Le Voci della memoria. Il Sud interiore di Illoco Teatro

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Al Teatro Tor Bella Monaca di Roma Le Voci, spettacolo onirico e suggestivo scritto da Annarita Colucci e diretto da Roberto Andolfi, compagnia Illoco Teatro. Recensione.

foto Illoco Teatro

«Il Sud è qualcosa che ti porti dietro, ovunque, non ti lascia più». Pronunciate dentro a un grande sorriso, queste sono le parole di Annarita Colucci, nel foyer del Teatro Tor Bella Monaca di Roma – Teatri inComune, al termine delle tre repliche di Le Voci. Nella pomeridiana domenicale che chiude la breve tenitura, il pubblico di questo teatro di periferia è numeroso e soddisfatto, accoglie questo piccolo dono di sincerità della compagnia Illoco Teatro, nata a Roma tra il 2012 e il 2013 dal sodalizio tra Annarita Colucci e Roberto Andolfi.

Il Sud è il vero protagonista di questa favola onirica e dolce, ambientata in una sorta di periferica stazione dell’inconscio in cui i treni li si può solo immaginare. Zi Tuccio (Roberto Andolfi) è insieme capostazione e bigliettaio, attraversa con passi minuscoli e cadenzati uno spazio in cui, sotto luci dai colori tenui, trovano posto, ai due lati, la biglietteria e una fila di sedie, al centro una montagna di scatole e scatoloni, a dare un tocco surreale all’ambiente. Con lui c’è il candido Ettore (Dario Carbone), giovane affetto da un evidente ritardo mentale, impiegato come tuttofare sotto la guida autorevole ma tenera di Zi Tuccio. Gioia (Annarita Colucci) è in partenza per Milano, una sorta di meta lontanissima dalla quale Zi Tuccio vorrebbe offrire addirittura un biglietto di ritorno gratis, quasi temendo che, arrivati lì, al Nord, i viaggiatori possano perdere la memoria del luogo da cui erano partiti.
Il Sud, in questo paese ma non solo, è il luogo da cui molti sono stati costretti a partire, strappando radici che tuttavia sembrano avere consistenza elastica, una forza di richiamo che lascia profumi fissi nelle narici, immagini fisse dietro le retine, lascia voci acquattate nelle orecchie.

foto Illoco Teatro

Proprio le Voci che stanno nel titolo sono qui il lasciapassare per una memoria emotiva, che ora prende forma di suono in un disco registrato, ora si impadronisce dei corpi dei personaggi per narrare, sopra ogni altra cosa, le Storie. Quella montagna di scatoloni e casse che troneggia a centro palco è un vero e proprio archivio della memoria che i due guardiani della stazione compongono e in modo bislacco organizzano: Zi Tuccio ed Ettore imprigionano le voci dei viaggiatori in una sorta di bolla magica, simile alle boccette in cui il Grande Gigante Gentile di Roald Dahl custodiva i sogni; le voci sono il veicolo della memoria, la memoria il veicolo di un’identità fondamentale, quella portata dalle esperienze.

foto Illoco Teatro

Dentro dialoghi spezzati e avvolti in una studiata incoerenza, si aprono fessure di racconto privato, minuzioso, qua e là accordato ai toni della confessione. Lavorando, in un ottimo equilibrio, tra cura dei movimenti e variazione dei registri vocali, i tre attori riescono a disegnare un immaginario preciso e coerente, a sintonizzare il proprio ritmo e l’attenzione in sala grazie alla creazione di una misurata drammaturgia del testo e dell’immagine.

In questo spettacolo delicato c’è spazio per una scrittura (testuale e scenica) agile e ben cadenzata, che salta da una millimetrica partitura gestuale e mimica a momenti dilatati di pratica del racconto. Così il Sud non è più solo un’indicazione geografica, ma prende la forma di uno stato della coscienza, una casa da raggiungere in un dialogo tra rappresentazione, osservazione e ascolto.
In una dimensione onirica e posata, le storie vivono nella forma di un “cunto” epico, invitando lo spettatore ad attivare l’immaginazione: ciascuno, dunque, assegna alle voci un volto e ai corpi che narrano precise fattezze, pescate dal proprio repositorio della memoria. In questo modo, pur se confezionata dentro un’estetica precisa – che prova a rallentare ogni ritmo frenetico in funzione di una lenta e precisa pittura dei gesti e del parlato – la creazione è davvero condivisa e la sua messa in scena può scavalcare gli steccati del target di pubblico, abbracciando felicemente lo sguardo di diverse generazioni.

Sergio Lo Gatto

LE VOCI
scritto da
Annarita Colucci
con Roberto Andolfi, Dario Carbone, Annarita Colucci
scene Ambramà
luci Ilaria Ambrosino
regia Roberto Andolfi
social media partner Fatti di Teatro
ufficio stampa Benedetta Boggio
Progetto vincitore del Bando Giovani Direzioni 2016
realizzato con il contributo del Centro Teatrale Mamimò promosso dal Centro Mamimò di Reggio Emilia
ospite al 33°Festival Internazionale di Teatro di Almada come rappresentante del Novissimo teatro italiano

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, editor e traduttore. Ha studiato Teatro e Arti Performative alla Sapienza. Università di Roma, dove sta svolgendo un dottorato di ricerca in studi teatrali incentrato sulla critica delle arti performative, e si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Attualmente è impegnato nel progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, di prossima pubblicazione per Editoria&Spettacolo. Academia.edu: https://uniroma1.academia.edu/SergioLoGatto torna a Info Redazione