Comici, popolari, Karamazov. Intervista a VicoQuartoMazzini

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Al Petruzzelli di Bari è andato in scena Karamazov, una riscrittura diretta da Michele Altamura e Gabriele Paolocà di VicoQuarto Mazzini. Intervista 

Foto Ufficio Stampa

La compagnia VicoQuartoMazzini continua il suo percorso di rivisitazione e stravolgimento dei Grandi Classici con KARAMAZOV, un incontro tra due generazioni e due modi di fare teatro.
Quattro tra i migliori attori della scena comica pugliese (protagonisti, tra gli altri, del film del 1999 LaCapaGira, premiato con Il David di Donatello, il Nastro D’argento e presentato al Festival di Berlino) che, grazie a questo progetto, per la prima volta si ritrovano insieme sulla scena. Abbiamo incontrato Michele Altamura e Gabriele Paolocà di VicoQuarto Mazzini al Teatro Petruzzelli di Bari in occasione della prima nazionale di Karamazov, di cui sono ideatori e registi.

Come è nata la collaborazione con Dante Marmone, Nicola Pignataro, Tiziana Schiavarelli e Pinuccio Sinisi?

Avevamo l’idea di fare un passo che tenesse insieme più generazioni teatrali – loro appartengono a quella dei nostri padri – e anche dei modi e delle tipologie di fare teatro totalmente diversi tra loro. In un momento in cui ognuno si chiude nel proprio mestiere ci siamo imposti di provare a vedere se la lingua che parlavamo era la stessa. Conosciamo questi attori grazie alla televisione, la gente li ferma per la strada, lascia al bar i caffè offerti, grida i loro nomi dalla macchina. Li abbiamo pensati sul nostro palcoscenico e abbiamo proposto a loro e al teatro pubblico del Comune di Bari il nostro progetto: hanno accettato tutti.
Mettere in scena I Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij rappresenta la continuazione di un percorso, quello della rivisitazione dei classici, che ci è sempre appartenuto (Amleto fx, Sei personaggi, Bohème!) e che si traduce anche nel continuo domandarci quali siano le radici culturali del nostro popolo. L’indagine del passato per spiegare la vera identità del nostro presente e fare previsioni sul futuro.

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Quale è stata la vostra relazione con gli attori?

È stata un’esperienza formativa per il lavoro registico che è dovuto sottostare alle proprie regole e alle regole di attori con una impostazione già consolidata nel tempo. Il primo incontro ci ha visti distanziati per poi creare un solidissimo legame di fiducia e intenzione. Si sono concessi, erano a disposizione del testo già scritto fin dal primo giorno di prova, adattandosi a un vestito comperato ci sono entrati dentro e l’hanno formato sulla loro figura; esperti come sono nel rendere concrete le battute istintivamente.

Quante limitazioni avete imposto e quanto è creazione attoriale?

Nelle loro produzioni di teatro comico la questione narratologica è pretestuosa, partono da lì per sviluppare la situazione. Sono attori con codici personali che piano si sono fidati e con noi hanno creato uno “stare nella situazione”: sono presenti non soltanto quando parlano ma anche quando sono in relazione con la vicenda; per raggiungere una temperatura di un certo tipo il messaggio deve riguardare più di un ambito della comunicazione.
E poi non si può scimmiottare Dostoevskij, lo si può rivisitare, si può tentare di dargli una chiave soggettiva, infatti abbiamo deciso di dare rilevanza al tema del parricidio, chiedendo agli interpreti di limitarsi ma lasciavamo al tempo stesso degli squarci attoriali così che potessero fare del testo di Francesco (Francesco d’Amore è autore dell’adattamento teatrale del testo di Dostoevskij, ndr) il loro abito migliore.

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Alcune volte il percorso recitativo non ci è parso molto lineare: la recitazione in alcuni casi è molto esteriore con bruschi passaggi dal comico al melodrammatico. Credete sia un gioco cosciente o un situazionismo sfuggito al controllo?

Si tratta veramente di sperimentazione, qualcosa che dovremo affinare col tempo. Nel processo di messinscena, il rapporto col pubblico è tutto, l’atmosfera che si respira è nutrimento. La regia costruisce un recinto che l’attore riempie in pieno e il più delle volte deforma senza obbligatoriamente snaturarlo. Da questo momento orientiamo lo sguardo a cosa ne sarà in un teatro più piccolo…

L’impatto con il grande tempio del Petruzzelli ha cambiato il vostro segno creativo?

Chiaramente se le tue operazioni circolano tendenzialmente in teatri di 100 posti massimo, le dimensioni che hai devono essere ripensate ed è come se si mettesse in  gioco uno sguardo esterno. In Karamazov abbiamo tenuto la nostra cifra calibrandola su determinate regole imposte da uno spazio tanto grande e di conseguenza plasmando la nostra poetica. Per il resto, il racconto a un pubblico popolare non è diverso da quello dello sceneggiato televisivo degli anni ‘60. È necessaria e sufficiente la valenza didattica di questa sperimentazione, la regia ha guardato al palco ma anche alla festa in platea dove si è riunito un pubblico finalmente disomogeneo e perfettamente in linea col nostro percorso progettuale: la tendenza che ha l’alto a rapportarsi con il basso e l’equilibrio che viene a generarsi.

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Come avete creato il rapporto con l’autore della drammaturgia, Francesco d’Amore?

Il soggetto è nostro, avevamo cominciato a scriverlo ma la macchina operativa era talmente grande che abbiamo sentito la necessità di qualcuno che potesse affrontarlo in maniera del tutto smaliziata.
Francesco è un drammaturgo di grande personalità e ha una puntuale conoscenza della scrittura. Ha mantenuto il rigore che richiedeva la gestione di questa grande realtà, ha riscritto Dostoevskij per il teatro con la consapevolezza di chi gli avrebbe dato voce. Inoltre Francesco è originario di questa città, ne conosce le dinamiche, gli attori.

Quale riflessione intendete consegnare al pubblico?

Ci ha pietrificati la questione della trinità nella dimensione umana: istinto, fede e ragione sono le tematiche universali del quotidiano. L’universo di ognuno esiste nello scontro epocale tra moralità e istintività. Anche se non sappiamo che nome abbia Dio, il dissidio esisterà sempre e sempre ne avremo una nostalgia cinica, legata alla sfida dialettica puramente ideologica. Una colomba in video nasconde la sfida dell’essere contemporaneo a ritrovare la verità, l’immensa astrattezza di un tema che approda sulla superficie della terra. E infine la memoria: Alex e Ivan non ricordano nulla del loro passato. Preferiscono così. Noi cosa ricorderemo? Il fatto che non sappiamo in alcun modo cosa resterà di noi è una condanna o una salvezza? Le nostre esistenze e volontà si legano imprescindibilmente al lato effimero del teatro che non prevede il ripensamento delle scene in atto ma solo il perfetto bilanciamento del legame tra verità e realtà.

Francesca Pierri e Andrea Pocosgnich

KARAMAZOV
con Dante Marmone, Nicola Pignataro, Tiziana Schiavarelli, Pinuccio Sinisi
ideazione e regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
drammaturgia Francesco d’Amore
spazio e luci Vincent Longuemare
costumi Luigi Spezzacatene
concept video e grafica Raffaele Fiorella
sound design Alessandro De Rocco
organizzazione e promozione Francesca D’Ippolito
produzione VicoQuartoMazzini
liberamente ispirato a I Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij

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