Sisters diretto da Valerio Binasco. Il buio attorno alle stelle

Sisters. Come stelle nel buio, diretto da Valerio Binasco da un testo di Igor Esposito, ha aperto la stagione del Teatro Cucinelli di Solomeo. Recensione

Foto di Pino Le Pera

La sedia a rotelle di Chiara (Isabella Ferrari) scivola fluidissima e veloce sul palco del Teatro Cucinelli, disegnando piccole ellissi nello spazio scuro, carico di disordine. A definire i perimetri della scatola scenica sono tre porte e due letti, coperti di oggetti e vestiti, circondati da qualche pezzo d’arredo. È un interno domestico fatiscente e trascurato, dalle pareti invisibili, la fattura pregiata degli infissi chiari fa somigliare però questi a un esile residuo di sfarzo. Da note di regia si tratta di una «villa immersa nei ricordi» nella quale due sorelle, Chiara e Regina (Iaia Forte), «rivivono un passato glorioso ormai svanito». In questo imprecisato tempo felice Chiara era un’attrice di film d’ispirazione godardiana mentre Regina componeva con il padre – ucciso dallo stesso incidente che ha semi-paralizzato la sorella – uno stentato duo musicale, ricavandone pochi guadagni e qualche piccola gioia.

Nelle intenzioni di Valerio Binasco il palcoscenico dovrebbe diventare «un campo di gioco estremo» costellato dei conflitti e degli egoismi nevrotici delle due sorelle, inselvatichite dalla reclusione, fustigate entrambe dal lungo accudimento.
Negli effetti, la scena ingombra e caotica è correlativo oggettivo di una drammaturgia penosamente disorganizzata, afflitta da una passione per la stereotipia che sconfina nel parodistico, apparentemente priva di un’idea registica che giustifichi il dispiego di energie nella realizzazione. Iaia Forte è caricaturale e imperiosa nel suo esondante piglio da caratterista, Isabella Ferrari offuscata nella consueta grazia dalla dizione enfatica e scomposta e da un’organizzazione del corpo piena di artificialità; le due attrici risultano costantemente in errore nei tempi, debolissime e opache sulla scena nonostante i tratti appariscenti dei rispettivi personaggi.
Il naturalismo che governa la pièce è appena ibridato da un dilettantesco video-mapping che – senza spostare la lettura, senza neppure decorare – rende solo più deformato e auto-riferito il discorso registico.

Foto di Pino Le Pera

Dopo la visione, il solo atteggiamento critico possibile sembra essere l’interrogazione. A chi si rivolge uno spettacolo di questo genere? Quale linguaggio parla? Perché si sceglie di programmarlo in apertura di una stagione, quella del Cucinelli, sempre sofisticata e punteggiata di nomi internazionali di prestigio?
Bisogna, intanto, riconoscere che in qualche modo il pubblico ha reagito: ha prestato la propria complicità ai tentativi di sbrindellata ironia, concedendo un paio di risate, ha applaudito con mestizia sul finale e, all’uscita, aleggiava un’atmosfera forse imbarazzata ma bonaria. Quando, come da rito di Solomeo, ci siamo spostati nella vicina Accademia per i tozzetti e il vin santo del dopo spettacolo, è stato impossibile strappare o udire un commento caustico o deluso.
Non siamo – questo è chiaro – in uno spazio nel quale si possa svolgere una ricerca, siamo in un borgo di collina graziato, dai fasti dell’imprenditoria, di un piccolo teatro nuovo di zecca e di una costosissima programmazione: la gratitudine sembra quasi d’obbligo e orienta il sorridente cerimoniale che accompagna ogni messa in scena. Il silenzio attorno a un lavoro come questo è inquietante ma comprensibile.

Foto di Pino Le Pera

D’altra parte ogni difetto costitutivo della pièce (i personaggi senza psicologia, trattati come contenitori di istanze, la didascalica esplicazione dei sentimenti più elementari, l’insistenza sulla lectio facilior, l’estetica coloristicamente affine a quella della fiction televisiva) si confà a una raffigurazione del macabro – Sisters è presentato come una «black comedy» – svolta con toni soffusi e paternalistici.
Forse la risposta va cercata qui. Questo lavoro si prende la responsabilità di parlare di dolore, di una natura umana sfiorita e ferita e poi riesce – caricandosi di mimiche, controtempi e ridondanze – a conquistare un paradossale e grottesco mutismo.
Può darsi che manchi la consapevolezza di che cosa sia l’umorismo nero. Oppure può darsi che quella riconoscenza che pare serpeggiare non sia soltanto una prassi. Forse siamo di fronte al problema della rappresentazione della borghesia a teatro e la platea ringrazia per la distanza che è riuscita a conservare – anche stavolta che lo spettacolo prometteva di sfiorarlo – da quello che Alfieri chiamava «nascosissimo, ma naturalissimo e terribile tasto del cuore umano».

Ilaria Rossini 

Teatro Cucinelli, Solomeo, novembre 2017

SISTERS. COME STELLE NEL BUIO
scritto da Igor Esposito
regia di Valerio Binasco
con Isabella Ferrari e Iaia Forte
scene Carlo De Marino
costumi Sandra Cardini
musiche Arturo Annecchino
luci Pasquale Mari
video Daniele Salaris
aiuto regia Dario Aita

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Ilaria Rossini ha studiato ‘Letteratura italiana e linguistica’ all’Università degli Studi di Perugia e conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo’ all’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi dedicata alla ricezione di Boccaccio nel Rinascimento francese. È giornalista pubblicista e scrive sulle pagine del Messaggero, occupandosi soprattutto di teatro e di musica classica. Lavora come ufficio stampa e nell’organizzazione di eventi culturali, cura una rubrica di recensioni letterarie sul magazine Umbria Noise e suoi testi sono apparsi in pubblicazioni scientifiche e non. Dal gennaio 2017 scrive sulle pagine di Teatro e Critica.