Teatrosofia #66. La virtù tetralogica di Ione di Chio

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Il numero 66 affronta il poeta e filosofo Ione di Chio, dimostrando come nella sua opera sia possibile trovare una sintesi tra gli aspetti poetico drammaturgici e quelli storico filosofici.

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – COLLABORATORE DI RICERCA POST DOC DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO CHE COLLEGA LA STORIA DEL PENSIERO AL TEATRO MODERNO E CONTEMPORANEO.

Buster Keaton, Battling butler [Io e la boxe], 1926

Come Senofane e Solone, anche Ione di Chio è un’altra figura complessa del pensiero greco arcaico, che riunisce, nella sua attività, discipline tra loro molto differenti. Egli fu scrittore di tragedie, commedie o più in generale di opere poetiche, ma anche autore di opere storiche e almeno di un trattato filosofico: i Triagmi, il cui incipit ci è trasmesso da Arpocrazione. Questa constatazione solleva il problema che segue. Le due forme di attività – cioè quella poetica/drammaturgica e quella storico/filosofica – potevano trovare una sintesi nella prassi di Ione?

Due interessanti testimonianze di Plutarco ci consentono di dare una risposta affermativa. La prima è nel trattato plutarcheo Sui progressi della virtù, che racconta un aneddoto su Eschilo e Ione. Questo costituisce a sua volta, forse, un estratto dalle Epidemie del secondo. Infatti, nel trattato in questione, Ione parlò dei viaggi di Eschilo, o più in generale dei suoi incontri diretti con lui e altri illustri contemporanei, traendone a volte qualche insegnamento morale. È il caso di un racconto su Sofocle riferitoci da Ateneo, attraverso cui è mostrato come il tragediografo sapesse scherzare nei simposi, ma non fosse altrettanto saggio ed esperto nelle attività politiche o diplomatiche. Ciò induce a supporre che anche l’aneddoto di Plutarco fosse un’auto-testimonianza di Ione sul suo incontro con Eschilo, a cui avrebbe fatto seguito una riflessione morale.

Ma addentriamoci nel testo. Esso riferisce che Eschilo e Ione andarono ad assistere a uno spettacolo di pugilato e videro che il pubblico urlò, quando uno dei due pugili fu colpito dall’avversario. Eschilo allora ne approfittò per far notare al suo amico una difformità tra il comportamento del lottatore e quella degli spettatori. Se questi fanno un gran chiasso, il pugile incassa il colpo in silenzio, in virtù del suo mestiere. Non è chiaro quale fosse lo scopo morale che Ione intendeva raggiungere con l’aneddoto. Può darsi che egli volesse banalmente lodare l’autocontrollo del pugile, che diversamente dal suo pubblico riesce a incassare il colpo senza andare in escandescenze. Un’ipotesi più sottile e compatibile con la conoscenza di Ione del teatro è, tuttavia, che lo scopo fosse quello di riflettere sul mestiere del performer. Il silenzio del pugile è segno del suo distacco emotivo. In una lotta vera, egli avrebbe senz’altro urlato dal dolore. Sul ring, invece, egli simula solo di lottare e, perciò, usa il suo mestiere per costruire uno spettacolo godibile. In quanto non-mestieranti, di contro, gli spettatori non sarebbero consci della finzione e attribuirebbero al pugile un dolore che non c’è. Se questa interpretazione è corretta, avremmo una prima conferma che la filosofia di Ione poteva amalgamarsi con l’attività drammaturgica. L’aneddoto su Eschilo consisterebbe, infatti, in una descrizione filosofica della finzione attuata nell’arte performativa.

Ben più profonda e interessante, ma ancora più complicata, risulta essere, invece, la testimonianza di Plutarco su Ione tratta dalla sua Vita di Pericle. Egli riporta qui una densa definizione della virtù, basata su una metafora tratta dall’ambito performativo. Ione paragona la virtù completa alla tetralogia dell’agone attico del V secolo a.C., ossia alla successione, durante un agone tragico, di tre tragedie e un dramma satiresco.

Plutarco riferisce una dottrina di carattere filosofico. Il concetto di “virtù” ricorre, infatti, nel già menzionato incipit dei Triagmi preservato da Arpocrazione. Ora, il fatto che essa fosse definita attraverso il lessico di tipo performativo può forse indicare come l’ambito drammaturgico/poetico e quello storico/filosofico potessero appunto convergere, invece di restare separati. Ione si giova del suo sapere “multidisciplinare” per spiegare in termini artistici una difficile nozione filosofica.

Detto ciò, bisogna ovviamente capire più nello specifico che cosa comporti il paragone con la tetralogia drammatica. Va notato, anzitutto, che Ione sottintende implicitamente una profonda asimmetria tra le componenti della virtù. Se una tetralogia è fatta di tre parti tragiche e di una parte satiresca, allora la componente seria è senz’altro preminente su quella giocosa. Ne segue che un individuo è virtuoso se manifesta in larghissima parte intelligenza e potenza nella sua condotta. Una simile asimmetria si ripresenta, del resto, nella divisione delle parti della virtù descritta nell’incipit Triagmi. Ione dice qui che virtuosa è la triade intelletto, forza e fortuna. I primi due elementi della virtù dipendono dalla volontà dell’agente, mentre il terzo indica la contingenza che sfugge persino al controllo della persona più sapiente e intraprendente, ma può aiutare a realizzare opere virtuose. Sempre Plutarco riferisce, infatti, che Ione considerava la sorte come la forza potenzialmente benigna che fa crescere in prosperità tanto le città, quanto gli individui. Ancora una volta, dunque, si nota una sovrabbondanza di alcune parti (quelle volontarie di “intelligenza” e “forza”) su una più piccola (quella involontaria rappresentata dalla “fortuna”). Ciò implica, forse, che per Ione è più virtuosa la persona intelligente e forte, ma che soccombe a una sorte sfavorevole, piuttosto che quella molto fortunata che, tuttavia, è in sé stupida e debole.

Un ulteriore aspetto da notare è, invece, che il riconoscimento che la virtù contempli una parte satiresca indica che essa deve essere anche giocosa. Una persona che manifestasse solo la serietà nella sua condotta morale non sarebbe del tutto virtuosa. Essa sarebbe “seriosa” più che “seria”, visto che non si rende conto che la serietà della virtù include il gioco. Virtuoso in senso pieno sarà, allora, colui che sa che giocare è una cosa serissima, o per meglio dire che tempera la sua vita moralmente coerente e integerrima con i divertimenti. La stessa forma mentis può essere applicata, di nuovo, anche alla riflessione morale dei Triagmi. Chi pensa che intelligenza e forza siano del tutto autosufficienti rispetto alla fortuna si sbaglia. Senza circostanze fortunate, nemmeno gli esseri umani più intelligenti e forti realizzano la loro eccellenza sul mondo in perenne divenire.

L’interpretazione che è stata proposta può trovare conferma, anzitutto, nel carattere e nella vita di Ione. Ateneo ci riferisce che questi era amante dei simposi e del sesso. Plutarco riporta, poi, che Ione invitava a dedicarsi a banchetti che «non infiammano», ossia che danno un piacere a cui non seguono dei disturbi, ma anzi producono ulteriori benefici, come il sonno leggero accompagnato da sogni. La sua definizione della virtù serviva probabilmente, allora, a tutelare le gioie del bere, dell’amore e del cibo da forme di moralità austera: dalle “morali” che condannano questi divertimenti e pretendono un ascetismo o rigorismo eccessivo.

Si può poi corroborare tale ipotesi sottolineando la preferenza di Ione verso Cimone. Questo politico era apprezzato, tra le varie cose, per la sua capacità di unire nella sua natura serietà e gioco. Egli non era inferiore a Milziade in forza, né a Temistocle per intelligenza. In altri termini, possedeva le prime due parti della virtù descritta nei Triagmi, mentre gli altri due politici ne possedevano una sola. Era poi di bello aspetto e superava Temistocle anche perché non sapeva solo giovare alle città, ma anche cantare e suonare la cetra. Cimone era insomma più virtuoso di altri, perché mostrava di essere al tempo stesso abile nei divertimenti e serio nella politica. In questo modo, egli risultava anche più eccellente sia di Pericle, che nelle relazioni interpersonali appariva rozzo e poco amabile, sia di Sofocle, a cui – come si è accennato – Ione riconosceva l’abilità nello scherzo, ma non la capacità politica.

Questa interpretazione dimostra quanto la conoscenza del teatro poteva essere applicata per spiegare una nozione filosofica. Con molta cautela, è anche possibile formulare l’ipotesi complementare e inversa, ossia che Ione si giovasse della sua filosofia per elaborare la sua costruzione drammaturgica. Egli fu autore di un dramma satiresco intitolato Onfale. Stando ai pochi frammenti che ci sono pervenuti, esso doveva rappresentare Eracle che festeggia per un anno presso la corte regina Onfale di Lidia, in compagnia di satiri, ancelle e citariste. Tenendo conto che tre tragedie di Ione (Alcmena, Argivi, Euritidi) erano dedicate al ciclo eracleo, non possiamo escludere che queste e il dramma satiresco Onfale potessero costituire una tetralogia drammatica da presentare sulla scena. In tal caso, è suggestivo pensare che Ione poteva dare qui un ritrattato composito di Eracle, che diventerà in seguito l’incarnazione simbolica della virtù (si pensi, ad esempio, al celebre racconto di Eracle al bivio di Prodico di Ceo in Senofonte), come un virtuoso che sa al tempo stesso compiere grandi imprese e abbandonarsi alle feste per un anno intero in Lidia. Il ciclo eracleo poteva illustrare, allora, la perfetta realizzazione della virtù umana, capace di unire in sé serietà e gioco, fatica e piacere.

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Ione di Chio. Fu autore di opere tragiche, liriche e di carattere filosofico. Era figlio di Ortomene, che era soprannominato Xouthos. Cominciò a mettere in scena le sue tragedie nella 82° Olimpiade: alcuni gli attribuiscono 12 opere teatrali, altri 30, altri ancora 40. Scrisse trattati sui fenomeni celesti e racconti di genere composito. Alludendo a lui scherzosamente il poeta comico Aristofane lo chiama «stella del mattino». Questi, dopo aver riportato una vittoria in un concorso tragico ad Atene, donò un’anfora di vino di Chio a ciascuno degli Ateniesi (Suda, Lessico, ι 487 = Ione di Chio, T4 Leurini; trad. Federico)

Isocrate, nel discorso Sulla permuta [IsocR. 15, 268]. L’oratore forse qui allude a Ione il tragediografo, . ch’era di Chio, figlio di Ortomene chiamato Xuto. Scrisse anche liriche e tragedie e un’opera filosofica, intitolata Trz’agmo, che Callimaco dice considerata spuria, come di Epigene 1. In alcuni il titolo è al plurale, Triagmi: cosi in Demetrio di Scepsi e in Apollonide di Nicea. Le attribuiscono queste parole: «Questo è il principio del mio discorso: tutto è tre, né più né meno di questo tre. Virtù d’ogni cosa è la triade: intelligenza e forza e fortuna» (Arpocrazione, Lessico, ι 27 = Ione di Chio, T9a e fr. 114 Leurini; trad. Maddalena)

Eschilo, mentre durante le Istmiche assisteva a un incontro di pugilato, quando il teatro elevò un grido perché uno dei due pugili era stato colpito, diede di gomito a Ione di Chio e disse: « Vedi cosa significa l’allenamento! Il pugile che viene colpito se ne sta in silenzio, mentre gli spettatori gridano» (Plutarco, Sui progressi della virtù 79E2-7 = fr. 108 Leurini; trad. Federico)

Ione nelle Epidemie dice che Eschilo era presente alla battaglia di Salamina (Scolio ai «Persiani» di Eschilo, v. 432 = fr. 101 Leurini; trad. Federico)

Ma per quanto riguarda la politica non era né abile né intraprendente, ma proprio come una delle persone perbene di Atene (Ateneo, I sofisti al banchetto, libro XIII, cap. 81 = fr. 104 Leurini; trad. Federico)

Il poeta Ione dice che il modo di Pericle di stare in compagnia era volgare e sconsiderato e che nelle sue millanterie erano frammisti molta superbia e disprezzo degli altri. Loda però l’eleganza, la raffinatezza e la fine cultura di Cimone nelle relazioni. Ma lasciamo perdere Ione, il quale ritiene giusto che la virtù nel suo complesso abbia anche una parte satiresca, come una tetralogia tragica (Plutarco, Vita di Pericle, cap. 5, § 3 = fr. 109 Leurini; trad. Federico)

Il poeta Ione in uno dei suoi scritti non in poesia ma in prosa dice che benché la fortuna sia un fattore del tutto differente dalla sapienza, tuttavia è artefice di risultati affatto simili: entrambe fanno crescere le città, rendono onorabili gli uomini, conducono alla fama, alla potenza, all’egemonia (Plutarco, Sulla fortuna dei Romani 316D3-8 = fr. 118a Leurini; trad. Leurini, modificata)

Batone di Sinope nell’opera Ione il poeta dice che egli era un bevitore e un forte amatore. Riferisce che proprio Ione, nelle Elegie, dichiarava di essere innamorato di Crisilla di Corinto, figlia di Teleo; di costei, dice Teleclide negli Esiodi, era innamorato anche Pericle, l’Olimpio (Ateneo, I sofisti al banchetto, libro X, cap. 48 = fr. 94 Leurini; trad. Leurini)

O Sossio Senecione, Platone, non appena ebbe recuperato Timoteo figlio di Conone dai pranzi sontuosi tipici degli strateghi, lo invitò a un banchetto nell’Accademia in uno stile raffinato e semplice, con tavole “che non infiammano”, come dice Ione, le quali sono seguite da un sonno puro e da brevi visioni di sogni, quando il corpo ha tranquillità e serenità (Plutarco, Questioni conviviali, libro VI, passo 686A1-B4 = fr. 126 Leurini)

Tutti gli altri aspetti del carattere di Cimone erano ammirevoli e nobili. Infatti, senza essere inferiore a Milziade in audacia né a Temistocle in intelligenza, si riconosce che fu più giusto di entrambi e, non essendo loro inferiore nemmeno un po’ nelle virtù militari, non si può dire quanto li abbia superati nelle virtù politiche, quando ancora era giovane e inesperto di guerra. (…) Era anche di aspetto non disprezzabile, come dice il poeta Ione, ma grande e copriva la testa con una chioma folta e abbondante (Plutarco, Vita di Cimone, cap. 5, §§ 1 e 3 = fr. 105 Leurini)

Ione, giunto ad Atene da Chio quando era oramai un giovane fatto, dice di aver partecipato insieme a Cimane a un banchetto in casa di Laomedonte. Compiute le libagioni, Cimane fu invitato a cantare e lo fece in maniera non spiacevole. I presenti allora lo lodavano sostenendo che fosse più abile di Temistocle: quello, infatti, dichiarava di non aver imparato né a cantare né a suonare la cetra, ma di aver saputo rendere la città grande e ricca (Plutarco, Vita di Cimone,  e cap. 9, § 1 = frr. 105-106 Leurini)

Ione dice che (Pericle), dopo aver debellato i Sami, si inorgogll straordinariamente, dichiarando di essere riuscito a sottomettere in nove mesi i primi e più potenti fra gli Ioni, mentre Agamennone aveva impiegato dieci anni per prendere una città di barbari (Plutarco, Vita di Pericle, cap. 28, § 7 = fr. 110 Leurini)

Ione dice dell’Eubea nel suo dramma satiresco Onfale: «la terra di Eubea pian piano l’onda d’Euripo / della regina di Beozia staccò, tagliando / verso lo stretto di Creta» (Strabone, Geografia, libro I, cap. 3, § 19 = fr. 23 Leurini; trad. Leurini, ampliata)

E Prodico [di Ceo], il saggio, nel suo libro su Eracle, che va leggendo a molti, si esprime nello stesso modo intorno alla virtù, dicendo, più o meno, così, se ben ricordo… (Senofonte, Memorabili, libro II, cap. 1, § 21; segue, nei §§ 22-34, il discorso su Eracle al bivio tra Vizio e Virtù, che qui non si riporta)

[La raccolta delle testimonianze e dei frammenti di/su Ione di Chio a cui faccio riferimento è quella di Luigi Leurini (ed.), Ionis Chii Testimonia et fragmenta, Amsterdam, Hakkert, 2000. Essa è la più ampia e completa tra quelle esistenti. Per le traduzioni, mi sono giovato, oltre che di quella Leurini, anche delle versioni di Antonio Maddalena in Gabriele Giannantoni (a cura di), I Presocratici: testimonianze e frammenti. Volume 1, Bari, Laterza, 1969, e di Edoardo Federico (a cura di), Ione di Chio. Testimonianze e frammenti, Roma, Tored, 2015. Il passo di Senofonte è invece tratto da Gabriele Giannantoni (a cura di), Socrate. Tutte le testimonianze: da Aristofane e Senofonte ai Padri della Chiesa, Bari, Laterza, 1971]

Enrico Piergiacomi

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