Silvano Spada: il mio nuovo teatro in cerca di un nuovo pubblico

Silvano Spada è il direttore dell’Off Off Theatre, nuova struttura al centro di Roma che ha l’obiettivo di coniugare alta tradizione e innovazione. Intervista

foto web

Scendendo lungo via Giulia verso la direzione opposta alle sponde del Tevere si passa davanti allo storico liceo Virgilio, occupato in questi giorni. All’entrata un banchetto e qualche ragazzo. Pochi metri ancora e si giunge ai civici 19, 20 e 21: un paio di operai lavorano sulle ultime rifiniture all’entrata, il foyer è vuoto e un separè rosso chiude l’entrata al palco e alla platea dell’Off Off Theatre. Mi faccio strada mentre stanno provando, incontro la direttrice organizzativa Carmen Pignataro che mi accompagna agli uffici al piano di sopra, ospitati come il teatro, nel comprensorio del secentesco Palazzo Varese.

Silvano Spada mi accoglie dietro un’ampia scrivania, è alto, dai modi gentili e con una di quelle voci cavernose, abbassate a forza di sigarette, in cui l’accento romano rotola con naturalezza. Mi chiede se può fumare, acconsento tirando fuori il tabacco mentre avvio il registratore.

A Roma ci sono decine di teatri, negli ultimi anni alcuni hanno chiuso, alcune gestioni sono cambiate, anche nuovi spazi hanno aperto. Nonostante la crisi perenne e le difficoltà burocratiche e politiche insomma non mancano i palcoscenici. Perché ha deciso di spendere energie vitali ed economiche in un nuovo teatro?
Non voglio annoiare con la mia biografia. Ma credo che a monte di tutto ci sia la mia esperienza: da ragazzo ho avuto una grande fortuna, quella di entrare nel mondo dello spettacolo “dalla porta grande”, come si diceva una volta. Le persone che mi hanno voluto bene da ragazzo, e soprattutto insegnato, sono state Anna Magnani, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Luchino Visconti, perciò mi sono fatto un’idea dello spettacolo e del mondo teatrale in relazione a quelle origini e quindi mi sono innamorato del fascino dello spettacolo. Mi sono sempre detto che mi sarebbe piaciuto creare qualcosa a Roma, qualcosa che uscisse fuori dalla routine: se oggi io vado in un teatro intuisco la programmazione, conosco il pubblico, mi piacerebbe un luogo dove commercialisti in pensione e studenti (due opposti) possano convivere, cercando così anche di allargare la fascia di pubblico.

foto Facebook

La difficoltà di molti teatri è proprio quella di creare un pubblico che li segua al di là delle compagnie e degli artisti presentati, un pubblico fatto non solo di addetti ai lavori. Esiste a Roma questo pubblico? Tanto da incuriosirsi anche per un nuovo cartellone?
È una sfida, non è semplice ma è doveroso. Altrimenti, se continuiamo così, rimaniamo in una situazione asfittica. Perché non incontraci e mescolarci di più? Questo è il senso di tutto, agganciare un nuovo pubblico, che magari è semplicemente distratto.

Avete eseguito delle indagini di mercato?
Ci siamo sforzati di capire certi mondi culturalmente più che altro… Noi ad esempio abbiamo il test della pagina Facebook, in tre mesi abbiamo avuto 13mila “mi piace”. Senza comprarli. Il target è quello dai 24 anni ai 45, 52% donne e 48% uomini, certo mi domando chi siano e perché siano interessati, però c’è un’attenzione, una voglia. Io vorrei sottrarre pubblico a certi tipi di intrattenimento, al tempo libero di quelli che vanno solo in birreria o quelli che vanno solo in barca. Si possono fare entrambe le cose: andare in birreria e venire a teatro.

Per questo avete, in parallelo, anche una programmazione di musica e una di cinema?
Sì, lo abbiamo fatto anche per testare, per capire se c’è questa possibilità di agganciare pubblici diversi. Vorrei far capire che andare a teatro può rappresentare la possibilità di una bellissima serata, che si può rinunciare a una serata da passare nel privè di qualche locale…

Arriviamo alla programmazione, che sembra essere costituita da diversi livelli: da una parte scelte più facili e popolari con qualche nome conosciuto (come Herlitzka, Piera degli Esposti) e la Stand Up Comedy, dall’altra invece una linea più ricercata con gruppi come Teatri di Vita, Scimone Sframeli, Ricci/Forte, Eleonora Danco. Come avete lavorato per comporre questo puzzle?
Io per anni, dall’87, sono stato al Todi Festival (fondatore e direttore ndr.), per trent’anni ho cercato di dare attenzione a nuovi autori e registi. La mia attenzione massima è per quei mondi, quei temi. Poi ci sono anche delle scelte che strizzano l’occhio per la questione del test che dicevamo prima, dato che è la prima stagione dobbiamo capire le reazioni del pubblico. Magari un certo tipo di pubblico parte per vedere uno spettacolo e poi viene incuriosito da altro. Vengo da una cultura alta, ma tutto ciò che è nuovo mi piace.

Il vostro è un teatro di 140 posti in una importante location storica, lo avete aperto con le vostre forze, in un momento molto particolare per quello che riguarda le relazioni tra l’amministrazione cittadina e il tessuto teatrale, a sentire molti operatori è una relazione logora o inesistente. Qual è lo stato dei vostri contatti con le istituzioni cittadine e nazionali?
Le mie idee politiche forse si intuiscono anche dalla programmazione… Ma cerco sempre di scindere le questioni. Noi non abbiamo rapporti con la politica, ovviamente ci siamo segnalati alle istituzioni, al Comune e al Ministero dello Spettacolo (che forse ci segnalerà per un progetto speciale), ma siamo privati, nel senso che facciamo quello che ci pare come programmazione. È a nostro rischio e pericolo. Se fra due anni ci vediamo ancora vuol dire che è andata in un modo, se non ci rivediamo significa che non è andata.

Con che formula pagate le compagnie?
Alcune sono a cachet e altre a incasso. Alcune poi sono nostre produzioni. Lo spettacolo inaugurale (Dentro la tempesta) è una nostra produzione, una scelta ben precisa: perché il teatro in carcere ha una sua tradizione, ma portarlo fuori dal carcere in un palcoscenico cittadino è diverso. È la dimostrazione che la cultura può salvare.

Quali sono i compiti, anche da punto di vista etico, di un direttore artistico e come lo si diventa?
Non sono in grado di dare insegnamenti a nessuno. Però la mia fortuna sono stati i rapporti. Io ho diretto il Festival di Todi perché sono rimasto affascinato dal Festival di Spoleto ai tempi di Menotti. Bisogna viverlo il teatro, se non si ha fantasia teatrale si diventa dei burocrati. Il teatro è magia, non può essere impostato solo sulle scartoffie e gli scambi. E poi lo spazio per i giovani è sempre minore, io parto dal presupposto che i nuovi artisti bravi esistono. Non si possono relegare i giovani solo nei teatrini alternativi: noi mettiamo sullo stesso palcoscenico Herlitzka, Scimone Sframeli, Ricci e Forte e Piera degli Esposti.

Lei ha attraversato una cinquantina di anni del nostro teatro…
Sono anziano…

No, è un saggio, un saggio teatrale. Qual è lo spettacolo che le ha cambiato la vita di spettatore?
Da ragazzo ho subito il fascino dei grandi spettacoli dell’epoca, quelli di Visconti e Strehler ad esempio. Ma il vero spartiacque è stato l’Orlando furioso di Luca Ronconi: ci conoscevamo tutti, stavamo sempre insieme, a Roma si andava a cena tutti insieme e il riferimento era Visconti, si parlava solo di lui in cinema e teatro. Luca non so se l’ha fatto per rabbia o dispetto, ma con Orlando ha rotto quel clima.


Andrea Pocosgnich

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Laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor, ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica, ha fondato nel 2009 Teatro e Critica di cui attualmente è uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Metromorfosi, To be (free press dedicata al teatro), Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro. Dal 2013 al 2014 è stato uno degli insegnanti di Storia del Teatro del progetto Lazio in Scena. Nel 2013 ha ideato e progettato (insieme agli altri componenti di Teatro e Critica) la app Teatro Pocket.