Drodesera / Supercontinent. Performance senza confini

Da Drodesera 37 / Supercontinent, qualche istantanea a proposito di performance, spettatorialità e identità apolidi. Reportage

Michikazu Matsune, “Dance, if you want to enter my country” – foto di Alessandro Sala

La 37esima edizione di Drodesera porta come titolo Supercontinent, stendardo che pare avere un doppio significato: da un lato l’ormai consueta Pangea di linguaggi; dall’altro un chiaro riferimento (fin dal visual, curato da Virginia Sommadossi) alla questione di migranti e rifugiati, più in generale di un provocante e divertito meticciato.
La sfida di quest’anno sembra essere stata mettere alla prova i limiti di una sorta di ecosistema immaginario, considerandone a fondo le biodiversità e gli equilibri con l’esigenza di comprenderli, di discuterli, di ridisegnarli. C’è innanzitutto un tracciato affettivo: ormai proverbiale è la totale famigliarità con cui artisti, operatori e pubblico locale si incontrano tra le braccia aperte della verde e silenziosa Centrale Fies presieduta da Dino Sommadossi, quel “castello che non è un castello” che non tira mai su il ponte levatoio; c’è poi una linea di ragionamento che si avvolge e a volte si impiglia attorno ai concetti di identità nazionale, di permeabilità delle geografie politiche, di accoglienza e di rifiuto, di memoria e di oblio.

foto di Alessandro Sala

Le arti, sembra dirci il programma diretto da Barbara Boninsegna con Filippo Andreatta come co-curatore, sono di per sé luogo di meticciato, uno stato di confine dove «prendere distanze dalla parzialità delle cose, dalla semplificazione, dal giudizio definitivo che non ammette cambi di prospettiva». E allora il pensiero attorno all’incontro/scontro tra latitudini e costumi appare da subito improntato al dialogo critico, alla necessità di porre in prima istanza l’atto di divisione delle coscienze. Risulta evidente in alcuni esperimenti in particolare, molto distanti per linguaggio ma accostabili non solo per il tema, ma ancor più per una comune domanda epistemologica nei confronti degli strumenti e dei documenti messi in campo, sottoposti a un continuo negoziato di partecipazione con lo spettatore.

Tania El Khoury, “Gardens Speak” – foto di Alessandro Sala

Allora le testimonianze raccolte da Tania El Khoury in Gardens Speak – che raccontano memorie di giovinezza degli attivisti della rivolta ora sepolti in centinaia di cimiteri siriani – si trovano sotto la terra umida dentro al capanno di legno delle Terme. Allo spettatore il compito di pescare una cartolina con l’epigrafe in arabo, ritrovarla riprodotta sulle lapidi di legno, scavare con le mani nude fino a sentire un audio che riproduce il sussurro di una voce che racconterà all’orecchio delle serene estati a Damasco o delle prime sparatorie. Allo spettatore, ancora, la responsabilità di ricoprire la buca, di piantare fiori, di lasciare una lettera che chissà mai se il prossimo troverà.

Rafaat Majzoub, “The Perfumed Garden: Hekmat” – foto di Alessandro Sala

Su un dialogo a perenne rischio di interruzione sembra vertere anche il complesso esperimento di Raafat Majzoub, The Perfumed Garden: Hekmat. Per due ore a partire dalla mezzanotte, lo spazio della Forgia è stato allestito come una sorta di camera ardente in cui sostare, spettatori di un rituale dell’assenza. Majzoub viaggia sul sottile confine tra trattamento in tempo reale del fatto, denuncia sociale e immaginario letterario, lasciando allo spettatore un compito non del tutto chiaro. Qui Hekmat è il protagonista del nuovo capitolo del romanzo seriale che dà il titolo alla performance, racconta di sé in un linguaggio poetico, scrive lettere agli sconosciuti in Palestina senza attendere una risposta, trasmette via radio il segnale acustico della propria scrittura. Nega, insomma, una reale forma di comunicazione, come a ricordare a chi assiste l’impossibilità di uno scambio di significati.

Rafaat Majzoub, “The Perfumed Garden: Hekmat” – foto di Alessandro Sala

Nell’efficace allestimento di Daniel Blanga Gubbay, uno scrittoio ospita una montagna di cartoline già compilate e affrancate che verrà spedita il giorno dopo, un mazzo di garofani morente, un microfono puntato su una cassa audio che manda il suono della penna sul foglio in diretta su una stazione radio, un laptop acceso su un documento Google Drive che si aggiorna in tempo reale con i nuovi capitoli del romanzo. A comandare il cursore è lo stesso Majzoub, il cui viaggio a Dro è stato interdetto; la sedia vuota davanti allo schermo disegna nella fantasia dei fruitori la presenza di un silenzioso fantasma.
Il passaggio degli spettatori è incerto e timido, ogni tentativo di interazione con gli elementi nello spazio appare negato, lasciando alla dimensione puramente spettatoriale il sapore di qualcosa di incompiuto, forse l’affastellarsi di troppi livelli di partecipazione, che finiscono per neutralizzarsi a vicenda.
Così, più che una durational performance, The Perfumed Garden somiglia a una insolita installazione dove il contributo dello spettatore è continuamente richiesto e respinto. In chi si conceda una reale cittadinanza in questa anticamera separata dal mondo, risuona quel sentimento di non appartenenza, un destino da apolide forzato da confini che non sono più quelli nazionali o etnici, ma puramente politici.

Numero23.Prod / Massimo Furlan & Cie LagunArte / Kristof Hiriart, “Hospitalités” – foto di Alessandro Sala

Una complementare forma di ambiguità, infine, si ritrova nell’Hospitalités di Numero23. Prod/Massimo Furlan (con Cie LagunArte / Kristof Hiriart), che porta in scena nove abitanti del paese La Bastide Clairence, avamposto basco in terra francese. Sullo schermo iniziale si narra del complesso procedimento che ha portato il borgo a ospitare una famiglia di profughi siriani. In un montaggio di monologhi, scarno e frontale nell’impostazione, memorie di campagna, di artigianato e caccia, di canzoni popolari e imponenti pranzi di famiglia raccontano la vita intima di questa piccola comunità, impegnata in un ragionamento su accoglienza e tolleranza, risultato di un più ampio e liberatorio sentimento di nomadismo culturale. Richiedendo allo spettatore grande attenzione e pazienza, Hospitalités riesce quasi sempre a non adagiarsi su quel pericoloso crinale di retorica che spesso avvolge queste operazioni partecipate e a creare un affascinante cortocircuito sulla natura e sulla potenza del mezzo performativo come esorcismo dall’individualismo effimero delle pratiche sociali.

Allora eccolo, il Supercontinent: i suoi confini, a volte problematici e frastagliati, in bilico su una posizione di auto-esilio, è come una massa di terra fatta di storie e visioni. Dove, si vuole immaginare, non esistono compaesani, né connazionali, non autoctoni né stranieri. Un continente, lo dice la parola, è qualcosa che contiene qualcos’altro; come se, in un contratto instabile tra osservatore e osservato, si perdesse la vettorialità definita di un messaggio e si arrivasse a un confronto orizzontale, che contiene tutto e tutti.

Sergio Lo Gatto

Drodesera / Supercontinent, Dro – Luglio 2017

GARDENS SPEAK
di Tania El Khoury
responsabile di produzione Jessica Harrington
assistente alla produzione Naya Salame
assistente alla ricerca e scrittore (arabo) Keenana Issa
calligrafia e design delle lapidi Dia Batal
scenografia Abir Saksouk
sound recording & editing Khairy Eibesh (Stronghold Sound)
co-commissionato da Fierce Festival, Next Wave Festival, and Live at LICA.
sviluppato tramite the Artsadmin Artists’ Bursary Scheme.
sostenuto da Arts Council of England and British Council
versione italiana
produzione Centrale Fies_art work space
voci  Nicola Morandi, Filippo Raschi, Riccardo Cargnel, Alessia Berti, Virginia Sommadossi, Stefano Ceci, Marco D’Agostin, Claudio Cirri, Filippo Andreatta, Andrea Miserocchi

THE PERFUMED GARDEN: HEKMAT
un progetto di Raafat Majzoub
prodotto da Centrale Fies
diffuso da Centrale Fies su 106fm
curato da Daniel Blanga Gubbay

HOSPITALITÉS
un progetto di Massimo Furlan
in collaborazione con Kristof Hiriart / Cie LagunArte and Centre Experimental du Spectacle of La Bastide-Clairence
direttore artistico Massimo Furlan
drammaturgia Claire de Ribaupierre
collaborazioni artistiche, voce e corpo Kristof Hiriart
direttore tecnico Antoine Friderici
suono Patrick Fischer
costume Severine Besson
tour e promozione Jérôme Pique
amministrazione Claudine Geneletti
amministrazione e produzione LagunArte Maite Garra, Christine Garay, Annick Irungaray
produzione Numero23.Prod
co-produzione Théâtre de Vidy, Compagnie LagunArte.
con il sostegno di Ville de Lausanne, Etat de Vaud, Pro Helvetia – Fondation Suisse pour la Culture. Loterie Romande, Fondation Ernst Goehner, Commune de La Bastide-Clairence, le Conseil Départemental des Pyrénées Atlantiques, le Conseil Régional Nouvelle-Aquitaine, la Direction Régionale des Affaires Culturelles
Nouvelle-Aquitaine et l’Office Artistique de la Région Nouvelle-Aquitaine