Iperscene 3. Esporre l’immanenza

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Quinta di copertina. È uscito, per Editoria & Spettacolo nella collana Spaesamenti, Iperscene 3, a cura di Matteo Antonaci e Sergio Lo Gatto.

Foto di Ilaria Rossini

«Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero». Così scriveva Jean Baudrillard, nel 1978, in apertura del suo saggio La Précession des simulacres, citando l’Ecclesiaste. La sua  teorizzazione dello sfaldamento del reale ad opera dell’apparato tecnologico che lo media, rimandando a dei codici invece che al reale stesso, suona ormai simile ad una profezia. L’evoluzione digitale segna ogni giorno le ulteriori dimensioni di questo processo senza arresto, che ci vede produttori di contenuti, impegnati in operazioni comunicative sempre più sofisticate, votate ad un racconto altamente performante dell’esperienza privata.

L’analisi delle modalità attraverso le quali questi meccanismi interagiscono con i linguaggi delle arti performative è l’oggetto di Iperscene 3, curato da Matteo Antonaci e Sergio Lo Gatto per Editoria & Spettacolo nella collana Spaesamenti a cura di Paolo Ruffini. Gli otto anni trascorsi dalla pubblicazione di Iperscene 2 (curato da Jacopo Lanteri nel 2009) sono gli stessi durante i quali l’habitat tecnologico si è trasformato radicalmente e con disorientante velocità.
I cinque protagonisti di questa operazione sono Anagoor, Codice Ivan, ColletivO CineticO, Opera e Alessandro Sciarroni.

La struttura delle sezioni (articolata in biografia, teatrografia, intervista e, in quarta posizione, una riflessione di taglio più saggistico) garantisce un ordine alla materia guizzante delle esperienze messe sotto la lente ma ne preserva – attraverso la scelta di somministrare agli artisti quesiti diversi e di affidare a varie voci critiche l’elaborazione dei ragionamenti (oltre ai due curatori, quelle di Andrea Nanni, Simone Nebbia e Renato Palazzi) – la qualità sensibile e corpuscolare, impossibile da uniformare in un discorso argomentativo. Se le esperienze trattate nei primi due volumi di Iperscene presentavano una traccia comune – che si può riassumere nella ricerca di un posizionamento alternativo a quello mediato dai tiranneggianti linguaggi televisivi – questo esito, dolente ma in qualche modo agevolato dalla precisa vocazione alla presa di distanza, è negato ai gruppi artistici dell’ultimo decennio che operano dentro le pervasive contraddizioni dell’ambiente digitale. I saggi esplorano – attraverso modalità ermeneutiche diverse perché generate dalla diretta osservazione dei cinque percorsi artistici – la relazione fibrillante tra ciascun gruppo e il contesto: per Anagoor si sceglie un approccio di analisi che restituisca nel dettaglio il ricco «montaggio di intonazioni» delle loro creazioni, al lavoro di Opera ci si avvicina orientando la riflessione lungo direttrici determinate dalla forza semantica di alcuni lemmi-chiave, a quello di Sciarroni elaborando un “racconto di viaggio” dalla prospettiva privilegiata di chi ha accompagnato il percorso di produzione di Aurora. Per quanto riguarda Codice Ivan e CollettivO CineticO, il ragionamento è costruito su di un materiale più direttamente dialogico.

L’indagine  dei cinque linguaggi – accomunati dalla presenza di un atto di esposizione, dalla ricerca di uno spazio, sulla scena, per le componenti intime e transitanti del processo creativo – apre a una riflessione sulle peculiarità della dimensione performativa teatrale, capace di instaurare un dialogo con l’immaginario, anche virtuale, del suo tempo. Si tratta, in qualche modo, di una manipolazione dei modelli comunicativi contemporanei, elaborata non sul rigetto o sulla presa di distanza ma sulla coscienza stessa di un’immanenza: l’atto scenico – a differenza di tutti i media trasparenti che blindano i nostri codici – ha, forse, il potere di aprire dei piccoli varchi estemporanei dentro le nebulose di una realtà costantemente performata e iper-mediata, la stessa che determina i presupposti dai quali esso muove.

L’allarmismo di Baudrillard cede a una nuova posizione, che non somiglia però a una resa. Si tratta della coscienza viva che l’atto di riformulazione creativa non potrà mai essere trascendente, nella sua elaborazione, ma che l’immanenza può essere germinativa. La trascendenza, invece, può darsi per istanti, con una casualità propria, generata incidentalmente dai processi messi in atto, non celebrata come un fine, non predisposta come una necessità, ma accolta come una scintilla.

Ilaria Rossini

IPERSCENE 3
a cura di Matteo Antonaci e Sergio Lo Gatto
contributi di Andrea Nanni, Simone Nebbia e Renato Palazzi
collana Spaesamenti, a cura di Paolo Ruffini
edizione Editoria & Spettacolo, 2017
ISBN 978-88-97276-87-6
prezzo € 16,00
pagine 209

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Ilaria Rossini ha studiato ‘Letteratura italiana e linguistica’ all’Università degli Studi di Perugia e conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo’ all’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi dedicata alla ricezione di Boccaccio nel Rinascimento francese. È giornalista pubblicista e scrive sulle pagine del Messaggero, occupandosi soprattutto di teatro e di musica classica. Lavora come ufficio stampa e nell’organizzazione di eventi culturali, cura una rubrica di recensioni letterarie sul magazine Umbria Noise e suoi testi sono apparsi in pubblicazioni scientifiche e non. Dal gennaio 2017 scrive sulle pagine di Teatro e Critica.