Still di Daniele Ninarello. Scolpire l’assoluto

Al festival La democrazia del corpo diretto da Virgilio Sieni, Daniele Ninarello presenta Still, un’indagine coreografica a partire dall’arte di Alberto Giacometti. Recensione.

foto di Andrea Macchia

Still: “fermo”, “quieto”, o forse “ancora”, “tuttora”. È nella polisemica ambiguità del titolo che la nuova creazione di Daniele Ninarello sembra dichiarare la propria eclettica, stratificata ricerca compositiva, ed esplicitare – nel significativo confondersi dell’aggettivo nell’avverbio – sia alcuni aspetti prettamente formali, sia le loro possibili torsioni interpretative. Immobilità e stasi ne contraddistinguono la tessitura, e tuttavia tale cifra estetica dapprima sembra alludere a un versante temporale e cronologico – che del movimento è la necessaria prosecuzione – per dilagare infine in una galassia di suggestioni e rimandi iconografici, filosofici, finanche etici. Non stupisce quindi che Still sia stato presentato nella sontuosa Sala grande di Cango a Firenze, all’interno del festival La democrazia del corpo: la possibilità di parlare «dell’esperienza umana attraverso il gesto quale rigeneratore di senso nella vita e nella costruzione della comunità», posta dal direttore artistico Virgilio Sieni come fil rouge che attraversa gli spettacoli della lunga rassegna, sembra trovare nel lavoro di Ninarello una sofisticata realizzazione. È infatti nella sorprendente capacità di offrire una declinazione concettuale del presente che Still rivela il sottotesto politico di una magistrale partitura coreografica, ennesima conferma di uno degli autori più interessanti del panorama nazionale.

foto di Andrea Macchia

Il primo studio, inserito tra i titoli dell’edizione 2016 del festival, aveva colpito per la capacità di tradurre in linguaggio gestuale l’arte di Alberto Giacometti: le sue celebri sculture filiformi, certo, ma anche i suoi scritti, e soprattutto la sterminata bibliografia critica che ha colto dell’opera del genio svizzero le fondamentali implicazioni esistenziali ed esistenzialiste. Molti tra i protagonisti del Novecento letterario – Jean Genet, Yves Bonnefoy, Tahar Ben Jelloun tra gli altri ‑ hanno ritrovato nella contemplazione di quelle “ombre lunghe della sera”, cristallizzate in gesso e bronzo, una verità che le parole potevano soltanto avvicinare: ma fu soprattutto Jean-Paul Sartre a identificare nell’assoluto, in un in sé e per sé autosufficiente e autodeterminato, il nucleo magmatico della ricerca dell’artista. Schegge di materia che emergono dal contesto, le opere di Giacometti sembravano tuttavia – già in quella versione ancora in fieri del progetto, nella quale figuravano sulla scena soltanto Marta Ciappina e Pablo Andres Tapia Leyton – aver fornito a Ninarello e al dramaturg Enrico Pitozzi il materiale visivo a partire dal quale elaborare una riflessione più ampia, in grado di evitare i limiti di un omaggio didascalico per affrontare invece alcuni nodi cruciali della contemporaneità. E l’impressione risulta confermata dall’esito finale del processo creativo: Ciappina, Tapia Leyton e Alessio Scandale sono sì puro segno nello spazio, sintetici vettori che si stagliano sulla scena nuda come concrezioni organiche, tuttavia la loro magnetica presenza – soltanto in prima istanza equipollente a quella delle longilinee forme plasmate da Giacometti – è adesso latrice di significati ulteriori e inaspettati.

Al di sopra del tappeto sonoro curato da Dan Kinzelman, quasi un lungo bordone dalle tonalità elettroniche, Ciappina, Tapia Leyton e Scandale si rivelano progressivamente allo sguardo: le luci di Cristian Perria illuminano con parsimonia figure inerti, in piedi sulla scena a comporre i vertici di un poligono, le braccia stese lungo i fianchi. Soltanto minime vibrazioni o variazioni millimetriche negli equilibri sembrano animarli: è una permanenza, un nitido stare, la nuda manifestazione di un essere. Ninarello si assume i rischi di una lunga sospensione di qualsiasi gesto evidente o plateale, costringendo l’azione dei mover nello spazio occupato dal corpo stesso e cesellando su questo un pattern di microscopiche oscillazioni, al quale in un secondo momento le rotazioni del busto e delle braccia conferiscono un ritmo ipnotico. Gli ampi movimenti dei soli arti superiori disarticolano la carne lungo linee di forza, disegnando nello spazio quelle traiettorie di energia che per Giacometti, trattenute nella pietra, potevano tuttavia svettare verso l’alto.

foto di Andrea Macchia

A dipanarsi sotto gli occhi degli spettatori è così una triangolazione di posture, di fugaci sguardi tesi fra tre esistenze in bilico su un baratro. È nel vuoto che sembra circondare i performer, nel loro ostinato resistere alla caduta, che la drammaturgia di Still si arricchisce di uno sguardo disilluso, forse addirittura tragico, su un tempo: non più quello dell’istante coagulatosi nel bronzo, bensì quello di un’intera epoca, di cui contempliamo la minaccia – sempre perenne, sempre attuale – del crollo. I volti si contraggono in espressioni ora cupe, ora sornione: è soprattutto Marta Ciappina a colorare di sfumature la propria danza, giustapponendo una personalità, se non addirittura una biografia, al corpo. I suoi sorrisi e le sue smorfie integrano coraggiosamente il gesto, e impreziosiscono una coreografia che ha anche nell’esplosivo talento dei performer uno dei propri cardini. La successiva conquista della totalità dello spazio scenico ha uno sviluppo centripeto: a turno, due danzatori si muovono lungo la circonferenza che ha al centro il terzo performer, nucleo di una gravità che sembra irradiarsi verso il proscenio. È lì che, in una lunga sequenza, i danzatori si riuniscono, a riflettersi negli sguardi del pubblico e a specchiarsi in un abisso che è coacervo di memorie e desideri, vita vissuta o sognata: quell’interiorità di cui la danza è stata una cristallina, seppur momentanea, ipostasi, adesso è un vortice di pulsioni silenti che attraversa gli spettatori.

Alessandro Iachino

Cango ‑ novembre 2017

STILL
concept e coreografia Daniele Ninarello
con Marta Ciappina, Pablo Tapia Leyton, Alessio Scandale
dramaturg Enrico Pitozzi
musiche Dan Kinzelman
light designer Cristian Perria
organizzazione Silvia Limone
produzione Codeduomo
con il supporto di Prospettiva Danza Teatro, Bolzano Danza, Mosaico Danza / Interplay Festival, Grand Studio (BE), Armunia, Mirabilia International Circus & Performing Arts Festival, CSC Centro per la Scena Contemporanea, Fondazione Piemonte dal Vivo | Lavanderia a Vapore
creazione realizzata nell’ambito del progetto Residenze coreografiche Lavanderia a Vapore 3.0 / Piemonte dal Vivo

STILL è parte del progetto STILL Body Experience with Digital Brain vincitore del Bando “ORA! linguaggi contemporanei _ produzioni innovative” della Compagnia di San Paolo
sistemi interattivi Emanuele Lomello | Interaction Designer
in collaborazione con NABA (Nuova Accademia di Belle Arti – Milano) / Progetto Arti Visive
a cura di Gigi Piana ed Ewa Gleisner
coordinamento Silvia Limone

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.