Babilonia Teatri. Quel che resta del Paradiso

Babilonia Teatri in scena a Romaeuropa Festival 2017 con Paradiso, terzo atto del loro itinerario dantesco. Recensione

foto di Piero Tauro

Più ci si allontana dalla visione di Paradiso di Babilonia Teatri, in scena all’inizio di novembre al Teatro India di Roma per Romaeuropa festival 2017, e più si sente il bisogno di staccarsi dal risultato scenico e di interrogarsi sull’intento del processo che ha portato la compagnia al terzo capitolo della trilogia dopo Purgatorio e Inferno.
Sarà infatti la capacità di rappresentare il nostro tempo, che a Babilonia Teatri è ampiamente riconosciuta (qui Simone Nebbia sul Leone d’Argento ricevuto alla Biennale Teatro 2016), a restituirci una messa in scena che fugge la classificazione etica ed estetica e ci aiuta a visualizzare la società odierna, ricca di numerosi progetti artistici integrati tra uomini e donne di provenienze o condizioni fisiche diverse, che risultano poi progetti eterodiretti di integrazione. È questo un tempo in cui il migrante, il portatore di handicap, per un intento alto/artistico da attore rischia spesso di trasformarsi in strumento per raggiungere un risultato, o comparire come target idoneo alla concessione di un finanziamento. Un tempo dunque che non riesce ancora a creare una comunità, in cui il rischio di incontrarsi davvero lo corrono in pochi. E Paradiso di Babilonia Teatri, invece, questo rischio sembra correrlo; ma fatica molto a conquistare la sua forma spettacolare.

foto di Piero Tauro

D’altronde Enrico Castellani è al terzo capitolo di una trilogia dedicata, in nuce, all’immaginario dantesco, e sviluppatasi poi come lettura dei nosti giorni. Dopo Inferno, con gli attori non-attori del Laboratorio-Scuola/Compagnia ZeroFavole e Purgatorio, in Paradiso Castellani condivide la scena con Amer Ben Henia, Joice Dogbe, Josephine Ogechi Eiddhom, tre migranti ospiti di una comunità per minori e provenienti da Togo, Nigeria e Tunisia, con Daniele Balocchi, affetto dalla sindrome di Down, e con le musiche live di Marco Sciammarella, Claudio Damiano, Carlo Pensa, elementi di Allegro Moderato, progetto musicale aperto al disagio mentale e fisico. Di “casuale”, parola chiave che apre ogni storia e condizione dello spettacolo, sembra esserci davvero ben poco. D’altronde il motivo dell’organico in scena è dichiarato dalla compagnia: «Un giorno ci siamo svegliati e ci siamo accorti che a fianco alle nostre vite ne correvano delle altre. Correvano su binari paralleli, a pochi metri da noi, ma era evidente che i nostri binari e i loro non si sarebbero mai incontrati. Abbiamo tirato il freno a mano, inscenato un posto di blocco, piegato le rotaie con le mani, con le pietre e con la testa e alla fine ci siamo scontrati».

È così che assistiamo in scena a una narrazione affidata, oltre che alla musica, al desiderio, all’idea che agli interpreti resta di paradiso; una potente scena iniziale, durante la quale un’ossessiva reiterazione di nascite – immediatamente cestinate come le infanzie dei protagonisti – coinvolge tutti gli attori, fa da fase prodromica a una creazione artistica che arriverà invece poi con minore intensità. Perché lo spettacolo si affida poi totalmente alla presenza dei performer: alla ragazza nigeriana che lascia ballare il proprio corpo come i nigeriani sanno fare, senza nulla aggiungere; alla ragazza del Togo che canta sopra la traccia di Summertime, e a Hamer Ben Henia (Tunisia) che parla di fratelli e di kalashnikov tatuati sulla testa, fino a scaricare quelle fantomatiche armi sul pubblico. Ma la presenza scenica – seppur nella sua autentica, liberata, marginalità – non può bastare a giustificarne l’esito artistico. Castellani si muove tra i giovani, come regista e attore in scena, fino al finale durante il quale crocifigge letteralmente i ragazzi, scena che parte dalla provocazione ironica e scivola rapidamente nella didascalia.

foto di Piero Tauro

Resta la ricerca di un posto, l’azione che mira ad abitare la scena, d’altronde che cos’è il paradiso al quale aspiriamo se non il posto che ognuno avrebbe voluto per la propria vita? Probabilmente, seppur immaginato, proprio un posto è ciò che Babilonia Teatri riesce a offrire agli interpreti: sul palco scoprono uno spazio di libertà che nemmeno l’infanzia aveva rappresentato. Resta forte, però, il dubbio sulla relazione artistica che quel posto ha con il posto dello spettatore seduto a guardare. Oltre il processo, al pubblico è concessa la sola osservazione della parte emersa del percorso. Paradiso risulta così un atto artistico di risurrezione a metà, che concentra la propria forza nell’esserci, senza riuscire a sublimare la propria idea nell’atto spettacolare.

Luca Lòtano

Teatro India di Roma – Romaeuropa Festival 2017

di Babilonia Teatri
con Enrico Castellani, Daniele Balocchi, Amer Ben Henia, Joice Dogbe, Josephine Ogechi Eiddhom
collaborazione artistica Stefano Masotti
musiche Marco Sciammarella, Claudio Damiano, Carlo Pensa ( Allegro Moderato)
luci\audio Babilonia Teatri\Luca Scotton
direzione di scena Luca Scotton
produzione Babilonia Teatri, La Piccionaia centro di produzione teatrale |
coproduzione Mittelfest
col sostegno di Fondazione Alta Mane Italia
residenza artistica La Corte Ospitale, Orizzonti Festival
un progetto di Babilonia Teatri e ZeroFavole
scene Babilonia Teatri
costumi Franca Piccoli

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Luca Lòtano è giornalista pubblicista e laureato in giurisprudenza con tesi sul giornalismo e sul diritto d’autore nel digitale. Si avvicina al teatro come attore e autore, concedendosi poi la costruzione di uno sguardo critico sulla scena contemporanea. Insegnante di italiano per stranieri (Università per Stranieri di Siena e di Perugia), lavora come docente di italiano L2 in centri di accoglienza per richiedenti asilo politico, all'interno dei quali sviluppa il progetto di sguardo critico e cittadinanza Spettatori Migranti/Attori Sociali; è impegnato in progetti di formazione e creazione scenica per migranti. Dal 2015 fa parte del progetto Radio Ghetto e sempre dal 2015 è redattore presso la testata online Teatro e Critica.