FIT Festival 2017. Squarci internazionali a Lugano

FIT Festival 2017 di Lugano conclude con due spettacoli internazionali: Prima della rivoluzione di Ahmed El Attar e Hamlet di Boris Nikitin. Recensione

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Foto Donata Etlin

Lugano è un lago. C’è una strana sensazione come se la città attorno, ai piedi di una montagna non alta ma non meno minacciosa, fosse in discesa, calasse priva di confine verso un limite che invece, in fondo, si tocca appena un passo prima dell’acqua. La vita, insomma gli incontri, la relazione di comunità, si fa tutta da quelle parti. Non sembra allora strano che proprio lì si trovi il Teatro Foce dal nome emblematico ed evocativo, poco lontano dalla sede del FIT Festival che, diretto ancora da Paola Tripoli e con la vicinanza artistica e organizzativa di Carmelo Rifici direttore di LuganoInScena, ha concluso la sua edizione numero ventisei.

Proprio nel teatro che suggella un margine tra la geometria spigolosa della città e l’ampiezza circolare dell’acqua si affaccia alle scene un regista egiziano, Ahmed El Attar di Temple Independent Theatre Company, che si concede di portare fuori dal proprio territorio un titolo determinante, proprio di quel territorio voce silente ma ferma: Prima della rivoluzione, dedicato alle sommosse che hanno accompagnato la storia recente, o meglio contemporanea, non conclusa, del paese sahariano.
Sono due gli attori, ma sembra siano in verità figure atte a interpretare la voce di un popolo intero; rivolti verso il pubblico stabiliscono un legame costituito di fatti e malumori malcelati, danno conto cioè di un clima civile che non ha nulla di paesaggistico ma rappresenta una sorta di innesco segreto per una imminente rivoluzione. La struttura spettacolare, che può forse apparire un po’ datata e che un po’ ricorda l’intenzione linguistica nei primi lavori di Babilonia Teatri, è piuttosto semplificata e costringe i due attori – Ramsi Lehner e Nanda Mohammad – all’immobilità frontale e a un tono sommesso e asciutto; ma se si volesse evitare un ragionamento meramente estetico si potrebbe cogliere con facilità il coraggio di porre attenzione su temi e prospettive inusuali per le condizioni politiche d’Egitto, dove pure lo spettacolo è stato ideato e allestito. La narrazione, dunque già estenuata da questa recitazione antinaturalistica e dalla dominante performativa, non procede in una modalità lineare ma a brevi frammenti di racconti quasi incoerenti, di barzellette, della vita dei quartieri, così da produrre un rintocco emotivo, come si volesse rintracciare quel preciso momento in cui tutto ha preso forma di ribellione.

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Foto Donata Etlin

È invece sul palco del Teatro LAC, più distante ma con una struttura di maggiore estensione, che prende forma un promettente Hamlet di Boris Nikitin / Julian Meding, riscrittura firmata rispettivamente dal regista elvetico e dal performer tedesco, quindi piuttosto incline a servirsi di una biografia indirizzata dal corpo verso il corpo, in questo caso quello androgino, queer e vagamente emaciato di Meding, performer e musicista in dialogo con un quartetto barocco che gli sia da contraltare identitario. E sul contrasto poggia questa ricerca sull’Amleto che non è Amleto, destabilizzato e incapace di vivere nel mondo prestabilito dell’opera: Amleto è altrove, nella sua follia, non lontano dalla vita dunque, ma precisamente all’interno di essa, inscindibile dal proprio disagio. In questo paesaggio di sentimenti desolati, di una disperazione intima che riverbera tra le pieghe di un’esistenza rinsecchita, devitalizzata, si esprime un nichilismo abbandonato, apparentemente privo di contatto e invece animato da un meccanismo ultimo di difesa dalle emozioni o, forse meglio, delle emozioni. Pur tuttavia la scelta di comporre un lavoro destrutturato, con una qualità verbosa e ossessiva del testo, non aiuta la compresenza del pubblico né il contatto sentimentale con il racconto di Meding, basculante tra verità e inganno, frammentato di rimandi biografici che non riescono a costruire un impianto drammaturgico unitario, utile per non apparire a tal punto casuale da far perdere attenzione e soprattutto tensione d’ascolto.

Simone Nebbia

Teatro Foce / Teatro LAC – FIT Festival Lugano – ottobre 2017

BEFORE THE REVOLUTION: an homage to Forced Entertainment
concetto e direzione Ahmed El Attar
con Nanda Mohammad, Ramsi Lehner
scene e costumi Hussein Baydoun
luci Charlie Alstrom

HAMLET
concetto e direzione Boris Nikitin
testo Boris Nikitin, Julian Meding
con Julian Meding e Der musikalische Garten: Annekatrin Beller (Violoncelle),
Karoline Echeverri Klemm (Violon), Daniela Niedhammer (Clavecin), Germá Echeverri Chamorro (Violon)
scenografia Nadia Fistarol
musiche Boris Nikitin, Uzrukki Schmidt, Der musikalische Garten
video Georg Lendorff, Elvira Isenring
drammaturgia e suono Matthias Meppelink
luci Benjamin Hauser
produzione Annett Hardegen
co-produzioni Théâtre de Vidy – Kaserne Basel – Gessnerallee, Zurich – Ringlokschuppen, Mülheim an der Ruhr – HAU-Hebbel am Ufer Berlin – Münchner Kammerspiele
con il sostegno di Pro Helvetia – Fondation suisse pour la culture – Fondation Ernst Göhner – Pour-cent culturel Migros – Kunststiftung NRW – Commission danse et théâtre de Bâle-Ville et Bâle-Campagne

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Critico teatrale, ha una formazione interamente letteraria. Animatore del quotidiano di informazione teatrale onlinewww.teatroecritica.net, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de I "Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa) e collaboratore della rivista "Orlando" (Giulio Perrone Editore) diretta da Paolo Di Paolo. Ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore.