Nuova direzione a Santarcangelo Festival. Intervista a Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino

Ha preso vita la prima edizione di Santarcangelo Festival diretto da Eva Neklyaeva insieme alla co-curatrice Lisa Gilardino. Intervista alla direttrice artistica e alla co-curatrice del prossimo triennio.

Foto Ilaria Scarpa

In videochiamata, Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino appaiono sedute una accanto all’altra, percepibile anche attraverso lo schermo è la sintonia profonda che ha nutrito la genesi di questo nuovo corso dello storico festival estivo giunto alla sua 47° edizione. Un nuovo corso coraggioso che non ha paura di mettersi in crisi e sperimentare: all’insegna della fluidità e della trasparenza, Santarcangelo è pronta a ricevere nuova linfa, tra continuità e innovazione.

Ci siamo, il festival è iniziato. Qual è stato il tuo percorso prima di arrivare a Santarcangelo?

Eva Neklyaeva: Sono bielorussa, ma ho vissuto gran parte della mia vita in Finlandia. Sono giunta a Santarcangelo l’anno scorso dopo la selezione del mio progetto. Nata a Minsk, in Unione Sovietica, improvvisamente da ragazzina mi sono trovata a vivere in un paese completamente diverso: i libri scolastici di storia cambiavano ogni anno, dunque ogni anno imparavo una diversa visione della storia del paese in cui vivevo. Questo da subito mi ha insegnato quanto fluide possano essere certe cose. Sono nata in una famiglia di poeti [il padre di Neklyaeva è il poeta dissidente Uladzimir Niakliaeu, ndr], dunque a un certo punto hanno iniziato a circolare dei libri che prima erano proibiti. Ricordo la cucina dei miei genitori, a un certo punto piena di libri che prima non si potevano avere, era come se improvvisamente la nostra libertà si fosse espansa! Se racconto tutto questo è perché fa profondamente parte del modo in cui mi posiziono nel mondo, ovvero più attraverso l’esperienza di vita che quella strettamente professionale. Mi sono laureata in critica d’arte alla European Humanities University, un’università bielorussa che opera a Vilnius per garantire libertà accademica ai propri studenti e docenti. In seguito, ho studiato management delle arti in Finlandia, quindi sono una di quelle strane persone che fanno ciò per cui hanno studiato! Ho avuto un figlio a 17 anni, dunque molta della mia esperienza di vita ha consistito nel fuggire dalla Bielorussia per andare in Finlandia come richiedente asilo. Ho lavorato sempre nelle arti visive e nel teatro, e mi è sempre risultato strano come questi due ambiti siano normalmente tenuti separati. Ho una grande esperienza di festival, sono una festival addicted. Amo i festival, la loro adrenalina e la loro temporalità: si fa un sacco di lavoro e, qualche giorno dopo, tutto finisce. Ho diretto il festival Baltic Circle, in Finlandia, un festival di artisti emergenti. Abbiamo creato una piattaforma multidisciplinare performativa che ha messo in relazione artisti e pubblico. Inoltre ho diretto un’organizzazione, Checkpoint Helsinki, nata come forma di protesta contro la commercializzazione del mondo dell’arte. Ho fatto inoltre la produttrice e ho diretto un festival sulla sessualità a Helsinki, Wonderlust.

Quando hai sentito parlare del festival di Santarcangelo per la prima volta?

EN: Il settore delle arti performative è molto internazionale, ma piuttosto piccolo. Tra programmatori e curatori interessati alla scena performativa ci conosciamo tutti, è come una grande famiglia. Ho conosciuto Silvia Bottiroli alla Quadriennale di Praga. Sono stata molto colpita dal suo lavoro, quindi ho iniziato a seguire Santarcangelo. Era uno di quei festival che, quando guardavo il programma, avevo la sensazione di conoscerlo già, tuttavia quando sono arrivata la prima volta mi sono resa conto di quanto fosse diverso. La città, la comunità, i pasti in comune, il caldo… l’esperienza cambia.

Come avete iniziato a lavorare insieme per il festival?

Lisa Gilardino: Nel 2011 sono stata selezionata per un training europeo per produttori e curatori di festival che si chiama Festival Lab, un progetto annuale organizzato a workshop. Baltic Circle era uno dei festival partner di questo progetto, dunque Eva è stata una dei mentori per un anno alla fine del quale era possibile presentare una proposta che poteva essere accolta da uno dei produttori per essere realizzata, appunto, in uno dei festival partner. Lei è stata abbastanza pazza da selezionare il mio progetto: una ricerca sul valore sociale e antropologico dei sogni, quindi nel 2011 mi ha invitata a Baltic Circle per fare una residenza di due mesi. È stato un momento molto importante per me, sia sul piano professionale che su quello umano. Innanzitutto ha coinciso con il licenziamento dopo dieci anni da Lenz, e poi tutto il progetto Festival Lab mi ha aperto gli occhi su alcune modalità di lavoro diverse, più libere, dove personale non diventa necessariamente personalistico. Dopo ho iniziato a lavorare alla promozione, con Alessandro Sciarroni e i Motus. Negli ultimi anni ho dunque lavorato a contatto con gli artisti, sullo sviluppo dei progetti e sulle tournée internazionali. Io chiamo il mio lavoro “sviluppo-consiglio-promozione” perché mi piace accompagnare il processo artistico dall’ideazione fino alla ricerca dei contesti giusti in cui presentarlo.

EN: Quando sono stata selezionata ho immediatamente invitato Lisa a prendere un caffè per proporle di lavorare insieme. Sono stata molto felice di chiederle di diventare la mia partner in crime!

LG: Io non me l’aspettavo per niente!

Marco D’Agostini _ The Olympic Games Foto di Alice Brazzit

Come sono divise le vostre mansioni?

LG: Sin dalle prime conversazioni, abbiamo stabilito un approccio molto aperto. Eva mi ha chiesto se volessi per esempio creare un progetto dentro al progetto oppure occuparci di aree geografiche diverse. È venuto naturale trovarci ad avere responsabilità diverse, ma c’è un dialogo costante. Lei è naturalmente più presente in ufficio, perché io ho mantenuto il lavoro con gli artisti per cui sono spesso in tournée. Posso dire che alla base della nostra collaborazione c’è un dialogo profondo, in continua evoluzione. Questo primo anno insieme è servito anche per conoscerci ancora meglio.

Eva, com’è nata la tua visione del Festival di Santarcangelo?

EN: Il progetto che ho scritto per la selezione era un progetto di ascolto. La mia intenzione, da curatrice, era quella di arrivare in un paese nuovo e stare innanzitutto in ascolto di ciò che accade. Ho trovato alcune cose che risuonavano con me e ho iniziato a pensare il programma in maniera molto fluida, organica, insieme agli artisti e alle persone locali. È cresciuto piano piano. Santarcangelo ha un’identità locale forte, può essere un posto magico. Ci sono stati molti curatori prima di noi, che hanno lavorato su un’idea di legame stretto tra programma e territorio. “Habitat” è per noi una parola chiave, abbiamo infatti chiamato alcuni artisti ad abitare questo spazio. Non abbiamo lavorato in maniera gerarchica, la mia idea è che il curatore agisca da facilitatore, una piattaforma di supporto agli artisti e alle loro opere creando connessioni e offrendo spazio. Questa è la ragione per cui mi piace lavorare nelle performing art, perché il lavoro curatoriale è completo, a differenza delle arti visive. Ci sono alcune cose che fanno parte del progetto a lungo termine: per esempio, abbiamo tre artisti associati che lavoreranno qui per il triennio, i Motus, Markus Hörn e Francesca Grilli. C’è anche una collaborazione con Macao e sono convinta che attualmente sia una delle realtà italiane più interessanti perché fanno molta attenzione agli aspetti produttivi e organizzativi. Generalmente, nel settore artistico, in occidente, c’è una grande discrepanza tra quello che facciamo e come. Ho visto istituzioni creare opere — straordinarie, politiche, femministe — ma l’organizzazione che vi stava dietro era completamente gerarchica. Ho chiesto dunque a Macao di guardare come un occhio esterno questi aspetti del festival, ma anche di mostrare la loro ricerca. Già quest’anno mostrano il lavoro che hanno svolto intorno al tema della trasparenza: che tipo di istituzione dobbiamo essere se vogliamo essere un’istituzione femminista? Questo sarà un focus continuo per i tre anni. Ci saranno inoltre artisti internazionali che produrranno lavori specifici per Santarcangelo, abbiamo già artisti in residenza per il 2018-19.

Come vi rapportate e vi rapporterete alla storia di questo festival?

LG: È una storia lunga, complessa. È un onore, una bellissima responsabilità. Siamo alla 47° edizione e l’abbiamo presa dalle mani di Silvia Bottiroli, una collega che entrambe adoriamo. Il festival ha nel suo DNA la natura, il coraggio e il desiderio di cambiare, questo ci dà solidità e ci permette di spiccare il volo. Siamo state fortunate ad arrivare in un momento in cui il festival aveva già una reputazione internazionale di altissimo livello. A proposito di innovazione e continuità, ci sarà un lavoro sull’archivio che verrà digitalizzato e reso fruibile.

EN: Per ora abbiamo scansionato tutti i cataloghi e li abbiamo messi online, in modo che siano consultabili. Ci sono però ancora moltissimi materiali che, quando andremo via, vorremmo che fossero ordinati e accessibili.

LG: C’è una dimensione, inoltre, spontaneamente legata alle varie testimonianze delle persone di Santarcangelo e di coloro che hanno vissuto il festival magari trent’anni fa… All’inizio l’idea di avere questa storia così importante alle spalle fa paura, ma è bello scoprirne via via nuovi aspetti. Il progetto artistico, naturalmente, va in continuità rispetto agli artisti italiani che il festival aveva precedentemente iniziato a sostenere.

EN: È una responsabilità enorme, ma è anche liberatoria. Stiamo posizionando la nostra visione di questo festival in linea con altre visioni “storiche”.

R.OSA Foto di Manuel Cafini

Che cosa avete tenuto delle precedenti edizioni?

EN: Ci sono moltissime cose che funzionavano benissimo e che abbiamo mantenuto. Il progetto di sviluppo economico sostenibile, Presente Sostenibile, che è uno dei punti salienti del festival. Teniamo l’ecologia in considerazione in ogni step del nostro lavoro. Cerchiamo di mantenere un equilibrio tra tradizione e rinnovamento. Per me è molto importante posizionare politicamente il festival in maniera chiara: già in questa edizione ci saranno infatti un buon numero di attivisti oltre che artisti. Quando sono arrivata in Italia ho cercato di capire dove posizionarmi, e come. Vorrei essere il più diretta possibile: chiamiamo “femminismo” il femminismo, e “party” i party!

Oggi è possibile definire, secondo voi, un confine tra le diverse arti?

EN: Penso che i confini disciplinari vengano mantenuti soprattutto dalle istituzioni. Anche in Italia è possibile vedere come le istituzioni stiano creando per l’arte delle specifiche imitazioni delle proprie modalità di funzionamento. In quanto artista devi fare un numero molto alto di date, per esempio, bloccando la ricerca. Tutto questo è stato inventato e viene mantenuto dalle strutture istituzionali. Il lavoro di molti artisti non rientra esattamente in generi specifici: molti lavorano tra l’attivismo, le arti visive, pratiche discorsive… Penso che ci siano molte cose che potrebbero cambiare radicalmente. Nel programma, i diversi eventi non sono categorizzati. Le polemiche, emerse a seguito della pubblicazione del poster non tengono conto del fatto che vogliamo coinvolgere il più possibile le persone locali includendole il più possibile nella vita culturale locale: magari qualcuno sulla carta andrebbe volentieri a un concerto, a una performance, a un party, ma non specificamente a teatro. Stiamo lavorando per diversificare e attrarre nuovo pubblico. Onestamente, sono rimasta stupita dalle conversazioni che sono emerse, soprattutto a fronte dell’attitudine di alcuni davanti alla parola “party”, mentre per me si tratta di qualcosa di molto specifico qui a Santarcangelo, cioè che il pubblico si mescoli con gli artisti in un’atmosfera di festa. Il festival ha sempre avuto molti momenti di questo tipo, e dunque abbiamo voluto comunicarlo a chi magari a Santarcangelo non c’è mai stato.

LG: Quando seguo un lavoro non mi pongo il problema delle categorie. Mi interessa di più il contenuto e se questo è urgente, che tipo di energia mette in campo con il pubblico… Tra l’altro Santarcangelo è un festival multidisciplinare e come tale è inquadrato dal Ministero. Abbiamo cambiato il titolo perché non rispecchiava più l’anima del progetto, abbiamo pensato a una questione di praticità e al fatto che nessuno vi si riferiva più come al Festival Internazionale del Teatro in Piazza. Non volevamo creare delle false aspettative, dunque abbiamo pensato che la parola “performance” fosse un contenitore più inclusivo per artisti che lavorano in maniera fluida tra le diverse forme artistiche. Vogliamo lavorare sull’accessibilità, abbiamo quindi fatto un lavoro anche sul linguaggio del catalogo: crediamo che sia possibile fare un lavoro di ricerca radicale divertendosi.

Gaia Clotilde Chernetich

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