Teatrosofia #64. Il politico deve mettersi a nudo, come l’attore

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 64 si va alla ricerca delle origini del mecenatismo. Per Mecenate il teatro era anche una grande metafora delle politica.

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – COLLABORATORE DI RICERCA POST DOC DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO CHE COLLEGA LA STORIA DEL PENSIERO AL TEATRO MODERNO E CONTEMPORANEO.

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La parola “mecenate” è entrata nella lingua d’uso per indicare il filantropo che, con le sue risorse economiche e non, sostiene alcune attività culturali o scientifiche, spesso senza pretendere in cambio dei profitti dalla sua elargizione. È noto che essa derivi storicamente dal nome di Gaio Clinio Mecenate, fiduciario dell’imperatore Augusto e munifico protettore di alcuni tra i più importanti poeti latini di età augustea, quali Virgilio e Orazio. Ma il “Mecenatismo” del personaggio ebbe modo di estendersi anche al teatro. L’anonimo autore della Lode di Pisone ci fa sapere, infatti, che tra i poeti da lui sostenuti vi era anche il drammaturgo epicureo Lucio Vario Rufo, che fu particolarmente apprezzato nell’antichità per la tragedia Tieste.
Meno risaputo è che Mecenate fu a sua volta poeta drammatico – le fonti ci riferiscono, ad esempio, la stesura di alcuni dialoghi come il Simposio – e in più una personalità politica d’eccezione. Lo storico greco Dione Cassio ci riporta, nel libro 52 delle sue Storie romane, un lungo discorso con cui il personaggio avrebbe persuaso Augusto ad imporre il suo impero su Roma. Tra le varie argomentazioni usate, alcune richiamano esplicitamente il teatro e l’arte dell’attore.
Va tuttavia precisato in partenza che l’affidabilità storica di Dione è resa dubbia da diversi fattori. I più importanti sono alcuni oggettivi anacronismi presenti nel discorso, come il trasferimento del giudizio delle cause capitali all’ufficio del prefetto, che è un mutamento costituzionale che non avverrà se non molto più tardi di Mecenate (= II secolo d.C.). Il ritratto “energico” del personaggio che emerge in Dione cozza non poco, inoltre, con il contenuto di altre fonti, che lo presentano come un effeminato e un lascivo. Su tutte spicca, da un lato, la testimonianza di Seneca, che dimostra la mollezza del personaggio citando un suo frammento poetico, in cui implora di restare in vita anche a costo di subire gravi mutilazioni. Dall’altro, emerge la fonte di Tacito, che entra in chiara opposi-zione con il discorso preservato in Dione. Secondo quest’ultimo, Mecenate avrebbe consigliato Au-gusto di limitare il numero e i finanziamenti degli spettacoli da tenere a Roma. Lo scopo era indurre i popoli sottomessi alla moderazione nel divertimento. Tacito riferisce, di contro, che Mecenate indusse Augusto ad intensificare gli spettacoli teatrali, per favorire indirettamente il suo amato Batillo (non è dato sapere di che tipo di favore si trattasse).
Tali difficoltà non sono però insormontabili. Il problema dell’anacronismo viene meno supponendo che Dione riferisca le genuine idee politiche di Mecenate entro una finzione letteraria. Solo i dettagli del discorso – e non il discorso nella sua interezza – andrebbero allora respinti come infedeli. La difficoltà del contrasto tra il ritratto di Dione e quelli di Seneca/Tacito si supera, invece, argomentando che il conflitto tra le fonti sia semplicemente apparente. Mecenate poteva aver mostrato particolare energia in quell’eccezionale discorso a favore del principato di Augusto, mentre nella sua vita privata avrebbe condotto una vita sregolata. Quanto alla dissonanza tra Dione e Tacito sul trattamento degli spettacoli, si può notare che le due fonti si integrano in realtà a vicenda. La testimonianza dionea riferisce che a essere limitati nel numero e nel finanziamento furono i giochi gladiatori e circensi. Tacito scrive, invece, che a essere intensificati furono i Ludi Saeculares. Dato che questi giochi ripresero quando ormai Augusto era ormai imperatore, si inferisce che Mecenate consigliò il loro allestimento all’imperatore solo successivamente, forse anche per esercitare un potere politico sui sudditi. La conferma di quest’ultimo punto è in Dione Cassio stesso. Sempre nelle sue Storie romane (libro 54), lo storico riferisce che uno dei motivi per cui Augusto istituì quei giochi consisteva nel far pesare meno ai sudditi l’introduzione di alcune nuove e rigide misure legislative.
Torniamo, dunque, al discorso di Mecenate in Dione. Il punto che ci interessa è quello in cui Mecenate consiglia ad Augusto il modo in cui gestire lo Stato, con una metafora tratta dalla recitazione. Il futuro imperatore deve immaginare di trovarsi in un immenso teatro, in cui i sudditi/spettatori osservano costantemente quello che l’attore/imperatore fa e dice, attenti al primo cenno di errore o in-coerenza. Il concetto chiave è, dunque, quello della trasparenza. Come gli attori si mettono, per così dire, “a nudo” e tentano di recitare al meglio la loro parte, onde evitare di subire biasimo dagli spettatori, così l’imperatore non deve nascondere il suo operato politico e realizzarlo al meglio, altrimenti si renderà ostili i suoi sudditi. La ricompensa consisterà, a teatro, nell’applauso di chi guarda / ascolta. Nella compagine dello Stato, invece, essa sarà la disponibilità dei Romani a lasciarsi governare, vedendo nel loro imperatore le doti dell’integrità e dell’interesse pubblico. E poiché Mecenate accenna, poco dopo la metafora dell’attore, che la virtù del bravo imperatore assimila agli dèi, si deduce che la recita politica garantisce una sorta di immortalità ad Augusto e un carattere sacro all’impero. Accadrà addirittura, nel governo augusto, che le città si trasformino in templi e che i cittadini divengano statue di divinità immortali.
Il discorso di Mecenate ebbe enorme successo. Non solo Augusto introdusse le innovazioni allo “spettacolo dal vivo” che gli erano state suggerite. Egli prese seriamente la metafora tratta dal teatro, dato che – come riferiscono sia Svetonio, sia (di nuovo) Dione Cassio – immaginò il suo governo come una recita, a conclusione della quale si chiede un generoso applauso dal pubblico.
Il “Mecenatismo” di Mecenate è dunque ben diverso da quello che esercitano i mecenati nostri contemporanei. La sua azione non si limitò alla sfera privata delle lettere, ma si estese fino alla vita politica della città. Fu uno di forse pochi esempi di Mecenatismo che passano con continuità dall’arte alla politica.

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Egli [Mecenate] tuttavia non aprì le porte a un solo poeta e non mostrò la sua disponibilità solo a Virgilio: Mecenate innalzò [Lucio] Vario [Rufo] che scuoteva i teatri con le movenze tragiche, Me-cenate innalzò alla gloria poeti altitonanti e mostrò i loro nomi ai popoli greci, mostrò che anche sulle lire romane risuonavano poesie e fece conoscere la cetra italica del sobrio Orazio (Anonimo, Lode di Pisone, vv. 236-242)

«Volge ovunque gli occhi mobili [faciles]»: i medici dicono che gli occhi diventano più mobili per il vino. Plauto usa occhi faciles ossia mobili per il vino. Così anche Mecenate nel Simposio, dove intervennero anche Virgilio e Orazio, quando per bocca di Messalla egli parla della potenza del vino, in questo modo: «Questo stesso liquido fa diventare gli occhi mobili [faciles], rende tutte le cose più belle e restituisce i beni della dolce giovinezza» (Servio, Commentario all’«Eneide» di Virgilio, comm. al libro I, v. 310 = Mecenate, fr. 12 Lunderstedt)

Da qui quella vergognosissima preghiera di Mecenate con la quale non rifiuta debolezza e bruttezza e alla fine il palo acuto purché la vita sia prolungata tra queste disgrazie: «Rendimi infermo nella mano, infermo nel piede zoppo, fammi crescere una protuberanza gibbosa, fammi cadere i denti va-cillanti: finché resta la vita, va bene; mantienimi questa, anche se siedo su un palo appuntito» (Se-neca, Epistole a Lucilio, lettera 101, §§ 10-11 = Mecenate, fr. 1 Lunderstedt)

In secondo luogo, queste città non edifichino delle costruzioni che siano troppo numerose o ecces-sivamente grandi né sperperino somme eccessive per un gran numero e una gran varietà di giochi, per evitare di sciupare energie in sforzi inutili e di scontrarsi tra di loro a causa di rivalità insensate. Prevedano comunque feste e spettacoli (che siano però diversi dalle corse dei cavalli che si tengono qui a Roma), ma di dimensioni tali da non compromettere il denaro pubblico o i patrimoni elargiti dai privati cittadini e da non costringere degli stranieri a finanziarli e a garantire indistintamente un vitalizio a tutti coloro che hanno riportato delle vittorie agonistiche. Non ha senso, infatti, che i maggiorenti finanzino delle spese all’estero, ed inoltre a coloro che gareggiano nelle competizioni siano sufficienti i premi che vincono nelle singole gare, tranne nel caso in cui uno di loro riporti una vittoria nei giochi di Olimpia o in quelli della Pizia o, ancora, in qualche altra manifestazione qui a Roma: solo questi, appunto, devono ricevere sostentamento, in modo tale che le città non vengano inutilmente gravate e affinché venga escluso dalla preparazione atletica chi, al di fuori degli atleti in grado di competere, può impegnarsi in un’attività più utile per sé e per la comunità. Questa è la mia opinione su questi problemi; per quanto riguarda invece le gare esclusivamente ippiche organizzate separatamente dai concorsi atletici, ritengo che debbano essere concesse solo alla città di Roma, allo scopo di non sperperare sconsideratamente vaste somme di denaro e per evitare episodi di fanatismo tra la popolazione ed inoltre – e questa è la motivazione più importante – affinché coloro che pre-stano servizi nei ranghi dell’esercito possano disporre abbondantemente dei cavalli migliori. Questa è dunque la ragione per cui, da un lato, sconsiglio assolutamente che vengano organizzate queste gare in altri luoghi che non siano qui a Roma, e per cui, dall’altro, ho cercato di porre un limite agli altri giochi, in modo tale che i vari popoli, trovando delle soluzioni poco dispendiose per gli spettacoli che stimolano sia la vista che l’udito, vivano con grande moderazione senza [provocare] la minima turbolenza (Dione Cassio, Storia romana, libro LII, cap. 30, §§ 3-8)

Un contrasto nato da una gara di recitazione disturbò i ludi augustei cominciati allora per la prima volta. Augusto aveva incentivato quegli spettacoli pur di assecondare Mecenate che era preso dall’amore per Batillo; e neppure egli stesso era contrario a occupazioni di questo genere e riteneva politicamente utile condividere i piaceri del popolino (Tacito, Annali, libro I, § 54)

Proprio in virtù di queste elargizioni egli consentì ai pretori che lo desideravano di spendere per le feste una cifra tre volte superiore rispetto a quella prevista dal tesoro. Ecco perché, se anche ci furo-no alcuni che non videro di buon occhio la rigidità di alcune sue disposizioni legislative, proprio per via di questa iniziativa, oltre al fatto di aver concesso il rientro in patria ad un certo Pilade – un pan-tomimo che era stato esiliato per attività sediziosa –, ben presto si dimenticarono di quelle misure [impopolari]. Si dice che, in seguito a ciò, Pilade avesse ribattuto con molta sagacia al rimprovero del principe per aver avuto degli screzi con Batillo, suo collega e protetto di Mecenate, dicendo: «È a tuo vantaggio, Cesare, che il popolo spenda il suo tempo libero dedicandolo a noi» (Dione Cassio, Storia romana, libro LIV, cap. 17, §§ 4-5)

Anche tu, dunque, sii scrupoloso in tutto quello che fai, mostrandoti intransigente innanzitutto con te stesso, nella consapevolezza che tutti impareranno istantaneamente tutto quello che dici e tutto quello che fai. Così vivrai come in una sorta di teatro in cui gli spettatori sono l’intera ecumene e non ti sarà possibile nascondere neppure il più piccolo errore (Dione Cassio, Storia romana, libro LII, cap. 34, § 2)

È la virtù, se mai, che rende molti uomini simili agli dèi, mentre nessun uomo è mai diventato un dio per voto popolare. Così, se sei un uomo di alta levatura morale e se sei un buon amministratore del potere, tutta la terra sarà il tuo recinto sacro, tutte le città saranno i tuoi templi, tutti gli uomini le tue statue (nella loro opinione, infatti, sarai sempre considerato con una buona reputazione); mentre per coloro che esercitano l’autorità del potere in un altro modo, non solo tali monumenti non confe-riscono loro alcun prestigio, neppure se in loro onore vengono eretti dei templi votivi in tutte le città, ma, anzi, li rendono odiosi e si trasformano in trofei della loro malvagità e in ricordo della loro iniquità: infatti, quanto più resisteranno al tempo, tanto più perdurerà anche la loro cattiva fama (Dione Cassio, Storia romana, libro LII, cap. 35, §§ 5-6)

[Augusto, allora,] abolì completamente una parte dei banchetti pubblici, mentre ne mantenne altri cercando di limitarne gli eccessi. Affidò la sovrintendenza di tutte le feste cittadine ai pretori e sta-bilì per loro un finanziamento da parte del tesoro, proibendo che qualche pretore aggiungesse dei fondi privati spendendo più di un altro e che si organizzassero combattimenti gladiatori senza l’autorizzazione del senato, o, comunque, impedendo che se ne tenessero più di due all’anno e con un numero maggiore di centoventi combattenti; agli edili curuli affidò l’estinzione degli incendi, as-segnando loro come aiutanti seicento schiavi (Dione Cassio, Storia romana, libro LIV, cap. 2, §§ 3-4)

[Nel suo ultimo] giorno [di vita], dopo aver chiesto ripetutamente se fuori vi fosse già agitazione per causa sua, preso uno specchio, [Augusto] diede ordine di pettinarlo e di correggergli un po’ [col belletto] le guance cadenti, e, fatti quindi entrare gli amici, chiese se, a parer loro, avesse ben recitato la commedia della vita, e soggiunse anche la consueta formula finale: «Or, se tutto vi piacque in questo scherzo, / Date un applauso, fate, orsù, gran chiasso!» (Svetonio, Vita dei dodici Cesari, libro II, § 99)

Con ciò non alluse comunque alla perfezione delle sue costruzioni, ma alla forza del suo impero. Avendo poi chiesto loro un applauso proprio come fanno gli attori comici alla conclusione di una rappresentazione mimica, cominciò a mettere in ridicolo in tutti i suoi aspetti la vita degli uomini (Dione Cassio, Storia romana, libro LVI, cap. 30, § 4)

[L’edizione classica dei frammenti di Mecenate e di una selezione delle fonti sul personaggio è quella di Paulus Lunderstedt, De C. Maecenatis fragmentis, Leipzig, Teubner, 1911. Oggi tali testi sono parzialmente raccolti e tradotti da Stefano Costa (a cura di), Mecenate: Frammenti e testimo-nianze latine, Milano, La Vita Felice, 2014. Da questo volume è desunta la traduzione italiana dei testi diversi da Dione Cassio e Svetonio, che sono rispettivamente tradotti da: 1) Giovannella Cresci Marone, Alessandro Stroppa, Francesca Rohr Vio (a cura di), Cassio Dione: Storia romana. Volume quinto: libri LII-LVI, Milano, Rizzoli, 1998; 2) Settimio Lanciotti (a cura di), Svetonio. Vite dei Cesari: volume primo, Milano, Rizzoli, 1998]

Enrico Piergiacomi

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Enrico Piergiacomi è collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento. Studioso di filosofia antica e di teatro, è specialista del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, dei Presocratici, dei filosofi ellenistici. Attualmente, lavora all’edizione italiana degli scritti di Phillip Mitsis sull’Epicureismo, supervisiona il Laboratorio Teatrale dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica Teatrosofia (http://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015) e autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi