Belluno, il teatro d’arte in provincia, senza scendere a compromessi

La compagnia SlowMachine in questi anni al teatro Comunale di Belluno ha ospitato varie prime regionali di artisti riconosciuti a livello nazionale ed internazionale. Abbiamo intervistato Rajeev Badhan ed Elena Strada per confrontarci sulla possibilità di un teatro di qualità e di un progetto di ampio respiro in provincia.

Nasce nel 2012 come progetto artistico d’indagine sulla contaminazione delle arti con l’esigenza di creare un polo che racchiudesse in sé l’ideazione, la realizzazione e l’interazione di lavori teatrali e video. Nel 2014, Rajeev Badhan ed Elena Strada iniziano a dare vita al progetto “Fare un Luogo” presso il Teatro Comunale di Belluno in collaborazione con la Fondazione Teatri delle Dolomiti e il Comune di Belluno che porterà alla progettazione e alla realizzazione della nuova Stagione del Teatro Comunale BELLUNO MIRAGGI, sotto la loro direzione artistica. Da tre anni SlowMachine sta portando avanti un progetto di riqualificazione dello spazio HANGAR11, ex hangar militare sito presso l’ex-caserma Piave di Belluno, che da rimessa per automezzi militari si sta trasformano in spazio performativo.  Nel 2016 vince il bando fUNDER35 per le imprese culturali under35, quest’anno ha prodotto gli spettacoli “Zoo di Vetro” da T. Williams e Home, vincitore del bando ministeriale MigrArti 2017 e del bando ANCI Giovani RiGenerAzioni Creative.

Tutti a Belluno. È la città che si aggiudica il primo posto quanto a qualità della vita nella XXVIII edizione dell’indagine annuale del Sole 24 Ore, in questo primato qual è il ruolo della cultura e del teatro?
Belluno è ancora trattenuta in un respiro provinciale, ma quattro anni fa, quando siamo arrivati, si avvertiva molto di più. Negli ultimi tempi è arrivata in vetta forse per via della volontà degli abitanti di ricercare, di sperimentare, di procurarsi gli interessi che un piccolo circolo può rischiare di precludere. È come se si fosse alimentata autonomamente guardando all’apertura europea, proponendo concerti, spettacoli ed eventi che fossero in stretta relazione con un programma internazionale. E questo deve aver contribuito necessariamente all’innalzamento del livello di preparazione e predisposizione mentale e conseguentemente anche all’adesione e alla coesione cittadina in ogni frangente.

Foto di Elisa Calabrese

Il programma della prossima stagione teatrale, aperta dalla vostra ultima produzione Home, ha i tratti somatici dell’europa. Come è stato possibile portare titoli di teatro d’arte, pur diluendoli in nove spettacoli distribuiti in una stagione, in un contesto del tutto provinciale?
Un mix di follia, volontà (stress!), tenacia e certamente l’assoluta convinzione che in realtà le cose possano cambiare anche se imprigionate in questo sistema; non scendere a compromessi, anche se è una linea che non sempre paga, alla lunga e persistentemente dà risultati. Abbiamo sperimentato molto, a partire dal primo anno, calibrando i risultati che ognuna si portava appresso: Familie Flöz fu una delle prime compagnie che portammo e, allo stesso tempo, un esperimento molto rischioso; l’anno scorso con i Motus in MDSLX non è mai prevalso il timore dell’incomprensibilità nonostante fossero proposte di avanguardia sperimentale. Fino ad arrivare a quest’anno, quando abbiamo inaugurato la stagione teatrale con uno spettacolo multilingue supportato solo ed esclusivamente da alcuni interventi in lingua madre e dai sottotitoli che, tra un nuovo spazio e il Teatro della città ha visto entrare 400 persone, in un paese che ne conta a malapena 35.000.

Allora diamo i numeri. Quali sono quelli della passata e dell’attuale stagione?
Stanno aumentando, saremo ancora in campagna abbonamenti fino al 16 di dicembre e quindi non possiamo avere un dato preciso se non comunicare che abbiamo già superato gli abbonati dello scorso anno. Da un certo punto di vista, dev’essere stata fondamentale una sorta di diffidenza iniziale dallo strumento e poi il cambio di direzione: qualche giorno fa abbiamo presentato Home alle scuole superiori in anteprima e una ragazza, nel chiederle se avesse un’opinione precisa sul ruolo di questo specifico teatro, ha risposto che considerava davvero interessante la proposta narrativa della cronaca teatrale, che era una modalità ricettiva più comprensibile, adeguata al linguaggio attuale dal punto di vista prima sociale ma soprattutto espressivo. La sfida è quella di cercare di uscire dalla proposta di una cultura standardizzata e concepire il teatro come un progetto collettivo oltre che artistico, uno scambio in primo luogo tra le persone, tra gli operatori e il pubblico che li circonda e li sostiene. Abbiamo insistito e fondato la nostra linea sullo stile interno che deve contraddistinguerci, cercando di non proporre uno stilema ma un linguaggio che guardasse alla qualità del lavoro e al pubblico in una sorta di rovesciamento delle parti, dove è lo spettacolo a guardare attentamente lo spettatore.

Foto di Elisa Calabrese

Non solo il teatro comunale ma anche un progetto di riqualificazione urbana affidato alla vostra direzione. Anche in questo caso qual è la relazione con le istituzioni cittadine e regionali? E come avete spinto le persone fino all’Hangar11?
L’Hangar11 era una ex caserma in stato d’abbandono da dodici anni, il comune ha innescato un processo di assegnazione dello spazio così com’era attraverso un bando e sulla base di un accordo di distribuzione delle spese. Per arrivarci tutti insieme, è stato fondamentale lo stimolo a una partecipazione attiva del territorio rispetto alle tematiche che questi spettacoli portano con sé e cioè quelle che li caratterizzano come sperimentatori e traduttori del contemporaneo. Il comune ci ha comunicato l’interesse alla fruizione capillare del nostro nuovo spettacolo nelle scuole, uno degli intenti portanti sarebbe quello di intraprendere in primo luogo un processo laboratoriale che incrementi la consapevolezza del pubblico e permetta la crescita e lo sviluppo nella scelta e nella concezione degli spettacoli.
Il dialogo con le istituzioni è ovviamente alle volte conflittuale, il rapporto rispetto all’amministrazione del comune di Belluno che sostiene il progetto c’è e, anche se raccolta, dà la possibilità di iniziare a costruire qualcosa che ha il suo principale fondamento sulla volontà insopprimibile delle persone di guardare alle cose. Non siamo mai restati aggrappati ai finanziamenti statali, molti dei progetti che sono in piedi scaturiscono da ricerche autonome: il progetto di Home esiste dal momento che abbiamo vinto MigrArti Spettacolo 2017 del MiBACT e il bando annuale Funder 35, che ci ha dato la possibilità di concretizzare le idee; paradossalmente, in tutto questo prender vita, la Regione è assente. In Veneto non c’è traccia di una legge sulla ripartizione delle risorse dello spettacolo dal vivo e la questione dell’accordo Stato Regioni per il problema delle residenze non ha mai conosciuto una soluzione. Parliamo di internazionalizzazione di prodotti artistici ma quanto teatro europeo si vede in Italia? Allora la volontà di portare uno spettacolo come quello di Agrupación Señor Serrano è fondativo per una generazione abituata ad andare a Londra in cento minuti per trovare un amico nel fine settimana e sentirsi parte di tutto quanto.

Chi ha convinto “la vicina di casa” ad abbonarsi?
Pensiamo che la fidelizzazione sia ancora un processo da costruire, che ci siano le basi perché il nostro lavoro non sia considerato solo direzione artistica ma abbia il tratto distintivo dell’organizzazione e della promozione sociale. Gli spettacoli hanno un’ottima risposta ma sono in dialogo continuo. Sappiamo del salto nel buio che il nostro pubblico compie quando aderisce alla nostra stagione teatrale ma è vibrante la fiducia che ci sta accordando.

Infine Home, uno spettacolo che caratterizza una stagione all’insegna del tema dell’identità. Avete lavorato con i migranti senza saturare di ovvietà le idee. Belluno è stata rifiuto o accoglienza?
Home ha affrontato un lungo processo con un percorso preliminare al progetto in cui abbiamo comunicato con realtà che a Belluno funzionano grazie al progetto di accoglienza diffusa. Ci hanno detto che una donna, dopo aver visto lo spettacolo, ha rivisto molte delle sue convinzioni, tant’è che adesso uno dei ragazzi impegnati nel nostro spettacolo ha preso a lavorare con lei, appena fuori dalla tutela minorile.
La gestione dei ragazzi non si è certo rivelata semplice, ci siamo incontrati con provenienze nazionali e religiose di ogni tipo. Un lavoro che si è imposto di non parlare soltanto l’italiano e fin dall’inizio ha avuto occhi multiculturali: dovevano potersi esprimere in una lingua che gli appartenesse e che, sorprendentemente, durante la visione è appartenuta anche agli spettatori capaci di esprimersi in una sola via ma di poterle percorrere tutte quante.
L’identificazione è stato l’obiettivo principale, una ragazza cilena confessa dei suoi due nonni, uno siciliano e l’altro romagnolo, si percepisce la vicinanza del conoscibile a un altrove inimmaginabile fino a spingersi al totale abbattimento del concetto di confine. In uno spettacolo, abbiamo fondamentalmente svelato le intenzioni che abbiamo per il futuro che ci apparterrà.

Francesca Pierri

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