Ritratto di Bel paese a metà

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Ritratto di una Nazione – L’Italia al lavoro è andato in scena al Teatro Argentina di Roma. Prima parte di un evento che proseguirà nel 2018. Recensione

Un’idea molto nobile, quella di fotografare l’Italia al lavoro, tanto che questo obiettivo finisce dritto nel titolo: Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro. Il progetto di Antonio Calbi è la prosecuzione ideale di Ritratto di una Capitale e una sorta di firma artistica direttamente visibile sulla stagione appena cominciata. Parliamo di un progetto gigantesco di cui è andata in scena, per ora, soltanto la prima metà. Quando il prossimo anno sarà completato, la composizione drammaturgica sarà di ben venti micro pièce, ognuna proveniente da una regione. Qualcosa di molto rilevante per durata e numero di attori, autori e tecnici scritturati; insomma la volontà è quella di creare un grande evento teatrale, fare dello spazio di Largo di Torre Argentina un luogo in cui la comunità rifletta sul reale e più precisamente sul lavoro. È lo stesso Calbi a spiegarlo nella piccola introduzione con cui saluta il pubblico e nella quale si complimenta con il cast e con il regista Fabrizio Arcuri, per essere riusciti a portare in scena questa prima parte di 5 ore con poche settimane di prove. Il mantra della spending review attraversa ormai anche i teatri pubblici e dunque un numero esiguo di prove per Calbi diventa un vanto; c’è però da dire che, come spesso accade, la buona volontà si è scontrata con la lentezza burocratica: la produzione era sostenuta dal Mibact come Progetto speciale, ma il finanziamento è arrivato in ritardo e il tutto sarebbe dovuto comunque vedere la luce entro novembre.

Gli otto testi andati in scena (più un prologo incredibilmente scialbo di Elfriede Jelinek) sono frutto di commissioni ad altrettanti autori. A raccordare i corti ci ha pensato Roberto Scarpetti, per il quale è stato ritagliato un ruolo da dramaturg attraverso il quale ha cercato di intervenire nella composizione generale e, laddove poteva, nelle singole sequenze. Sono due i poli attorno ai quali ruota gran parte del meccanismo ideato dalla regia di Fabrizio Arcuri: la musica dal vivo dei Mokadelik – un elettro rock sempre lanciato con la rincorsa verso la platea – e l’impianto scenografico; questi sono forse anche i due tratti che maggiormente rimangono nella mente dello spettatore a show terminato.

Arcuri, con le scene di Andrea Simonetti, ha pensato a una serie di moduli dinamici, composti da ponteggi e tubi innocenti, con cui disegnare lo spazio e accogliere il set virtuale di Luca Brinchi e Daniele Spanò. L’effetto “industrial” è coinvolgente e apprezzabile visivamente, ma non basta a far sì che il Ritratto, almeno in questa prima versione, restituisca una fotografia vivida del mondo lavorativo italiano. La prima questione che salta agli occhi è proprio la parzialità tematica: parlare di lavoro oggi in Italia dovrebbe voler dire guardare a un paese afflitto a macchia di leopardo da disoccupazione, bassi salari, situazioni contrattuali capestro, caporalato diffuso, iniquità tra settori e zone geografiche e più di una generazione impantanata nelle sabbie mobili di un mancato accesso al mercato lavorativo; soprattutto con lo spettro di possibilità che ha un dispositivo seriale e fuori formato come questo.

Molti degli scritti presentati, invece, si concentrano sulle problematiche legate all’industria o su un panorama lavorativo già scandagliato a sufficienza dai media generalisti. Così per quasi cinque ore gli spettatori dell’Argentina osservano, fin troppo tranquillamente, storie sull’Ilva e altre fabbriche inquinanti, racconti di storiche lotte sindacali tra i braccianti. Spiccano un omaggio a Don Camillo e Peppone nella godibile scrittura di Marco Martinelli, Saluti da Brescello. Festa nazionale di Michela Murgia – vicenda di una impiegata nelle pulizie in una base militare americana (ma qui Arcuri tiene la protagonista a spazzare il pavimento per tutto il tempo come in uno sketch da vecchio palinsesto catodico) – , il surreale corto dedicato da Renato Gabrielli al mondo della televisione, Redenzione, con un Michele di Mauro che aggiunge consistenza al personaggio di uno showman sul viale del tramonto. Insomma, manca l’Italia delle nuove partite iva, dei lavoretti creativi, dei giovani che per pagarsi master e accademie lavorano la sera nei ristoranti; viviamo nell’epoca segnata dall’involuzione dei diritti acquisiti, dalle lotte per i jobs act, siamo il Bel paese che guarda l’Europa, un continente dove anche la fabbrica acquisisce una dimensione liquida e si muove fiutando le rotte che portano a paradisi fiscali o in paesi poco sindacalizzati, ché spesso stessa moneta non vuol dire medesimo salario. Dunque, se si parla di lavoro oggi, ha senso focalizzare il problema solo sull’Italia senza connettere la questione con quella ben più ampia europea? Naturalmente dobbiamo attendere la seconda parte, che invece potrebbe stupire lavorando su quell’affresco mostruoso composto dagli impieghi del terziario, dai lavori culturali e paraculturali oppure entrare, sì, nelle questioni industriali, ma liberandosi dall’orizzonte già conosciuto per affondare la lama nelle relazioni di potere internazionali che sono a monte dei problemi.

Qualcuno ci ha provato a spostare lo sguardo anche in questa prima parte: va segnalato lo sforzo di Marta Cuscunà, in Etnorama 34 0 74, che tenta di disegnare una situazione grottesca nella quale una donna fermamente si oppone alla possibilità che un gruppo di giovani bengalesi giochi a cricket nel parco. Questo semplice plot fa da specchio a quello principale: piccola parabola nera segnata da una fabbrica mandata avanti da lavoratori immigrati e da una tigre che si aggira indisturbata. Interessante anche la drammaturgia di Meccanicosmo di Wu Ming 2 e Ivan Brentari, ben recitato da Lino Musella, Paolo Mazzarelli e Filippo Nigro; i lettori delle inchieste firmate dal collettivo riconosceranno la grana della scrittura, la postura storico-giornalistica: anche in questo caso si parla di una fabbrica, ma con l’obiettivo di costruire un ponte tra le lotte del passato e quelle del presente.

C’è anche un’altra questione che rende difficoltoso il lavoro di Scarpetti e Arcuri: molti dei brani hanno anche un linguaggio teatrale ben riconoscibile nel lavoro dell’autore-interprete. Emblematici sono i casi di Davide Enia – con il cunto siciliano racconta il lavoro di un sommozzatore che recupera i cadaveri dei migranti morti in mare, è un pezzo pronto per andare in scena autonomamente, è tutto nel corpo ritmico, danzante dell’attore – oppure di Ulderico Pesce, autore e interprete di una storia di quotidiana sofferenza (e amore) familiare, all’ombra di una ciminiera in Basilicata. Entrambi hanno una forza talmente peculiare da risultare piccoli inserti autonomi, quasi non abbiano bisogno della sovrastruttura del progetto. Alcuni dei testi si allontanano totalmente dal tema, guardano a micro epifanie quotidiane quasi eludendo la commissione, è il caso di Vitaliano Trevisan e dei suoi antieroi veneti protagonisti di frammenti resi vivi soprattutto grazie alle interpretazioni di Giuseppe Battiston e Roberto Citran.

Il problema insomma, come spesso capita, è la distanza tra le ambizioni e il risultato: è facile parlare di uno showcase, ben orchestrato, di corti teatrali sul tema del lavoro, ma usare la parola “ritratto” risulta per ora difficile a meno che non ci si accontenti di una foto falsata e fuori fuoco.

Andrea Pocosgnich

RITRATTO DI UNA NAZIONE – L’ITALIA AL LAVORO Venti quadri teatrali dalle regioni del Paese prima parte un progetto di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri regia Fabrizio Arcuri dramaturg Roberto Scarpetti colonna sonora composta ed eseguita dal vivo da Mokadelic set virtuale Luca Brinchi e Daniele Spanò scene Andrea Simonetti luci Giovanni Santolamazza foto di scena Futura Tittaferrante PROGETTO SPECIALE MIBACT Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
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