Cronache di una danza Fuoriformato

Fuoriformato torna per la seconda edizione, questa volta è stato ospitato dal Museo d’arte contemporanea Villa Croce. Siamo stati a Genova, ecco il racconto tra sessioni di videodanza e performance dal vivo

S.O.N: Paola Bianchi. Foto Andrea Pocosgnich

Comincia dalla schiena, rivolta verso la parete, le scapole si incontrano e si ritraggono; poi le spalle vengono tirate fino a mostrare i muscoli anche più piccoli. In una delle sale del Museo di arte contemporanea Villa Croce di Genova il pubblico occupa quasi tutto lo spazio, alla scena rimane una mezza luna, ma a Paola Bianchi basterebbe anche un perimetro più piccolo. Il volto è negato al pubblico, al voltarsi del corpo il viso rimane nascosto dai capelli color metallo, ne mostrerà una piccola porzione solo in un’occasione: emettendo un urlo muto dalla bocca semi spalancata rivolta alla platea. Tutto è affidato al corpo, anche la relazione empatica con il pubblico che qui è intesa come uno sviluppo progressivo, d’altronde la stanza è illuminata completamente, l’occhio dello spettatore non deve lasciarsi distrarre ma deve focalizzare l’attenzione sui particolari minimi: lo spazio tra i muscoli, il movimento che si rompe in una sincope ritmica dolorosa; il tappeto sonoro è uno scroscio che ora fa apparire quella muscolatura esile, in preda alle intemperie. Cadono le mani, i polsi, scendono gomiti e spalle: chi siamo per sostenere il peso di una vita intera? Paola Bianchi veste un abbigliamento da dura: canottiera, pantaloni neri infilati dentro a stivaletti, ma in realtà è come fosse nuda, il suo è un sortilegio. Nonostante l’atto di celare il viso e gli occhi allo sguardo del pubblico la relazione è nei fatti un’ostensione in cui l’ultima parte si scioglie nelle note dolci di Fabio Barovero, catarsi struggente di un piccolo e potente rito collettivo. S.O.N. di Paola Bianchi è una delle performance di danza programmate all’interno della seconda edizione di Fuoriformato, una tre giorni dedicata alla danza organizzata dal Comune di Genova con la collaborazione di tre realtà del territorio: Teatro Akropolis, Danzacontempoligure e Collettivo Augenblick.

Frame da http://www.ilsecoloxix.it/p/eventi/2017/06/29/ASA34f8H-fuoriformato_felice_protagonista.shtml

Se i primi due si sono occupati della sezione dal vivo, Augenblick ha invece dedicato energie e professionalità per curare la programmazione dedicata alla videodanza: da una parte il concorso, nato con una call aperta e internazionale, Stories We Dance, dall’altra due momenti fuori dalla competizione. Di cui una dedicata a una serie di lavori che non sono riusciti a entrare in concorso ma meritevoli secondo gli organizzatori di essere mostrati pubblicamente, e un’altra in cui sono stati protagonisti i sei corti nati all’interno del progetto residenziale Campo largo di COORPI. Quest’ultimo, è uno strumento unico in Italia e ideato (grazie a un finanziamento della Compagnia San Paolo, ha spiegato Cristiana Candellero) dalla stessa associazione che ha creato il concorso La danza in un minuto. Insomma il panorama italiano, per quanto indietro rispetto a quello internazionale (abbiamo visto importanti produzioni in cui si associavano soggetti lontani e diversi) dimostra importanti segni di svolta, ora bisognerà capire come strutturarli. La sfida è quella di scoprire le potenzialità di mezzi tecnici come cinema e videomaking ponendo la danza al centro dello storytelling. I criteri principe che si sono dati i giurati per selezionare i film in concorso rispondono infatti a due esigenze: la cura formale e quella drammaturgica. È un paradosso, ma funziona così; mentre la danza contemporanea spesso si concentra nell’astrazione o nella riflessione dinamico-spaziale qui torna a veicolare storie, a due passi da tensioni metalinguistiche, discioglimenti surrealistici ed esperimenti di montaggio. Per la cronaca, il premio di miglior film se l’è aggiudicato un Body language zone, del finlandese Kim Saarinen (qui la motivazione e le altre menzioni).

Frame da http://www.ilsecoloxix.it/p/eventi/2017/06/29/ASA34f8H-fuoriformato_felice_protagonista.shtml

Il programma dal vivo ha fotografato approcci e tentativi diversi, oltre alla già citata Paola Bianchi, abbiamo avuto modo di assistere anche a studi o piccoli spettacoli a cavallo tra danza e performance. Ancora da mettere a punto quello di Dehors/Audela, Planimetrie, nel quale l’obiettivo di far relazionare danza, spazio e architettura con il tema della memoria emerge solo in parte. Come spesso accade nel lavoro di questi artisti, la ricerca è partita da una serie di interviste a tema. Dopo un tempo poco chiaro per lo spettatore la danza di Elisa Turco Livieri si libera incontrando la ricerca visiva di Salvatore Insana: mobili in miniatura compongono un’ideale cameretta d’infanzia.

Filippo Bandiera invece ha tentato un percorso sull’identità, anche in questo caso la danza occupa solo una parte del tempo evidenziando una necessità compositiva che esonda nella ricerca drammaturgica intima. C’è l’ispirazione del Rinoceronte di Ionesco, il confronto con un’animalità buffa e tragica fino a una rinascita umana proprio forgiata nella danza.

Più classico invece l’approccio di Kosieradzka/Fontana, duo che unisce Genova con Varsavia. Sulle musiche originali di Adriano Fontana, Marta Kosieradzka si è ispirata a Prova a cantare il mondo mutilato, poesia del polacco Adam Zagajewski; il tema infatti vorrebbe essere (come spesso accade in questi casi lo constatiamo dalle note di regia più che dalla performance stessa) quello del «contrasto tra l’incredibile bellezza del mondo e la sua brutalità e tristezza».

Sport, Gruppo Nanou. Foto Laura Arlotti

Vi sono poi spettacoli che capita di incontrare più volte negli anni, Sport di Gruppo Nanou è uno di questi, un lavoro del 2011 dal quale, anche in questa versione compressa di venti minuti, emerge con forza la qualità teatrale del trio ravennate (che l’11 luglio porterà al Vascello di Roma l’ultimo Xebeche). E con l’utilizzo del termine “teatrale” indichiamo proprio la complessità di segni di cui si compone la partitura: il tappeto sonoro di Roberto Rettura rappresenta la memoria uditiva, il suono di un impianto sportivo, l’incitamento del pubblico; la qualità cinematografica (per dirla con le stesse parole di Marco Valerio Amico) del piano visivo con i cupi tagli di luce, i flash improvvisi; il gesto tecnico e preciso di Rhuena Bracci, il corpo libero, le acrobazie nella gabbia di tubi innocenti e poi una danza muscolare che è quasi una capoeira. Ma questa sequenza sportiva sembra filtrata dal ricordo, forse è già tutto accaduto, in un altro tempo e spazio.

Un festival per quanto piccolo deve riuscire a creare una comunità; negli spazi di Villa Croce per due giorni un pubblico eterogeneo si aggirava per le sale, spesso concentrandosi nelle piccole stanze. È un luogo solitamente poco frequentato questo dai genovesi, eppure l’ampio giardino e la collocazione sopra il mare lo rendono unico. A fine serata un lungo tavolo viene sistemato fuori (o dentro se il tempo non lo permette), organizzatori, artisti e ospiti mangiano insieme. È importante che alla base del progetto ci sia stata proprio una chiamata da parte del Comune, il quale ha poi demandato ideazione e organizzazione ai tre soggetti, speriamo che questa necessità continui a manifestarsi anche con la nuova amministrazione.

Andrea Pocosgnich

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