L’Arena Shakespeare del Teatro Due. Le Rane salvano i poeti

La Fondazione Teatro Due di Parma ha aperto l’Arena Shakespeare. Tra i vari spettacoli, le Rane di Aristofane. Recensione

Foto Marco Caselli Nirmal

Alle soglie del IV a.C., con i grandi tragediografi appena morti, Aristofane, nelle Rane, spingeva il dio Dioniso e il suo servo Xantia ad attraversare i pericoli oltre lo Stige per rintracciare un poeta che fosse in grado di salvare Atene sconvolta dalle guerre e dalla politica. E, da conservatore, a conclusione di un agone atto a decidere chi dei due fosse il più indicato, il commediografo finiva col far vincere il pragmatismo e la forza poetica di Eschilo dopo una prima infatuazione per Euripide. C’è una battuta in questa commedia che, ancora distanza di millenni, racchiude uno dei sensi di quest’opera e tuttavia si presta a più di un’interpretazione: «scendiamo all’Ade per trovare un poeta, perché la città possa salvarsi e mantenere il suo teatro».

Queste parole, issate a vessillo, raccontano di una società che crede nella forza catartica e maieutica del teatro, che vi si affida. E se la città invece si chiudesse a questa possibilità? Viviamo in un momento storico contrario, dove investire nella cultura fa stranamente rima con “a fondo perduto”, dunque sapere che un nuovo teatro apre è una buona notizia, soprattutto se questo appare sorretto da una fondazione adulta, con all’attivo diversi spazi di spettacolo, in dialogo (non sempre semplice, ovvio) tanto con il comune quanto con i cittadini. Eppure le Rane prodotte dal Teatro Due di Parma sei anni fa, che ora approdano all’appena inaugurata Arena Shakespeare, raccontano una storia ancora più stratificata.

Foto Marco Caselli Nirmal

«Già da sei anni l’Arena era in lavorazione, con progetti di costruzione che venivano continuamente ripresi e interrotti; erano marcite tutte le strutture nel frattempo, si voleva provare ad aprirlo comunque ma non fu ottenuta l’agibilità. Lo spettacolo nel frattempo era pronto ma non il teatro. Sono dunque quindici anni che pensiamo questo spazio». Così ci racconta Gigi Dall’Aglio dopo l’unica replica, che sembra proprio racchiudere positivamente quelle istanze propositive dettate dal commediografo classico. Fondazione e Comune sono riusciti a chiudere i lavori inaugurando l’Arena, al momento decimo spazio del Teatro e che appare semplicemente, abbracciato il palco a terra da un semicerchio di gradinate, quinte nere smontabili, e poche americane, esterne, per sostenere l’impianto luci.

Nella rassegna che si presenta come prolungamento della stagione canonica, la presenza di un testo come questo (assieme ad altri classici) parla di una speranza propositiva: il teatro deve resistere e solo attraverso di esso la città sarà salva; così incitava Aristofane, in un’opera fortemente politicizzata, e che ha svolto il ruolo di volano in molti dei suoi innumerevoli adattamenti anche allontanandosi parecchio dalla matrice originale. Questa regia in collettivo invece, più che cavalcare tale ondata, opta per un adattamento che poco si discosta dall’originale pur se con qualche interpolazione, e, anziché scardinare il contemporaneo sconvolgendo il classico, preferisce giocare su minime variazioni testuali, “aggiornamenti” sufficienti a legare il riso della platea a un discorso più intimamente legato alla sopravvivenza del teatro, arrivando al suo valore “politico” in seconda battuta.

Foto Marco Caselli Nirmal

C’è da dire che tale aspetto probabilmente risultava più evidente quando, al debutto nel 2011, la Parma amministrativa stava vivendo un periodo cupo, con gli arresti di alcuni assessori e uno stato di forte scontento da parte dei cittadini, che sembrava riecheggiare fortemente sulla scena. Adesso la domanda scomoda sulle politiche di governo fa piombare comunque un silenzio di gelo, anche se il nostro attuale “Alcibiade” appare un obiettivo denigratorio più confuso rispetto al corrispettivo uscente, che all’epoca non era di Atene bensì di Arcore. Non siamo più in un clima di aperta minaccia come accadde a Ronconi, quando a Siracusa, proprio in occasione delle sue Rane dovette cambiare tempestivamente parte della scenografia. Allora alla politica lasciamo il posto alla battaglia per il teatro.

Foto Marco Caselli Nirmal

La carovana di commedianti ha un sapore retrò fatto degli echi chapliniani dei corifei in papillon e bombetta a cui si aggiunge un momento da Trio Lescano e vagamente drag per il celebre coro delle rane con tanto di storpiatura di Maramao perché sei morto in toni glitterati verde acido. Qualche strumento finge di essere suonato (sotto la melodia di un sirtaki, riadattato da Alessandro Nidi), qualcun altro no, vibra il tamburo, come vibra la membrana di un palloncino, che a terra prova a issarsi, ancorato però al suolo. L’impianto generale pecca a volte nel voler sostare nell’eterno gioco, rischiando sia la volatilità di battute un po’ facili sia la retorica del cambio di registro quando, in una rielaborazione tesa  verso urgenze più odierne, inizia l’invettiva contro chi non tiene conto dell’effettiva utilità del teatro. Eppure sia nei momenti più gioviali,  autoironici («all’inferno chi aggiorna le battute di Aristofane!»)  che in quelli in cui l’impianto pedagogico è più esplicito («quelli che “La Russa” credono sia un’insalata, una badante, un politico»), enunciati dietro un gigantesco megafono da terra, notiamo comunque un’adesione e una forte vicinanza del pubblico, sicuramente aiutato dall’alto e lungamente forgiato artigianato teatrale del gruppo, specie Dall’Aglio, Paolo BocelliLuca Nucera.

Foto Marco Caselli Nirmal

Adesione che poi trova felice conferma durante la seconda parte dello spettacolo, dove ribaltando Aristofane si arriva al cuore del discorso. Arriva l’agone tra Eschilo e Euripide e partendo dalla struttura del talk show televisivo il collettivo dei sette attori/direttori inserisce estratti della Fedra prima e dei Persiani poi, dando così  prova concreta dell’abilità e della diversità dei due tragediografi, poesia intimistica per l’uno ed estremamente politicizzata ed epica per l’altro. Forse Euripide poteva aver «vestito di stracci i regnanti», colpevole di aver decontestualizzato ragionamento e sentimenti umani; forse in quel momento doveva essere preferibile qualcuno che con la propria poesia fosse in grado di smuovere gli animi e armarsi in difesa della patria, anche a costo di patire un po’ di retorica o di isolamento, come Eschilo. Ma ora, per salvare questo teatro non ne basta più una, sarà necessaria la voce di tutti i poeti; spostando l’intento aristofaneo alla sue estreme conseguenze serviranno tanto Eschilo quanto Euripide; servirà Sofocle, Shakespeare, servirà Pasolini, Büchner, Čechov, cinquanta e più nomi e versi che costituiscono il senso del fare teatro secondo Dall’Aglio e gli altri componenti di quella che è la formazione storica del Teatro Due, ai tempi chiamata Compagnia del Collettivo. Un senso leggero e candido come lo stormo di palloncini d’elio liberati a fine spettacolo, che, disperdendosi luminosi nel cielo notturno, si fanno segno di ciascun teatro in grado di salvare le città.

Viviana Raciti

Visto all’Arena Shakespeare, Parma – luglio 2017

LE RANE
di Aristofane
interpretato e diretto da Roberto Abbati, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Gigi Dall’Aglio, Luca Nucera, Marcello Vazzoler
musiche Alessandro Nidi
scene Alberto Favretto
costumi Marzia Paparini
luci Luca Bronzo
produzione Fondazione Teatro Due

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?