La paranza dei bambini. Il sangue bagna Napoli

Dal best seller di Roberto Saviano, La paranza dei bambini, uno spettacolo shakespeariano per atmosfere e teatralità. Recensione

Foto Federica Di Benedetto

La paranza, i pesciolini, quelli che rimangono imbrigliati nelle reti, quelli più ingenui. È il braccio armato di una criminalità mafiosa tentacolare, eppure sono ragazzi, adolescenti che vivono nutrendosi di un mito di plastica: i loro eroi sono i camorristi che, in grado di vivere con sprezzo del pericolo, si meritano la ricchezza raggiunta. Lo spiega uno dei protagonisti de La paranza dei bambini in scena al Piccolo Teatro Eliseo fino al 17 dicembre: c’è chi vive rischiando la morte e chi si è accontentato di un semplice impiego.

Mario Gelardi e Roberto Saviano, autori della drammaturgia, basata sul penultimo romanzo dell’autore di Gomorra, ci presentano un gruppo di giovanissimi antieroi senza lasciarci intravedere troppo del loro passato: sappiamo solo che il leader Nicolas (Riccardo Ciccarelli), detto Marajà, “ha studiato”, probabilmente è un universitario che in poco tempo viene accecato dal potere e dalle promesse di una vita rischiosa in cui guadagnare velocemente. Ha un fratello che vorrebbe imitarlo, una madre che conosciamo solo attraverso le risposte che Nicolas dà ai suoi richiami: nulla anche negli altri componenti della banda lascia pensare a un’infanzia povera o a famiglie disagiate. Il passato non esiste, lo spettacolo si apre in un medias res shakespeariano che sarà il timbro del lavoro per l’intero prosieguo insieme a debiti visivi (dichiarati da Gelardi), nei controluce e nei costumi, nei confronti dei fumetti di Frank Miller. Questi giovani sono una banda di corvi neri, ridicoli per il modo con cui si autodefiniscono imparando a memoria la ritualità del sangue vista nei film, eppure sanno essere senza scrupoli, violenti nelle parole e nelle azioni.

Foto Federica Di Benedetto

Saviano e Gelardi (quest’ultimo anche alla regia) li fotografano in un momento di passaggio decisivo: l’improvvisa ascesa sul palcoscenico del crimine cittadino. Nicolas, il ragazzo “studiato” di Forcella, vuole prendersi Napoli: tra collaborazioni e intrighi con gli storici boss dei quartieri la giovane banda punta dritto alla corona, finché Nicolas, come un Riccardo III impazzito e livoroso, da quello stesso potere verrà divorato.

Basterebbe aggiungere degli eserciti, sostituire le pistole con le spade, spezie e stoffe al posto del traffico di cocaina, evocare tempeste e foreste incendiate che avanzano lì dove c’è la giungla urbana ed ecco il dramma elisabettiano. Perché la drammaturgia sembra possedere nel proprio scheletro quella tragica e inutile corsa al potere degli eroi del Bardo e a stupire è la resa evidentemente teatrale del romanzo. Un testo, drammaturgico e scenico che non lascia spazio a nessun espediente narrativo: dialoghi, dinamismo e un grande lavoro sulle scene corali. Insomma è dramma puro (nell’accezione greca del termine, azione) quello animato dai giovani attori del Nts. Lo spettacolo sembra essere costruito attorno a loro, responsabili anche di una scenografia dinamica che cambia continuamente ruolo drammaturgico grazie a due pedane in salita movimentate proprio dagli attori: diventano scale per salire su un preciso luogo posto in un piano alto, possono essere i tetti delle case in cui i violenti criminali tornano a essere bambini, sono i muretti su cui appoggiarsi e tirare una striscia di coca con il naso.

Foto Federica Di Benedetto

Siamo nell’ambito del teatro di genere? Ci sono le pistole puntate in faccia, lo sprezzo per la morte, l’omicidio per vendetta, il business della cocaina come motore economico e di potere. Probabilmente sì, se pensiamo al lungo e fortunato filone con cui la denuncia di Roberto Saviano ha contemporaneamente – e di certo involontariamente – dato visibilità e dunque popolarità alle storie della Camorra. Il rischio è che il fenomeno, calato nel pieno delle contraddizioni della società di massa, diventi incontrollabile poi anche per chi ha acceso la miccia, si veda l’apparizione del murale sulla Stazione Tuscolana di Roma di qualche giorno fa. Ma qui non c’è esaltazione, come in Shakespeare, la scalata al potere si paga con la morte: il giovane protagonista raggiunge il luogo più alto della scena – ha ormai oltrepassato la linea rossa, ha svenduto la sua umanità, per comandare devi fare il morto, gli aveva detto il boss ai domiciliari (Ivan Castiglione in una performance da applausi e brividi) – e come nel famoso scritto di Kott su Shakespeare è proprio raggiungendo il punto più alto della scala che l’eroe muore per mano vendicativa.

La regia di Gelardi è un’orchestrazione puntuale ed emozionante, forse con qualche sottolineatura di troppo nelle scelte musicali in un paio di momenti di pathos, ma è un piacere vedere il gruppo di giovani e capaci attori del Nuovo Teatro Sanità: affiatati, tecnicamente preparati nonostante l’età, padroni della propria lingua e dello spazio scenico in cui far muovere i corpi con precisione (spesso coreografata) e intensità drammatica.

Andrea Pocosgnich

Teatro Piccolo Eliseo, Roma – Novembre 2017

LA PARANZA DEI BAMBINI
gli attori della compagnia del Nuovo Teatro Sanità:
Vincenzo Antonucci, Luigi Bignone, Ivan Castiglione, Antimo Casertano, Riccardo Ciccarelli, Mariano Coletti, Giampiero de Concilio, Simone Fiorillo, Carlo Geltrude, Enrico Maria Pacini, Antonio Orefice.
Scene: Armando Alovisi
Costumi: 0770
Musica: Tommy Grieco
Luci: Paco Summonte
Aiuto regia: Irene Grasso
Collaborazione alla regia: Carlo Caracciolo
Regia di Mario Gelardi
Una Coproduzione: Mismaonda e Marche Teatro in collaborazione col Nuovo Teatro Sanità

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