Come mettere in scena l’archivio. Between me and P. di Filippo M. Ceredi

Dall’archivio alla performance: Filippo M. Ceredi presenta a Santarcangelo Festival Between me and P.. Recensione e intervista.

Foto Diane

Come in La vera vita di Sebastian Knight di Vladimir Nabokov, in Between me and P. Filippo Michelangelo Ceredi costruisce una narrazione attorno a un’assenza, andando alla ricerca della storia del proprio fratello Pietro, scomparso nel 1987 all’età di ventidue anni. Ritrovando materiali e raccogliendo, ordinando e selezionando tutte le tracce che avvertitamente oppure no quest’ultimo lasciò dietro di sé, Filippo M. Ceredi mette in moto una macchina della memoria. Quella che, secondo una prospettiva psicanalitica, potrebbe essere un’istanza di ricerca di sé attraverso la ricerca dell’altro viene qui trasformata in un progetto di memoria collettiva attraverso il potere della condivisione e il mezzo della messa in scena. C’è dunque anche qualcosa di antico, qualcosa che rimanda alla trasmissione orale di racconti ancestrali, e allo stesso tempo vi è il rigore della classificazione, la precisione della collocazione, l’osservazione e la selezione dei materiali; l’archivio non come memoriale, ma come luogo d’azione della memoria e del ricordo.

Quando il pubblico di Santarcangelo Festival entra al Teatrino della Collegiata, Filippo M. Ceredi sta passando carponi uno straccio umido sul pavimento: la prima immagine è quella di un gesto normale, quotidiano. Una volta che questa istanza di normalità si è ben installata sulla scena, sulla sinistra notiamo una scrivania che ospita un raccoglitore, un computer, uno scanner e una lampada. L’artista prende posto alla scrivania, nel buio, ed è attraverso la condivisione dello schermo del computer, proiettato a favore del pubblico sul fondale, che egli inizia a raccontare, attraverso brevi frasi scritte, la vicenda del fratello sparito quando lui aveva cinque anni. Sentiremo la voce del performer in un solo momento, quando leggerà il testo in italiano delle email scambiate con il migliore amico di Pietro, Luca, con il quale è in contatto dal 2012.

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L’autore nato a Locarno, che è videomaker e proviene dal settore dell’audiovisivo (è stato assistente del regista Marco Bechis), ha debuttato a Danae Festival nel 2016 con Between me and P.. Con rara eleganza la performance immerge lo spettatore in una complessa narrazione famigliare. Attraverso una selezione di documenti provenienti dall’archivio familiare, l’autore traccia un ritratto collettivo della propria famiglia che, partendo dall’esperienza personale della ricerca e dalla soggettività del racconto biografico, trova la strada per suscitare, nel sentire dello spettatore, una possibilità di riconoscimento inaspettata che tocca le corde dell’emotività senza passare attraverso il patetismo della compassione o la pornografia di un’intimità dolorosa esposta in pubblico.

Se Ceredi mantiene per sé un’intimità inviolata, un pudore, lo fa attraverso la selezione dei materiali e così riesce nel difficile obiettivo di rendere non solo condivisa ma anche comune un’esperienza autobiografica dai contorni misteriosi e potenti: è proprio il mancato accesso all’insieme dei dati, coi suoi vuoti, a consentire alla narrazione di essere composta nella percezione di ciascuno secondo un personale sentire. Nell’attingere all’archivio, lo spettatore appare cosciente di trovarsi su un percorso a ritroso che tende a trasformare le tracce di un’assenza persistente nei documenti in un atto performativo. Ed è allora così che proprio il momento della restituzione scenica diventa un modo per “performare l’archivio”.

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Il giorno successivo allo spettacolo abbiamo avuto modo di parlare con l’artista, che ci consegna queste parole: «Il discorso del potere artistico dell’archivio, del suo potenziale, riguarda la necessità della documentazione, della testimonianza, ma anche l’abbassamento della carica retorica a favore del contenuto asciutto. Si lavora su un contenuto che di per sé ha una sua carica emotiva perché parla di vicende umane, che ci toccano. Dunque non c’è bisogno di sottolineare questo aspetto attraverso espedienti retorici che facciano lievitare la tensione. Penso che non ci sia bisogno di esporre la violenza davanti al pubblico, la violenza può essere percepita senza essere vista. Questo dialogo agisce con la capacità dei media di trasmettere un contenuto senza eccedere, senza violare i confini del rispetto di vicende reali che hanno un loro dolore intrinseco».

In scena si susseguono memorie, ritrovamenti, immagini, a un certo punto si ode la voce della madre che spiega come la scelta del figlio maggiore avesse suscitato in tutta la famiglia un dolore, certo, ma anche un profondo rispetto. Dal racconto, i cui contorni sono definiti dall’estensione del concetto di assenza, e dal mistero tuttora irrisolto che apre a tutte le ipotesi di esito possibili, il lavoro di ricerca non solo dà conforto, ma trova anche la forza per smorzarne, nonostante tutto, la carica emotiva.
Il peso specifico di ogni scelta, in scena, è misurato sui documenti che si depositano sul palcoscenico, uno dopo l’altro, disposti uno a uno e con cura dall’artista stesso il quale, a performance conclusa, invita il pubblico ad avvicinarsi per poterli vedere da vicino. Sono enigmatiche e geniali le fotografie di Pietro, i suoi libri, la confezioni di medicinali che assumeva in modo da poter restare sveglio di notte per continuare a leggere, a studiare.

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Dal percorso narrativo tracciato dall’autore emerge un’anima irrequieta, estremamente vigile, che non ha accettato la società occidentale; non ci sorprende, allora, come l’interesse di questo giovane apparentemente affetto da un eccessivo desiderio di conoscenza spaziasse da una certa simpatia – probabilmente apolitica – per la lotta armata (il tutto accadeva sul finire dell’epoca delle BR), al Medio Oriente, all’Africa, dalla filosofia alla letteratura passando attraverso la musica di quegli anni Ottanta oggi tanto mitizzati e scanditi da un Born to Be Alive che qui suona quasi come una chiamata all’azione, alla militanza. La sua persona viveva un tempo, ancora a noi piuttosto prossimo ma sideralmente lontano, in cui il mondo poteva giungere alle persone attraverso tre canali principali: le narrazioni, la stampa e i viaggi. Dallo spettacolo emergono questi tre assi portanti a determinare vicissitudini e scelte di un animo sensibile che il fratello, a distanza di anni, richiama al presente con un approccio documentario e non emotivamente enfatico dal quale traspare lo stile della mano elegante di Daria Deflorian, che infatti è stata la tutor dell’artista durante la fase residenziale presso Officina LachesiLAB. Ad aver seguito il lavoro passo dopo passo durante tutta la sua genesi sono stati, inoltre, Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani, che hanno accompagnato Filippo Ceredi in questa sua prima creazione.

Infinite sono le diverse modalità attraverso le quali un fatto privato può entrare in un’opera d’arte. A essere mutato nel corso del tempo non sembra essere l’apporto di biografia e autobiografia all’interno delle opere, ma la trasparenza di quest’ultime: essa ci concede, o meno, di individuare ciò che, profondamente, sostiene di esse la struttura narrativa e la forza immaginativa. E mentre finalmente ci sembra di veder sbiadire i confini tra le diverse forme artistiche, sta diventando sempre più possibile individuare le risonanze che animano, in generale, la creazione artistica.

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In quello che potrebbe essere definito come un vero e proprio furor classificatorio e decostruzionista di questo inizio degli anni Duemila, da poco tempo iniziano a intravedersi delle proposte che sublimano quella archive mania di cui da alcuni anni parlano anche studiosi come la brasiliana Suely Rolnik (non a caso, una filosofa originaria del Sudamerica, luogo dove poetica e politica si sono fuse in un unico discorso filosofico-artistico, eminentemente letterario). E proprio perché è naturale che un lavoro come questo trovi anche una sponda letteraria, abbiamo sentito opportuno domandarci se tutto fosse, infine, proprio vero. A questa domanda, l’artista ha risposto: «Quando ho presentato lo spettacolo a Bruxelles mi hanno fatto questa domanda, ma è stata l’unica volta. In Italia non è mai successo. Io non dico niente che non sia stato detto o scritto. D’altro canto, quando ho iniziato questa ricerca e sentivo le persone parlare di mio fratello senza che si conoscessero tra loro, riportando quindi magari alcune cose in maniera analoga e altre in maniera diversa – tanto che a volte sembrava parlassero di persone diverse – mi sono chiesto: che cos’è la realtà e che cos’è la finzione? Pietro stesso aveva un rapporto molto avventuroso con la realtà, con la vita».

Per completare il discorso sui segni impiegati in questo spettacolo è opportuno tornare al corpo. L’autore stesso, nella seconda parte, prende la parola attraverso una danza. Una partitura leggera, segnata da una caduta, che si staglia nell’oscurità dello spazio scenico dal quale si stacca la sua figura in movimento. Ma quando e come entra in gioco il corpo in un lavoro come questo?

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«Quando si lavora sulla memoria – osserva Ceredi – si rischia di diventare estremamente mentali. Il lavoro sul corpo è bello da fare di per sé. Per me, nel privato, è stato importante per sostenere energeticamente questo processo che è stato pesante; però se sono riuscito a sostenerlo anche con una certa corporeità è perché faccio esercizio, anche ginnico, e dedico un po’ di tempo, ogni giorno, alla danza. Sentivo che queste piccole cose che facevo la mattina, prima di mettermi a lavorare su altri progetti, mi servivano per riuscire a stare dentro questo processo impegnativo. Il lavoro sul corpo è stato dunque di sostegno alla ricerca, e l’ha stimolata. Così, quando ho ricevuto la proposta di Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani di iniziare a lavorare su questo spettacolo, non era qualcosa che veniva dal nulla, ma era conseguente e permetteva di trasferire in una dimensione molto fisica anche il rapporto con i materiali come i libri, le fotografie… Il gesto ha iniziato a dare corpo all’urgenza narrativa».

V’è una dimensione emotiva, nell’archivio, che si estende tra il conflittuale e il terapeutico, tra il disturbante e il confortante. Filippo M. Ceredi esplora coraggiosamente, poiché la storia gli è propria ed è dunque inseparabile da una posizione soggettiva, la temporalità che segue al processo generativo che dall’accadimento porta al documento: la performance è un’esplorazione di un afterness in cui, sfumati, iniziano a confondersi i confini del prima e del dopo, poiché c’è un riverbero quasi spettrale nel modo in cui la conoscenza di ogni cosa del mondo, e di ogni cosa di Between me and P., si proietta nel futuro.

Gaia Clotilde Chernetich

Teatrino della Collegiata, Santarcangelo di Romagna – Santarcangelo Festival, luglio 2017

BETWEEN ME AND P.
Con Filippo Michelangelo Ceredi
Tutor Daria Deflorian, nell’ambito della residenza artistica Officina LachesiLAB Accompagnamento alla realizzazione Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani Accompagnamento alla coreografia Cinzia Delorenzi
Assistenti al progetto Clara F. Crescini, Sara Gambini Rossano, Francesca S. Perilli /
Produzione Filippo Michelangelo Ceredi, Teatro delle Moire / Danae Festival 2016

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