Belgian Rules. Jan Fabre o della crudeltà

Jan Fabre porta in anteprima mondiale Belgian Rules al Napoli Teatro Festival 2017, rintracciando i cliché e le esasperazioni del Belgio contemporaneo. Recensione

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Foto Wonge Bergmann

Belgio. Paese di cliché e buoni propositi, di tradizioni antiche mescolate al tentativo di rinnovarne il segno distintivo in una contemporaneità che si riconosca europea e nello stesso tempo, appunto, belga; tra spinte nazionaliste e un nazionalismo sempre ancora da venire, il paese incastonato tra culture diverse e ugualmente dominanti cerca una via di indipendenza dagli stilemi cui ha poggiato la propria recente evoluzione. Questo è quanto Troubleyn/Jan Fabre conchiude all’interno del nuovo Belgian Rules, spettacolo in anteprima mondiale al Teatro Politeama per il Napoli Teatro Festival 2017, in vista del debutto previsto per il 30 settembre a Romaeuropa Festival 2017. Eppure, se tali sono i presupposti per compiere un grande affresco del Belgio contemporaneo, visto dagli occhi di uno dei suoi figli divenuto interprete di mondo attraverso la creazione artistica, quale concreto elemento rende l’appartenenza esclusiva a proprio quel modello culturale? La sensazione è che, sostituendo a certi cliché altri di diversa provenienza, il concetto applicato resti invariato e si fermi a una modulazione di pregi e difetti come qualunque abitante di un paese farebbe con il proprio.

Foto Wonge Bergmann

Fabre mette sotto la lente il folklore posticcio con i mezzi, quasi ormai canonizzati, del proprio teatro, trasforma un omaggio nel suo opposto, prendendo a prestito nient’altro che i caratteri più sporgenti della propria patria affogata di birra, invasa dai piccioni, sovrastata dalla burocrazia, mentre va perdendo un giorno dopo l’altro ogni senso del sacro, ogni magnifica rappresentazione concreta. Non può dunque che essere il teatro l’ultimo e primario strumento per riformulare un contesto là dove il giudizio l’abbia fatto esplodere. Così Fabre dà sfogo – e accoglienza – a immagini intense, vibranti, rimbalza focolai di rigenerazioni emotive dal palco alla platea, espande incensi e profumi in una dilatazione lenta, immobilizzata in immagine dal legame vitalissimo tra i corpi e la luce che li definisce.

Foto Wonge Bergmann

La vocazione (ma anche evocazione) all’arte attraversa come un filo sottile tutti i quadri, dai cumuli di materiali che danno vita al Belgio da tre diverse culture (vallone, fiamminga, tedesca), fino a un bestiario di danze tribali fatto di istrici e piccioni, passando per una Passione di Cristo che innalza una croce alle spalle fatta di casse di birra e un gusto circense che attraversa l’intero spettacolo. Ogni tema è avvolto dalla percezione di una sensualità velata, segreta tra l’opacità e i colori più accesi, mescolando musica classica alla dance esplosiva e agli inni composti dal cantautore Raymond van het Groenwould, immagini notturne e altre invece gaudenti, eleganti o pacchiane, fiorenti o macabre; qui l’estetica fabriana non abbandona nulla degli stilemi più classici del suo teatro immagine, svolto “ai margini della coscienza” e definito “libertà senza il limite della morale”, così come non può fare a meno della ripetizione già apprezzata in Mount Olympus o in The power of theatrical madness, quello sfiancamento del performer e dell’informazione di cui è portatore, come a scavare nella fatica la verità ultima di quella affermazione sotto forma di sudore; eppure questa volta, anche in virtù di un eccesso di lunghezza complessiva, appare come un mero e ormai prevedibile esercizio di stile, non finalizzato e scarsamente accessibile nelle sue più pure motivazioni.

Foto Wonge Bergmann

Le regole. Fabre identifica un normario surreale, scandito dai performer lungo una corsa sul posto con uno scheletro sulla schiena, che focalizza nell’ironia certi obblighi, estremizzati e pungenti, senza i quali non ci si può considerare belgi. Ma nell’evoluzione del lavoro tali obblighi si trasformano, nell’ultimo quadro dello spettacolo, a divenire norme che esulano dal Belgio, diventano delle possibilità per l’intera comunità umana di avere un mondo senza guerre, governato dalla bellezza, privo di disparità sociali e molte altre richieste moraleggianti in cui qualcuno ravvisa ironia, attraverso la danza degli sbandieratori rosso-giallo-neri, ma che di ironia non lasciano sentori particolarmente evidenti. Eppure poco prima, durante uno degli invece convincenti inserti più teorici, uno degli attori aveva pronunciato l’ineluttabile “godetevi la bellezza della crudeltà e la crudeltà della bellezza”, innervando così il nodo determinante della drammaturgia di Johan de Boose, quell’intensità tragica del comico che smisura i confini della riconoscibilità sentimentale e che li mescola a non renderli più percepibili; tragedia e commedia si fondono in un solo coro

Simone Nebbia

Napoli Teatro Festival, Teatro Politeama – giugno 2017

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Belgian Rules
ideazione e regia Jan Fabre
testo di Johan De Boose
con Annabelle Chambon, Cédric Charron, Tabitha Cholet, Anny Czupper, Conor Thomas Doherty, Stella Höttler, Ivana Jozic, Gustav Koenigs, Mariateresa Notarangelo, Çigdem Polat, Annabel Reid, Merel Severs, Ursel Tilk, Kasper Vandenberghe and Andrew James Van Ostade
musiche Raymond van het Groenewoud, Andrew Van Ostade
drammaturgia Miet Martens, Edith Cassiers (ass.)
costumi Kasia Mielczarek, Jonne Sikkema, Catherine Somers (cappelli carnevaleschi)
stagista costumi Monika Nyckowska
sartoria ateliers du théâtre de Liège

capo tecnico Andre Schneider
direttore di produzione Sebastiaan Peeters
tecnico Wout Janssens
segue il processo di creazione nell’ambito di P.U.L.S. (Project for Upcoming Artists for the Large Stage) Timeau De Keyser
assistente alla regia Nina Certyn
direttore tecnico André Schneider
direttore di produzione Sebastiaan Peeters
tecnico Wout Janssens
produzione Troubleyn/Jan Fabre (Antwerpen, BE)
coproduzione Impulstanz Vienna International Dance Festival (AT), Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Théâtre de Liège (BE), Concertgebouw Brugge (BE)
produzione e coordinamento in Italia Aldo Miguel Grompone

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