Copenhagen di Michael Frayn, il teatro nello spirito della scienza e della storia

Copenhagen di Michael Frayn in scena al Teatro Argentina di Roma, e in tournée nazionale nel 2018, per la regia di Mauro Avogadro e con Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice. Recensione

Foto Ufficio Stampa

Andato in scena per la prima volta al CSS di Udine nel 1999, nei giorni scorsi al Teatro Argentina a Roma, è tornato sul palcoscenico Copenhagen con la regia di Mauro Avogadro, una pièce per tre personaggi magistralmente interpretata da grandi attori quali Giuliana Lojodice, Umberto Orsini e Massimo Popolizio. Si tratta di uno spettacolo che ritorna ancora oggi sul palcoscenico a distanza di diciotto anni dalle prime rappresentazioni senza che, per questo, ne venga alterata l’assoluta pregnanza storico-politica, la forza artistica e la capacità di radunare intorno a sé un pubblico veramente trasversale che va dagli studenti delle scuole superiori, alle prese con lo studio della fisica novecentesca, fino agli spettatori più abituali che trovano, in questa rappresentazione, l’impeccabile recitazione di tre maestri della scena italiana contemporanea e un testo che realizza la massima prossimità possibile tra eventi storici realmente accaduti e immaginazione.

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La regia di Avogadro è una confezione elegantemente sobria che perimetra un testo complesso che da solo è in grado di riempire la percezione di chi assiste allo spettacolo. La parola è portata dagli attori con adamantina chiarezza e un ritmo che ben contrasta la ricca scrittura drammaturgica che rischia, talvolta, di essere eccessivamente verbosa. Allestito come un’aula universitaria con le gradinate a semicerchio e racchiusa da grandi lavagne nere occupate da formule e scritture matematiche, il palco ospita tre semplici sedie nere. I corpi degli interpreti, ben vestiti con completi grigio scuro, sono veicoli di una parola sempre limpida, pura, che lascia spazio all’attenzione per seguire le complessità dell’intreccio narrativo costruito da Michael Frayn attorno a una sola domanda: “Perchè Heisenberg si è recato a Copenhagen?”.

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Questa domanda, che viene posta all’inizio della pièce dall’unico personaggio femminile dello spettacolo, Margrethe Bohr, moglie del grande fisico danese studioso di fisica nucleare, è la chiave d’innesco di un rompicapo scenico che intende avvicinarsi quanto più possibile alla realtà storica. La vicenda si situa temporalmente nel mese di settembre del 1941, anno in cui Werner Heisenberg e Niels Bohr si incontrarono nella città danese al tempo sotto occupazione nazista. Storicamente, le ragioni di quell’incontro restano ancora oggi piuttosto complesse da decifrare anche se, proprio a seguito del debutto dello spettacolo al Royal National Theatre di Londra nel 1998 e del rinnovato dibattito scientifico che ne è conseguito, il Niels Bohr Archive di Copenhagen ha reso disponibili un dossier e diversi documenti che aiutano a fare chiarezza sulla natura del misterioso incontro tra i due fisici. Il drammaturgo inglese, però, ha sapientemente cercato di immaginare alcuni possibili scenari intrecciando storia, supposizione e immaginazione: gli spiriti dei tre personaggi – tre spiriti dominati da un inarrestabile desiderio di conoscenza – si incontrano in un tempo post-mortem per dare vita a diverse versioni della storia.

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La narrazione, triangolare come la disposizione che spesso i tre attori assumono sul palcoscenico, si basa su un’estesa documentazione biografica tanto che Michael Frayn avrebbe affermato che nulla di quello che viene detto dai personaggi è realmente frutto della fantasia. Eppure c’è un momento in cui certamente realtà e finzione si separano, ed è proprio sul controllo di questa distanza che si gioca l’equilibrio dell’intera pièce. L’intreccio narrativo tiene conto di molti fattori, ma mette in luce soprattutto le ragioni storico-politiche alla base dell’incontro tra i due fisici. La scoperta e lo sviluppo dell’atomica, la produzione di nuovi ordigni nucleari e gli equilibri politici in un mondo mosso dalla guerra sono tre elementi troppo complessi da gestire senza che qualcosa possa sfuggire, ecco allora che si apre la possibilità di introdurre una visione forse più psicanalitica dei personaggi. Werner Heisenberg, Niels Bohr e tutta la generazione di studiosi che hanno contribuito, molto spesso loro malgrado, alle sorti del mondo, hanno avuto in comune, più d’ogni altra teoria, una profonda condizione di incertezza culturale e sociale nella quale sono stati costretti a operare. Con il loro portato di innovazione, le loro teorie si sono presto ammantante di forza politica e la fisica è diventata non solo progresso, studio e ricerca, ma un modo attraverso cui la conoscenza ha espresso la propria indeterminatezza, non a caso è proprio questo l’oggetto del principio per cui Heisenberg viene annoverato nella storia scientifica. C’è una storia psicologica del sapere che Copenhagen ci consente di avvicinare, attraverso il teatro.

Nel testo La formazione dello spirito scientifico, pubblicato in Francia nel 1938, il filosofo Gaston Bachelard scrive che il vero spirito scientifico si manifesta soprattutto in quell’attitudine dello studioso che gli consente di porre delle domande poiché, senza domande, non vi può essere conoscenza. Così Copenhagen, non solo prende vita proprio da una domanda, ma restituisce un esempio di quello che Bachelard afferma sin dall’introduzione del proprio testo: per lo spirito scientifico, è necessario rendere geometrica la rappresentazione, designare i fenomeni e ordinare in serie gli avvenimenti decisivi di un’esperienza. La scienza della realtà, che qui è anche scienza del teatro, non si accontenta più delle risposte descrittive della fenomenologia che spiegano il “come” di ciò che facciamo e di ciò che accade, ma cerca la risposta ai perché, ai quali solo la matematica può rispondere.

Gaia Clotilde Chernetich

visto al Teatro Argentina, Roma, novembre 2017

COPENAGHEN

di Michael Frayn
regia Mauro Avogadro
con Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Giuliana Lojodice

Produzione Compagnia Umberto Orsini e Teatro di Roma – Teatro Nazionale
in coproduzione con CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, con un ringraziamento a Emilia Romagna Teatro Fondazione

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Gaia Clotilde Chernetich ha ottenuto un dottorato di ricerca europeo presso l’Università di Parma e presso l’Université Côte d’Azur con una tesi sul funzionamento della memoria nella danza contemporanea realizzata grazie alla collaborazione con la Pina Bausch Foundation. Si è laureata in Semiotica delle Arti al corso di laurea in Comunicazione Interculturale e Multimediale dell'Università degli Studi di Pavia prima di proseguire gli studi in Francia. A Parigi ha studiato Teorie e Pratiche del Linguaggio e delle Arti presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e Studi Teatrali presso l'Université Paris3 - La Sorbonne Nouvelle e l'Ecole Normale Supérieure. I suoi studi vertono sulle metodologie della ricerca storica nelle arti, sull’epistemologia e sull'estetica della danza e sulla trasmissione e sul funzionamento della memoria. Oltre a dedicarsi allo studio, lavora come dramaturg di danza e collabora a progetti di formazione e divulgazione delle arti sceniche e della performance con fondazioni, teatri e festival nazionali e internazionali. Dal 2015 fa parte della Springback Academy del network europeo Aerowaves Europe, mentre ha iniziato a collaborare con Teatro e Critica nel 2013.