Il purgatorio dei viventi di Dorfman e Rifici

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Carmelo Rifici porta al Piccolo Eliseo di Roma il Purgatorio di Ariel Dorfman con Laura Marinoni e Danilo Nigrelli. Recensione

C’è un tempo, irregolare e feroce, in cui l’eternità della percezione di un legame ci è negata e spontaneità e bellezza si sostituiscono alla cura maniacale di un odio che è essa stessa immagine della forza con cui si è amato. Proprio allora, pare che persino il solo guardarsi sveli finalmente un’identità da disprezzare. Come se prima del risveglio della ragione, avessimo amato in sogno una nebulosa.
Carmelo Rifici inscena un testo, di Ariel Dorfman, pubblicato undici anni fa; un lasso breve, che non basta a una generazione per essere indagata da un’altra, in cui si intraprende l’impresa di parlare del presente mentre il presente è ancora formalmente in atto. E Rifici è catturato – molte delle sue scelte autorali seguono questa direttrice – dalla restituzione che si dà a teatro dei tre tempi della vita: come non tenere conto della dimensione attuale per riavere dal passato un’intuizione per il futuro? Proprio in un’estensione di presente, come se al tempo non fosse affidata alcuna consequenzialità e ne servisse quanto più possibile per esaurire il racconto, per lenire ogni psicosi, a turno due ex coniugi si trovano di fronte alla narrazione delle proprie sconfitte relazionali, dell’avversità che l’uno ha costituito per l’altro e nel confronto dei volti a ognuno si affida la redenzione del compagno. Così ragionando, il Purgatorio che imprigiona Laura Marinoni e Danilo Nigrelli, personaggi senza nome ma dall’identità inscritta in uno dei miti più celebri e controversi della tradizione, è un limbo in cui la verticalità del tempo dovrebbe favorire l’espiazione dalla più naturale delle vocazioni umane, il soggettivismo.

Quello di Dorfman – in una drammaturgia che riscopre in chiave contemporanea due umanissimi Medea e Giasone – è un quadro sul riscatto di sé, sull’affrancamento da una vita irreversibile, sul peccato d’essere stati preda delle passioni piuttosto che dell’intenzione, come si chiede, come si ordina, come dio comanda. Da parte sua, Rifici lo disegna nella gestualità degli attori, nella posa maniacale, orientata alla caricatura mai però dimentica di possedere un’anima incontrastabilmente terrena e autentica. Infatti, non c’è alcun segno divino regolatore previsto nei pensieri, nelle parole, nelle opere e nelle omissioni dei protagonisti, soltanto un destino che si rifà a loro stessi e alla volontà personale di redimersi accettando ognuno le proprie brutalità, disponendole secondo la propria particolare antologia di narrazione orientata al riconoscimento.

Sono costretti a rivolgersi lo sguardo, la parola ma soprattutto l’orrenda nudità del dramma di non essere stati capaci di amarsi più di quanto fossero riuscite due bestie in cattività pur avendo avuto piena libertà di scegliersi; e una così bieca confessione di animalità non può che compiersi in uno spazio angusto [le scene sono di Annelisa Zaccheria], bipartito e comunicante, mutuato dall’occhio eccentrico di una cinematografia d’autore, lirica e sgargiante che concentra il dramma delle anime entro e non oltre i corpi dei due, a tal punto da recidere persino i figli come due scomode appendici.
Il dramma è compiuto in questa scrittura del contemporaneo, a un dialogo perpetuo non si accompagna alcuna risoluzione di conflitto, l’uno resta custode e carnefice dell’altro, rimane la speranza immortale che, come tutte le immaginazioni, è dolce soltanto se appena vagheggiata.

Francesca Pierri

di Ariel Dorfman
traduzione di Alessandra Serra
con Laura Marinoni e Danilo Nigrelli
scene e costumi Annelisa Zaccheria
musiche Zeno Gabaglio
soprano Sandra Ranisavljevic
disegno luci Matteo Crespi
video Roberto Mucchiut
in video Edoardo Chiodi e Michelangelo Colella
regia Carmelo Rifici

Produzione LuganoInScena
in collaborazione con LAC Lugano Arte e Cultura e ERT- Emilia Romagna Teatro Fondazione

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