Anarchy. La trappola del teatro partecipativo

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A Short Theatre 12 è andato in scena Anarchy di Societat Doctor Alonso. 40 chitarre elettriche in platea e una performance solista sul palco, come un giocattolo che non funziona. Recensione.

foto di Claudia Pajewski

«Ridateci Goldoni!». È una provocazione quella che sento a fianco a me. Ironica. Beffarda, almeno quanto la performance che si sta consumando davanti ai nostri occhi e alle mani che cercano un senso tra le corde di una chitarra elettrica, una di quelle a basso costo, che tra la tastiera e le corde ci passa un dito. Siamo dentro lo Studio 2 de La Pelanda animata da Short Theatre 12, all’interno della performance Anarchy della compagnia catalana Societat Doctor Alonso. Su ogni poltrona della sala c’è un amplificatore e una sei corde a disposizione dello spettatore; la consegna è questa, “fa’ ciò che vuoi”, questa la frase con la quale la compagnia riassume le intenzioni possibili per i partecipanti alla performance.

foto di Carolina Farina

Nel frattempo, in scena una donna è ferma a terra in una scomoda posizione a gambe divaricate per circa dieci minuti. Poi si alza, rantola e salta, fa ballare il seno, il ventre, poi il tricipite in maniera compulsiva quasi cercasse in sé o nel pubblico un orgasmo che non arriva. Si cotona i capelli, grugnisce, ci guarda, mentre alle sue spalle dei sovratitoli tentano di raccontare qualcosa sull’anarchia, sulla guerra, sulla Spagna di Franco ribaltata da una sommossa popolare, sulle virtù di un atteggiamento dichiaratamente punk, incendiario, brutale, primordiale. E apertamente nemico del ragionamento. Non fosse che – se anche coperte dal rumore delle chitarre – le sue parole sono appunto scritte in doppia lingua sullo schermo. E allora un’esigenza di comunicare c’è, accanto a una libertà apparentemente totale, salvo poi voler dirigere questa sorta di orchestra di cacofonie e addirittura chiedere silenzio al suo “uditorio”; tanto che qualcuno, polemicamente, è lì che batte più forte sulle corde mandando il suono in overdrive, fino alla distorsione.

foto di Carolina Farina

È questo il teatro partecipativo portato all’estremo? Un esperimento interessante, un gioco tra libertà e confusione, penso; ma dopo i primi dieci minuti in cui lo tengo tra le mani, privo di qualsiasi istruzione, provo a montarlo prima, poi a smontarlo: niente, il giocattolo non funziona. Eppure, dicono, potrei farci qualsiasi cosa. Sì, ma che cosa? Dapprima accompagno incuriosito l’azione, poi tento il silenzio, poi di sovrastare la percezione; infine abbandono la chitarra e con essa lascio cadere quell’invito disatteso di connessione con un’arte che non si palesa. Mi ritrovo solo, annoiato dall’onnipotenza.
Potrebbe essere il tentativo di riprodurre un sistema anarchico; ma dov’è la grazia, dov’è la bellezza? È forse questa la deriva del teatro senza teatro? Della confusione che pervade il nostro modo di fruire oggi qualsiasi contenuto, che produciamo e fruiamo allo stesso tempo?

foto di Carolina Farina

Che lo spettatore possa scomparire nella propria accezione convenzionale, assumendo nuove forme e evoluzioni, è dimostrato; e alcuni spettacoli di Short Theatre 12 ne hanno offerto un possibile percorso (leggi la recensione di Trigger of Happiness). Ma se la performance rinuncia alla creazione o la confonde in indicazioni poco chiare o in un montaggio semplicemente poco interessante da seguire, assolvendosi da ogni ruolo generativo in nome di un’onnipotenza partecipativa, che cosa ci aspetta domani? Un i-Theatre del quale diventare creatori e consumatori? Che cosa sta pagando lo spettatore in quel biglietto, un ambiente virtuale nel quale perdersi? E, soprattutto, dove troveremo la grazia dell’incontro, la singolarità del teatro?
Viene da chiedersi soprattutto perché, in un momento storico in cui le poche risorse andrebbero forse investite in costruzione di senso, si consegni al pubblico romano Anarchy; nell’impotenza di una sala che davanti al “potere di poter fare ciò che vuole” rimane paralizzata, incapaci come siamo oggi di alzarci e chiederci, tra noi: “Ma che cosa stiamo guardando? Che cosa stiamo facendo?”. Riprendiamoci le urla, le mani per applaudire o per inveire contro ciò che è sgraziato. Torniamo, sì, a essere spettatori partecipanti, ma che la partecipazione non nasconda la trappola eterodiretta creatore-consumatore alla quale siamo assuefatti. Allora torneremo a essere pubblico e, soprattutto, artisti.

Liberi dallo stato, liberi dal potere, liberi dal governo…  Libero di alzarmi durante lo spettacolo, di uscire fuori, di dare un senso allo spazio che mi circonda, di incontrare un amico al bancone che mi invita a ballare un lento nella pista vuota; e sentirmi anarchico, libero, e per la prima volta nella serata, almeno, non chiamarla performance.

Luca Lotano

ANARCHY
regia Sofia Asencio
drammaturgia Tomàs Aragay
coreografia Sofia Asencio
creazione e interpretazione Semolina Tomic
luci e spazio scenico CUBE
tecnico del suono Marc Navarro
tecnica Alfonso Ferri
produzione  Imma Bové
comunicazione e distribuzione  Tomàs Aragay
coproduzione  TNT - Terrassa Noves Tendències festival
in collaborazione con Ajuntament de Bàscara e Antic Theatre
con il sostegno dell’Instituto Cervantes Roma

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Luca Lòtano è giornalista pubblicista e laureato in giurisprudenza con tesi sul giornalismo e sul diritto d’autore nel digitale. Si avvicina al teatro come attore e autore, concedendosi poi la costruzione di uno sguardo critico sulla scena contemporanea. Insegnante di italiano per stranieri (Università per Stranieri di Siena e di Perugia), lavora come docente di italiano L2 in centri di accoglienza per richiedenti asilo politico, all'interno dei quali sviluppa il progetto di sguardo critico e cittadinanza Spettatori Migranti/Attori Sociali; è impegnato in progetti di formazione e creazione scenica per migranti. Dal 2015 fa parte del progetto Radio Ghetto e sempre dal 2015 è redattore presso la testata online Teatro e Critica.