Teatrosofia #65. Recitare è una pericolosa menzogna?

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 65 torniamo sulle tracce di Solone. L’incontro con Tespi pone la recitazione come pericolosa menzogna, ma la storia è più intrecciata di così.

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – COLLABORATORE DI RICERCA POST DOC DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO CHE COLLEGA LA STORIA DEL PENSIERO AL TEATRO MODERNO E CONTEMPORANEO.

Leggi il primo approfondimento su Solone – Teatrosofia #3

Tim Roth – Lie to me

I §§ 29-30 della Vita di Solone di Plutarco riferiscono un incontro tra Solone, poeta-legislatore di Atene che fu anche annoverato tra i Sette Sapienti, e Tespi, leggendario fondatore della tragedia antica. Il primo volle vedere uno degli spettacoli dell’artista. Ma la performance non gli piacque affatto, tanto che, preso l’artista da parte, gli chiese di spiegargli se non si vergognava di dire menzogne sulla scena. Forse la sua allusione va tanto alle irrealistiche vicende che vengono rappresentate nelle tragedie, quanto alla condotta stessa degli attori, che “fingono” di essere addolorati senza esserlo per davvero. Dopo essersi sentito rispondere da Tespi che non c’era nulla di male a rappresentare queste menzogne per gioco, Solone batté forte la terra con un’asta e replicò indispettito che tale “gioco” avrebbe col tempo impedito agli uomini di stringere oneste transazioni legali tra di loro.

Un secondo aneddoto riferitoci da Plutarco è meno appariscente, ma è segno dell’identico atteggiamento anti-performativo. Esso racconta di come Solone abbia tentato senza successo di sventare un inganno perpetrato da Pisistrato per ottenere la tirannide su Atene. L’aspirante tiranno si ferì volutamente e accusò i propri avversari di aver tentato di ucciderlo, con il fine di farsi assegnare dal popolo (come poi effettivamente sarebbe avvenuto) una guardia armata e di usarla per raggiungere la desiderata supremazia. Moltissimi si lasciarono abbindolare dallo spettacolo, mentre Solone accusò l’uomo di aver recitato malamente la parte di parte di Ulisse, che stando all’Odissea si inferse una ferita per mascherarsi da mendicante bisognoso di soccorso, entrare indisturbato a Troia e uccidere molti dei Troiani (Libro IV, vv. 244-258). Pisistrato fu dunque un cattivo attore, perché si ferì per tramare contro i propri concittadini, laddove invece l’eroe omerico lo fece per complottare contro i nemici. L’aneddoto insomma sottolinea ancora una volta il sospetto di Solone verso l’arte della recitazione, che è potenzialmente veicolo di sovversione dell’ordine politico e morale della città.

Se il racconto dell’inganno di Pisistrato a danno degli Ateniesi non presenta grossi problemi di attendibilità storica, non si può purtroppo dire lo stesso per l’incontro con Tespi. L’idea che la tragedia sia una forma di menzogna dannosa sembra poi costituire una retrodatazione a Solone della critica della poesia delineata nella Repubblica di Platone, del quale Plutarco era seguace. È da notare, peraltro, che un’altra tradizione storiografica, a cui attinge il retore Imerio, vuole che Solone incontrò ad Atene non Tespi, bensì Eschilo, del quale apprezzò le composizioni tragiche. Anche questa fonte è sospetta, ma è un chiaro segno di come intorno al poeta-legislatore venissero ricamate delle leggende di un suo contatto con alcuni personaggi illustri della storia del teatro. Nondimeno, pur ammettendo che l’incontro tra Solone e Tespi sia stato inventato, credo si possa dire che esso sia compatibile (anzi, assai più compatibile rispetto alla tradizione storiografica rappresentata da Imerio) con il suo pensiero del carattere pericoloso e dannoso della menzogna, attestato da vari testi.

L’avversione per la menzogna è anzitutto dichiarata espressamente nei frammenti dell’opera poetica di Solone, che invita a tutelarsi dagli inganni altrui e denuncia la pratica degli aedi di dire molte menzogne. In secondo luogo, è provata dalla testimonianza di Apollodoro, che attesta come Solone invitasse i concittadini a non essere loro stessi artefici di menzogna e ad attendere solo alle cose nobili o serie, quindi eventualmente non al “gioco” della tragedia di Tespi. E infine, sono indicative dell’avversione all’inganno i frammenti della legislazione di Solone. Essi riportano chiaramente che una delle preoccupazioni principali del loro autore fosse quella di garantire che gli uomini chiamati a testimoniare o a rispondere ad altri processi giurassero di dire il vero di fronte agli dèi e alla città, pena una giusta persecuzione da parte dell’autorità.
Letta in controluce con questa cospicua documentazione testuale, il disaccordo che secondo Plutarco vi fu tra Solone e Tespi appare così possibile, perlomeno nei contenuti generali. Forse il legislatore non incontrò davvero il leggendario autore della tragedia, ma poté magari avere un conflitto analogo con un attore, un rapsodo o un artista oggi ignoto. Ci sono insomma tutte le premesse perché il sospetto di Solone verso l’arte della recitazione fosse un tratto caratteriale del personaggio, non una mera invenzione romanzesca e influenzata dalle vedute platoniche di Plutarco.

Questo resoconto ha tuttavia bisogno di due correttivi. Il primo è che sappiamo da varie altre fonti che Solone nutriva interesse verso la recitazione e la tragedia, o più in generale verso la poesia (che, peraltro, coltivò lui stesso, come si è visto). Sappiamo che egli chiese al figlio di insegnargli una poesia di Saffo, da lui recitata in un simposio, che spiegò come fossero recitati / andassero spiegati i canti di Omero, il quale consigliò di praticare le esercitazioni militari ascoltando musica. Il secondo correttivo proviene da un altro aneddoto della Vita di Solone di Plutarco. Si racconta che gli Ateniesi – stanchi della guerra con i Megaresi per la liberazione di Salamina, patria del poeta-legislatore (allora ancora non in carica al governo di Atene) – emanarono un decreto, che condannava a morte chi invitasse i cittadini a riprendere le armi. Interessato a vedere libera la città, Solone si finse pazzo e, potendo così contare sull’impunità dalla legge, recitò un’elegia con cui esortò a riprendere la lotta. In seguito Salamina venne riconquistata.

Ora, l’aneddoto non farebbe altro che mostrare che Solone non era intrinsecamente contrario all’inganno, perché vi poteva eccezionalmente fare ricorso, quando circostanze politiche superiori lo imponevano. Un’altra attestazione in tal senso si trova in un ulteriore episodio della guerra contro i Megaresi, sempre riferito nella Vita di Solone di Plutarco. Solone attraccò con la flotta ateniese a Capo Colia e, viste delle giovani fanciulle che danzavano in onore di Demetra, le fece allontanare e ordinò ad alcuni suoi soldati di travestirsi di abiti femminili. Quando i Megaresi attraccarono a loro volta, pensarono che l’isola fosse priva di difese e, pensando di approfittare di poche deboli ragazze, vennero trucidati senza riuscire a difendersi.

Possiamo così concludere che la condanna della menzogna era limitata a due specie molto definite. Da un lato, Solone fu avverso all’«inganno dannoso», che delibera volontariamente di ricercare un profitto a insaputa altrui, che fu attuato da Pisistrato durante la cerca della tirannide. Dall’altro, egli non ammise l’«inganno estetico», che è quello attuato dal gioco della tragedia di Tespi e in sé non ambisce né ad aiutare, né a danneggiare gli altri, seppure sia potenzialmente origine di disordini politici e sociali. Chi infatti si abitua a vedere la menzogna rappresentata sulla scena, potrebbe sentirsi legittimato a farne uso, notando che lo Stato non ne impedisce l’esecuzione sul palco. Tuttavia, Solone poteva con ciò ammettere, al tempo stesso, un «nobile inganno»: un inganno che deve essere attuato solo da individui integerrimi, che hanno appreso a odiare la menzogna e vi fanno ricorso solo in casi davvero estremi. Attraverso questa ricostruzione, si tengono insieme le varie fonti in un tutto coerente e si mostra, inoltre, come nel poeta legislatore convisse un atteggiamento performativo e uno anti-performativo.

Ammesso che quanto è stato detto finora sia vero, si può desumere che Solone fu un legislatore insolitamente illuminato, che riconosceva all’arte dell’attore l’uso positivo che se ne può fare in politica e a cui, tuttavia, sfuggiva quello che ogni artista sa essere essenziale al teatro: la dimensione ludica, che Tespi aveva ragione a ritenere innocua per la stabilità di una città. Il “gioco”, che la tragedia invoca come un diritto, non ha dopo tutto alcuna intenzione di sottrarre la libertà degli spettatori, al contrario dello spettacolo rappresentato da Pisistrato. Se Solone fu incapace di avvertire ciò, nonostante la sua sensibilità e intelligenza, era perché le sue preoccupazioni politico-morali furono tante e tali da erigere uno schermo, che lo manteneva sempre sulla superficie e gli impediva una serena esperienza della tragedia. Da ciò segue anche la massima che, forse, quanto più un uomo è intellettualmente e moralmente vergine, ossia senza pregiudizi e attese di utilità pratica, tanto più risulta essere capace di essere attraversato dalle misteriose forze che il teatro riesce a evocare.

Enrico Piergiacomi

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Cominciava già Tespi a dar vita alla tragedia e questo fatto per la sua novità attirava la moltitudine, ma non ancora spingeva a gare e competizioni. Solone, che era per natura amante di udire e di apprendere, dandosi ancor più in vecchiaia al passatempo e al divertimento, nonché per Zeus, ai simposi e alle manifestazioni artistiche, andò a vedere Tespi che recitava un suo dramma, come era costume degli antichi. Dopo lo spettacolo si avvicinò a lui e gli domandò se non si vergognava di dire tali menzogne al cospetto di tanti spettatori. Tespi rispose che non v’era nulla di grave nel dire e nel fare per gioco tali cose. Allora Solone, battendo con forza la terra col bastone: – Lodando – disse – e onorando in tal modo questo gioco, presto lo troveremo attuato nei contratti d’affari. Dopo che, feritosi da se stesso, Pisistrato giunse nell’agorà ponato su di un carro, ed ebbe incitato il popolo dandogli a credere che gli era stata ordita un’insidia dai suoi nemici a causa delle sue idee politiche, e molti aveva che gridavano insieme per lo sdegno, Solone gli si avvicinò e standogli accanto: -Non reciti bene, o figlio di Ippocrate -disse -la pane dell’Odissea di Omero; tu inganni i tuoi concittadini adoprando gli stessi mezzi con cui quello ingannò i nemici ferendosi da sé (Plutarco, Vita di Solone, capp. 29-30; trad. Traglia)

Dicono che Solone – che fu filosofo – viaggiò per il mondo intero, sempre alla caccia di un po’ più di sapienza. Giunse in Lidia, fu visto dagli Ionici dopo essere stato tra i Lidi, quindi si recò nella terra degli Egiziani. E quale sapere non apprese stando a contatto con loro, quale conoscenza eccellente non portò tra i Greci da lì? Quando torno in Grecia, scoprì Eschilo. Questi era ancora giovane e, succeduto a Tespi e ai tragediografi prima di Tespi, era sul punto di sollevare la poesia sopra la terra, cosicché egli sarebbe stato capace di rivolgersi agli spettatori dall’alto. Solone si meravigliò della tragedia e andò spesso a vedere le tragedie di Eschilo, insieme a suo figlio. Genitore e figlio potrebbero aver appreso, pertanto, i miti tragici da queste composizioni (Imerio, Orazione n. 34, § 22 = T713 Martina; trad. mia)

Se avete subito miserie per la vostra dappocaggine, / non attribuite agli dèi la causa di esse: / siete stati voi a innalzare costoro, fornendo a essi gli appoggi, / e perciò vi siete presi la malvagia schiavitù. / Ognuno di voi singolarmente va sulle orme della volpe, / ma nel vostro insieme avete il cervello vuoto: / state a guardare alla lingua e alla parola cangiante di un uomo, / mentre ciò che si compie non lo vedete per niente (Solone, Poesie, fr. 15; trad. Fantuzzi)

Delle canzoni che erano cantate nei conviti, questa è sua: «Guarda al fondo di ogni uomo, / bada a che non ti si rivolga con ilare volto / con odio nascosto nel cuore, / e la sua lingua duplice / risuoni dall’animo nero (Solone [?], Canto simposiale, in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro I, § 61; il componimento è forse una tarda falsificazione; trad. Gigante)

Agli uomini – come riferisce Apollodoro nel libro Delle scuole filosofiche – [Solone] diede questi consigli: «Ritieni l’onestà e la probità del carattere più fedeli del giuramento. Non mentire. Attendi alle cose nobili e serie» (Vite dei filosofi, libro I, § 60; trad. Gigante)

Solone di Atene, figlio di Essecestide, restò deliziato da un carme di Saffo che suo nipote cantò durante un simposio, e invitò il giovane a insegnarglielo. Poiché un tale gli chiese per quale motivo ci tenesse tanto, egli rispose: “Perché io possa morire conoscendolo” (Claudio Eliano, Storia varia, fr. 187, in Stobeo, Florilegio, libro III, cap. 29, § 58 = T176 Martina; trad. Benvegni)

E quelli che seguivano le esortazioni di Solone si schieravano a suon di flauto e di lira ed eseguivano ritmicamente i movimenti con l’armatura pesante addosso (Sesto Empirico, Contro i matematici, libro VI, § 9 = T710 Martina; trad. Russo)

Poiché gli Ateniesi erano stanchi di combattere contro i Megaresi una lunga e difficile guerra per il possesso di Salamina, avevano promulgato una legge che proibiva a chiunque, pena la morte, di scrivere o di dire che era necessario per la città riprendere le armi per Salamina. Solone, mal sopportando il disonore di questo fatto e vedendo che c’erano molti giovani bisognosi di un capo per proseguire la guerra e che essi non avevano il coraggio di prendere l’iniziativa a causa di quella legge, finse di essere uscito di mente e dai suoi familiari fece diffondere la voce che era in uno stato di alienazione mentale. Ma intanto di nascosto componeva versi elegiaci e, dopo essersi esercitato a mandarli a mente solo da poterli esercitare a memoria, con una berretta in testa improvvisamente si precipitò di corsa nell’agorà. Radunatasi molta folla, salì sulla pietra del banditore 18 e declamò l’elegia che comincia così: «Araldo io venni dalla bella Salamina con un canto composto da una serie di versi invece che con un’arringa». Questa poesia è intitolata Salamina, è di 100 versi ed è composta con molta leggiadria. Allora, quando Solone ebbe finito di cantare, i suoi amici cominciarono a lodarlo e soprattutto Pisistrato esortava e incitava i cittadini a obbedire alle sue parole. Abrogata la legge, di nuovo riaccesero la guerra ponendo Solone al comando di essa. I particolari della tradizione popolare sono questi: avendo salpato alla volta del Capo Coliade insieme con Pisistrato e avendo ivi trovato tutte le donne della città che partecipavano al tradizionale sacrificio in onore di Demetra, Solone mandò un uomo di fiducia a Salamina il quale doveva fingere di essere un disertore, a invitare i Megaresi a mettersi subito in mare con lui alla volta del Capo Coliade, se avessero voluto rapire le più ragguardevoli donne ateniesi. I Megaresi, lasciatisi persuadere da lui, mandarono alcuni uomini su di una nave. Appena Solone la vide distaccarsi dall’isola, fece togliere di mezzo e allontanare le donne, mentre ordinò a giovani ancora imberbi di mettersi i loro vestiti, le loro mitre e i loro calzari e, presi di nascosto i pugnali, di giocare e danzare vicino alla riva finché i nemici fossero sbarcati e il vascello fosse caduto nelle loro mani. Così fecero e i Megaresi, attirati da quella vista, si accostarono e balzarono su quelli che credevano donne, ingaggiando una mischia tale che nessuno di loro poté sfuggire, ma perirono tutti, mentre gli Ateniesi subito salparono alla volta dell’isola e se ne impadronirono (Plutarco, Vita di Solone, cap. 8; trad. Traglia).

[Queste sono le traduzioni usate:
(1) Antonio Traglia (a cura di), Plutarco: Vite parallele. Volume primo, Torino, UTET, 1996;
(2) Marco Fantuzzi (a cura di), Solone: Frammenti dell’opera poetica, Milano, Rizzoli, 2001;
(3) Marcello Gigante (a cura di), Diogene Laerzio. Vite dei filosofi. Volume 1, Roma-Bari, Laterza, 1998;
(4) Claudio Benvegni (a cura di), Eliano: Storie varie, Milano, Adelphi, 1996.
Le testimonianze di Solone sono raccolte da Antonio Martina (a cura di), Solon: Testimonia veterum, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1968. Per i frammenti delle leggi di Solone che prescrivono l’impegno di giurare, rimando ai i frr. 23c, 42, 44a-b, 97a-d, 98a, 107-108 raccolti da Leão Delfim Ferreira, Peter John Rhodes (eds.), The Laws of Solon, London et alii, Tauris, 2015]

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