Combattere gli spettri. Intervista a Leonardo Lidi

Una conversazione con Leonardo Lidi, vincitore del bando per registi under 30 promosso dalla Biennale College ‑ Teatro 2017

Una riscrittura coraggiosa di un caposaldo della letteratura teatrale del Novecento; un utilizzo minimalista delle luci; una spoliazione assoluta della scena, ridotta a una panca parallela al proscenio; quattro interpretazioni adamantine, dirette con microscopica cura delle intonazioni e dei pochi, minimi movimenti. La regia che ha convinto Antonio Latella, risultando vincitrice del bando per registi under 30 promosso all’interno della Biennale College ‑ Teatro 2017, è netta eppure impalpabile, già matura nell’affidare a un processo sottrattivo il compito di far emergere i nodi del testo e le sue possibili, impreviste aperture. Trenta minuti del suo Spettri, presentati al Teatro alle Tese di Venezia nella maratona dedicata ai sei progetti finalisti, sono bastati a Leonardo Lidi, piacentino, classe 1988, per aggiudicarsi il premio di produzione ‑ fino a un massimo di centodiecimila euro ‑ e l’onore di debuttare con la creazione definitiva nel corso dell’edizione 2018 del Festival Internazionale del Teatro. Abbiamo raggiunto telefonicamente Lidi per una conversazione sul bando, sul percorso di tutoraggio con Latella, sui personali significati da attribuire al mestiere del regista.

Vorrei iniziare questa conversazione dal premio di produzione. Come incide un budget cospicuo come quello assegnato dal bando sulle aspettative che un regista ha su di sé? Pensa che questo aspetto economico possa avere un effetto anche sul pubblico?

Sicuramente queste non sono domande che posso pormi adesso. Io devo cercare di lavorare con la massima sincerità e la massima onestà, secondo il mio percorso artistico. Ovviamente non posso partire dal budget, devo partire dall’idea e dal perché delle mie scelte. Questo sarà un anno di studio e crescita anche rispetto a questo, la mia conoscenza in materia è certamente scarsa e sono contento di potermi rapportare con Biennale Teatro. Non credo che il pubblico si farà condizionare dal budget, non sono preoccupato. Però ribadisco: io devo fare un percorso artistico e non un percorso economico. Sul percorso economico per fortuna mi aiuta la produzione, mi sorregge, sorregge le mie idee… Non parto dalla moneta, ma dalla mia idea.

Foto di Andrea Avezzu

Il bando promosso da Antonio Latella e dalla Biennale Teatro è stato riservato quest’anno soltanto a registi italiani, a seguito della «constatazione della difficoltà incontrata dai nostri giovani artisti nel proporre le proprie opere a un vasto pubblico e alle istituzioni». Quali sono secondo Lei le motivazioni di questo stato di cose, e quali i possibili rimedi?

Se avessi la soluzione, sarebbe tutto molto più semplice! In realtà la soluzione non ce l’ho… L’idea della Biennale ‑ e anche del bando ‑ è molto giusta, e in linea con i nostri tempi. Credo che il Festival di quest’anno sia stato utile per interrogarsi sulla figura del regista; condivido nel mio piccolo l’idea di Antonio Latella e del suo staff di non cercare a tutti i costi il nome, il regista con una grossa cassa di risonanza, bensì di concentrarsi sullo sviluppo di un percorso. Un percorso artistico che ha implicato il proporre registi che in Italia pochi di noi avevano sentito nominare. Anch’io, che sono molto attento alla regia europea e viaggio spesso, mi sono trovato davanti a nomi che conoscevo meno, dei quali non avevo mai visto spettacoli dal vivo, se non qualcosa in video… E poi assumersi delle responsabilità importanti come quella di portare anche giovani registe e ‑ appunto ‑ il bando. Il bando serve infatti non soltanto a concorrere e a vincere ‑ come fortunatamente è capitato a me ‑ ma anche a interrogarsi sulla figura del regista. È stato bello vedere gli altri ragazzi misurarsi, come me, prima a un livello progettuale, dopo a un livello scenico, capire le direzioni e le motivazioni che ci spingono a proporre una cosa piuttosto che un’altra. Insomma, interrogarsi: io credo che il termine più indicato sia questo. Non per forza di cose creare un pacchetto vincente, ma sollecitare continue domande: rivolte a te che stai facendo un lavoro, e alle persone che ti stanno guardando.

Come si sono svolti gli incontri con Antonio Latella, in seguito alla prima selezione dei progetti pervenuti? E come sta evolvendo il rapporto di collaborazione e tutoraggio con Biennale Teatro e con Latella?

Dopo la prima selezione, in trenta siamo stati invitati a presentare a voce il progetto e il suo possibile sviluppo, successivamente in sei abbiamo mostrato al pubblico del College trenta minuti del nostro lavoro. Adesso ho un rapporto di collaborazione costante e un confronto reale con il Direttore Antonio Latella, per ora soprattutto drammaturgico e di responsabilità. Antonio non si limita ad assecondarti e non censura mai le tue proposte a priori. Mi chiede di partire da me senza preoccuparmi troppo di conseguenze o del futuro dello spettacolo, mi protegge e mi chiede di presentare qualcosa di mio: e questo è edificante. È appagante sapere che ho la possibilità di relazionarmi con un grande ente produttivo e con un grande artista: ma Latella mi dà la possibilità di presentare un percorso che abbia la prerogativa di essere personale, qualcosa che parte da me e dal mio rapporto con l’autore. Io cerco di non emulare e di non preoccuparmi troppo. Questo è ciò che dovrebbe significare lavorare con i giovani registi: dare loro la possibilità di essere interamente se stessi, non vincolarli alle aspettative, ma lasciarli seguire il proprio progetto. E tutto questo grazie a un confronto continuo.

Foto di Andrea Avezzu

Come è avvenuto il Suo incontro con Ibsen e con Spettri?

È stato un incontro molto semplice. Spettri è stato uno dei testi che mi ha avvicinato alla materia teatrale, in tempi non sospetti, prima ancora di entrare a scuola. L’ho conosciuto, studiato: ma la cosa per me fondamentale, anche mentre ci si sto lavorando, è non dimenticarmi che il primo approccio è stato bello. Spettri mi appartiene, mi parla, mi è vicino senza dovermi chiedere il perché: quello è un passaggio successivo, che sto facendo solo adesso. La prima cosa da dire, molto fanciullescamente, è sempre: «sì, questo testo mi piace, questo film mi piace, questo cibo mi piace». E poi solo dopo capire quali corde tocca in te, e perché ne sei stato affascinato. Quando ho letto il bando mi sono chiesto quale fosse il testo più giusto rispetto alle richieste: visto che era necessario un massimo di cinque personaggi, mi è subito venuto in mente Spettri. Ibsen, in qualche modo, ti spiega cosa sono questi spettri, ti lascia capire che spettri sono tutte le vecchie credenze e le tradizioni che vivono in noi, che fanno parte del passato ma ci vincolano nelle scelte – spettri che cerchiamo di combattere, che ci sono e che non si possono evitare. Affrontare un testo del genere ti impone questo combattimento, ti chiede di cancellare ciò che l’eco del passato porta in te, anche a livello teatrale: a mio avviso, la cosa interessante nell’affrontare questo testo è proprio il non farsi condizionare da ciò che si è visto rispetto alla tematica o all’autore, il partire ogni volta da zero. Secondo me Ibsen richiede proprio questo: in qualche modo Ibsen ti dice che dobbiamo cercare di combattere per il presente e per il futuro, sapendo che questi spettri vivono in noi, e che bisogna comunque affrontarli. Ecco, questo combattimento forse genererà un risultato interessante. Spettri ti dà la possibilità di avere un foglio bianco su cui ripartire. Sono molto contento del mio percorso fino a oggi e di quello che ho fatto sia come attore sia come regista: ma è bello che Ibsen ti chieda di fare ogni volta un passo in più e ‑ soprattutto con questo testo ‑ di capire cos’è quel passo in più. E poi io ho bisogno di grandi testi, per potere lavorare: è forse un limite, ma in qualche modo appena ho letto il bando ho detto «voglio lavorare su un classico del teatro, un classico che sento vicino a me». Volevo rapportarmi con qualcosa che è stato giudicato grande nella storia, anche per un atto di… Non voglio dire coraggio ‑ perché non è coraggio ‑ ma per cercare di dire la mia con una grossa materia teatrale.

Nel testo che ha accompagnato la presentazione di Spettri, lei sostiene la necessità di riprendere la materia testuale «senza ricreare l’eco ma valorizzandone il contenuto», e una tale affermazione sembra quasi avere un valore paradigmatico, come il manifesto di una poetica. Cosa significa per Lei evidenziare il contenuto di un testo senza per questo replicarne l’aura? Come cerca di tradurre questo afflato in scena?

Partendo dagli attori. Partendo dal rapporto tra gli attori e il testo, attraverso la parola e l’esternazione di essa. Mettendo al centro del progetto l’attore, e non un mio impianto: tutto deve essere successivo all’analisi del testo. Ma oltre al testo necessito di grandi attori e certamente la mia vittoria è dovuta anche alla presenza sul palcoscenico dei quattro “mostri” che ho coinvolto e che ringrazio. Michele Di Mauro, Christian La Rosa, Mariano Pirrello e Ilaria Matilde Vigna e hanno accettato immediatamente la mia proposta. Di solito chiedo a tutti i miei collaboratori ‑ non solo agli attori ‑ di agire non a seconda dell’eco di ciò che hanno già visto, di ciò che hanno già fatto, di ciò che è giusto rispetto al teatro, bensì di farlo rispetto al contenuto. Cerco sempre di non sottovalutare il divertimento puro: l’ironia è forza, e Ibsen lo ricorda nella maggior parte dei suoi testi, specialmente nei primi atti. Prendiamo la prima scena di Spettri con il rapporto tra il falegname e Regina, i differenti gradi di educazione, il francese come barriera dialettica: ma spesso si decide di colorare di scuro tutto il testo, andando a mio avviso contro l’autore e annullando l’arco temporale. Ibsen offre tantissimi spunti: ma decide anche di non risolvere alcune questioni proposte da uno dei suoi personaggi, e di conseguenza bisogna mantenere una percentuale di ombra, una percentuale che sarà illuminata soltanto ‑ forse ‑ con l’incontro con il pubblico. Ogni volta che prendo una direzione troppo netta, Ibsen mi torna contro, quando dico «va bene, questa la risolviamo così», lui mi ricorda che c’è molto poco da risolvere in maniera semplice, ma ho la fortuna di poter collaborare con una squadra di grandi professionisti. Con Ibsen non si può partire a priori ricorrendo a soluzioni di colore o a soluzioni d’effetto: si deve capire parola per parola, insieme, dove ci porta l’autore. Facendo guidare a lui la macchina: dove ci sono gli attori e ci sono io, che cerco di essere un passeggero sicuro della meta, ma non troppo invadente.

Qual è stata per Lei un’esperienza memorabile di spettatore, e quanto di questa esperienza rivive nella sua idea di regia?

Essendo un ventinovenne, ho vissuto il teatro spostandomi di continuo, l’ho percepito come una materia molto liquida: il mio gusto cambia a seconda delle mie esperienze, e spero rimarrà costante in questa continua ricerca. Avere smesso di essere un ragazzo pigro, e avere preso i miei aerei per conoscere una fetta importante del teatro europeo, è stato fondamentale per il mio percorso. Non so se giudicarmi un esterofilo: però è stato importante avere scoperto alcuni registi fuori dallo Stivale. Così, ad esempio, è stato per il lavoro di Krzysztof Warlikowski, che mi ha suggerito Andrea De Rosa: e uno dei primi spettacoli che ho visto da ragazzino è stato l’Elettra di Hofmannsthal diretta proprio da De Rosa, che mi ha aperto nuove possibilità. Con Andrea ho avuto anche un rapporto diretto da attore-regista: è una persona che stimo molto nel suo studio, nel suo modo di rapportarsi alla materia. L’avere conosciuto le regie di Antonio Latella prima come spettatore, dopo come attore, è stato fondamentale. Ho una grande passione per il lavoro di drammaturgia di Massimo Sgorbani. Poi cerco di lasciarmi contaminare non solo dal teatro: non l’ho mai conosciuto direttamente, ma per me un maestro è Enzo Jannacci. Jannacci è una forma molto alta di espressione e di esternazione. Mi piacerebbe avere la semplicità espressiva di Gino Paoli, mi piacerebbe avere la capacità di scrittura di Aaron Sorkin… La mia vita oggi è totalmente dedicata alla vita teatrale, ma senza paraocchi rispetto a tutto quello che c’è intorno. Ci tengo però a dire che in qualche modo, anche se lo spettacolo non ti piace, ti porti via qualcosa. Probabilmente mi sono portato via più cose da spettacoli che non mi hanno convinto, rispetto a quanto ho preso da lavori che mi hanno emozionato.

Alessandro Iachino

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.