cambiare” il gusto delle persone ma è un processo delicato e non può che svolgersi lentamente. Da poco abbiamo ospitato La vita ferma di Lucia Calamaro, un lavoro certamente diverso rispetto alla programmazione abituale: alcuni spettatori se ne sono andati prima della fine ma si è trattata di una percentuale di molto inferiore a quella del pubblico nuovo che è apparso. C’è un’utenza che al Morlacchi non viene o viene a vedere soltanto alcune proposte, magari la danza, e che si direziona verso l’offerta di teatro contemporaneo del circuito regionale. Intendo lavorare creando una dimensione fruibile anche per loro: la mia idea è quella di un teatro che sia sì il teatro della città, un luogo di incontro, ma anche uno spazio per chi sente il bisogno di un confronto diretto con la cultura teatrale e artistica internazionale. Ma non si può improvvisare, dobbiamo rispondere a varie logiche, all’investimento finanziario degli enti locali: credo di aver individuato dei percorsi di politica culturale che vanno in direzione di un cambiamento – anche generazionale – però, essendo alla testa di un teatro pubblico, uno dei più importanti d’Italia, la cosa si configura graduale e complessa. Il nostro compito è trovare registi che sappiano relazionarsi con il grande pubblico, non possiamo fare il teatro per i cento posti: lì l’innovazione è più semplice, puoi fare tutto. Ma non è quella la rivoluzione. La rivoluzione è lavorare su un progetto per attuare un cambiamento sui grandi numeri. Non possiamo fare un teatro “di nicchia”, dovrà essere un grande teatro di qualità.

Parlaci della gestione di una stagione, quella del circuito regionale, che si articola in tante programmazioni, percorsi specifici installati su territori diversi. In quale maniera prevedi, in logica triennale, di elaborare questi calendari?

Le stagioni vengono progettate insieme ai Comuni: noi arriviamo con un ventaglio di proposte e poi sindaci e assessori – che devono rispondere alle preferenze della propria comunità – scelgono. Il nostro compito è quello di essere molto presenti nella comunicazione con le amministrazioni, conquistando la loro fiducia e costruendo un rapporto “personale”. Di sicuro le produzioni dello Stabile che coinvolgeranno la Compagnia dei giovani avranno una prima tournée umbra, girando tutti i teatri del circuito regionale. Chiederemo inoltre ai ragazzi dell’Accademia delle Belle Arti di Perugia di firmare le scenografie, concependole a partire dagli spazi teatrali. Lo scopo è quello di avviare dei progetti che diano visibilità al territorio e, allo stesso tempo, favoriscano la riconoscibilità di attori e registi, creando collaborazioni in rete e quindi una comunità. Modificare in questo senso le modalità di lavoro è anche una tecnica per comprendere meglio le richieste del territorio, capire quali proposte artistiche potremo sostenere nel futuro.

Ci riveli il titolo di uno spettacolo che ha segnato il tuo modo di guardare al teatro?

Due titoli. L’Amleto di Carlo Cecchi, visto al Teatro Garibaldi di Palermo. Guardando le prove, ho ammirato la sua genialità e ho capito che il teatro è anche questo: grande direzione di attori, scelta della traduzione giusta, lavoro sulle luci, capacità di concertare tutti gli elementi in maniera magistrale.
E poi Die Spezialisten di Christoph Marthaler. La forte tradizione drammaturgica della scuola tedesca, la coniugazione di un testo acuto a un accompagnamento musicale completamente folle, un’energia indimenticabile.

Ilaria Rossini

 

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Ilaria Rossini ha studiato ‘Letteratura italiana e linguistica’ all’Università degli Studi di Perugia e conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo’ all’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi dedicata alla ricezione di Boccaccio nel Rinascimento francese. È giornalista pubblicista e scrive sulle pagine del Messaggero, occupandosi soprattutto di teatro e di musica classica. Lavora come ufficio stampa e nell’organizzazione di eventi culturali, cura una rubrica di recensioni letterarie sul magazine Umbria Noise e suoi testi sono apparsi in pubblicazioni scientifiche e non. Dal gennaio 2017 scrive sulle pagine di Teatro e Critica.