Teatro, festival e politiche locali. L’estate sta finendo?

Chiudono festival e arretrano progetti culturali regionali, come quello della Puglia. Il teatro e i festival sono ostaggio della politica locale? Quali contromosse possiamo immaginare?

Kilowatt Festival 2016, Foto Luca Del Pia

La pacchia è finita, cari artisti, artistoidi, teatranti, attori, ballerini e danzerini. È arrivata l’ora che ve ne torniate da dove siete venuti. Sono finiti i tempi nei quali ogni buco di provincia era buono per farci un festival di teatro. Ora sono ben altri i problemi con i quali gli amministratori hanno a che fare e perdonateci se tra un festival di teatro e un asilo decidiamo di tenere aperto l’asilo. È finita l’era delle sperimentazioni, degli spettacoli incomprensibili per i più, delle cittadine invase da orde festanti. Anche la cultura deve fare i conti con i budget. E poi diciamoci la verità voi non contate nulla, siete politicamente irrilevanti.

State tranquilli queste parole non le ha pronunciate nessuno, eppure il loro effetto è nell’aria: negli ultimi tempi viene da immaginarselo sempre di più questo discorso formulato da un amministratore che senza vergogna dica le cose come veramente le pensa, senza veli e pudore. Forse, con la velocità con cui ormai si bruciano i tabù, grazie all’effetto megafono dei social network, ci vorrà poco.
Negli ultimi tempi la riflessione è diventata ineludibile: qual è il rapporto tra enti locali e cultura? E se scavassimo ancora più in profondità: qual è il rapporto tra le arti performative e le amministrazioni? Allo stesso tempo però non possiamo tenere fuori dal gioco le comunità di cittadini, non possiamo non riflettere su un possibile tentativo di misurazione dell’incidenza di un’azione culturale su un territorio e sulle vite di chi lo abita.

VolterraTeatro 2016. Foto Stefano Vaja

La questione sembra aver assunto i contorni di un’emergenza che fa riflettere; allora la domanda pulsa e fa male, come un ascesso malcurato: è davvero finita l’era del cinghiale bianco? Il cosiddetto decentramento teatrale ritirerà sempre di più i suoi effetti di propagazione come una lunga risacca appena cominciata? Certo, non si può generalizzare, alcuni amministratori puntano davvero sulla valorizzazione culturale, però, attenzione, i segnali cominciano ad arrivare anche da luoghi storici. È il caso di Volterra, fresco e doloroso: Armando Punzo si è fermato (si dedicherà totalmente al progetto di teatro in carcere come spiegato nella bella conversazione con Rossella Menna) per la difficoltà di programmare un festival più che ventennale a causa di chi pretendeva di mettere ogni anno a bando quel progetto.
Pensiamo alle cesoie che si sono abbattute su un festival (giovane nella modalità creata da Andrea Cigni) come Orizzonti. Anche in quest’ultimo caso la bufera sembrava tutt’altro che alle porte, il sindaco di Chiusi diceva di amare la manifestazione e non perdeva occasione per motivare la città alla partecipazione o per tessere le lodi del direttore. Insomma sembrava idilliaco il rapporto tra l’amministrazione e un certo progetto artistico, invece a due mesi dall’inizio spuntano i problemi di bilancio e il festival viene prima chiuso e poi riaperto con un diverso direttore artistico, un programma dai costi più bassi (in cui è davvero difficile trovare una linea o un pensiero) e il coinvolgimento degli artisti locali. Un percorso culturale snaturato, però il budget è salvo!

Orizzonti Festival 2016

Mettete nel conteggio le situazioni attaccate a un filo, in luoghi dove i comuni ancora devono saldare la scorsa annualità; in questo momento poi le grandi città non sono esempi da seguire: la revisione del modello torinese, la difficoltà di alcuni spazi teatrali addirittura nella efficiente Milano (le difficoltà di Atir con il Ringhiera), l’immobilismo romano con l’Assessorato alla cultura che guarda alla finestra mentre scadono le assegnazioni dei teatri di cintura promettendo bandi di cui non si ha traccia, mentre la polizia chiude gli spazi più attivi (il Teatro dell’Orologio non sarà più lo stesso, neanche con un miracolo), mentre il Valle rimane serrato e mentre i piccoli e virtuosi teatri avrebbero necessità quanto meno di essere degnati di uno sguardo, di avere il privilegio di poter progettare qualcosa. Bene, state sommando? Mancano tantissime voci, ma già così il bilancio fa paura. Aggiungiamone un’altra allora: l’esempio pugliese della progettazione culturale nel sud Italia non esiste più. A sentire gli operatori, che grazie alla spinta delle giunte Vendola avevano attraversato uno sviluppo unico, la risacca è fortissima anche qui e si misura con un’involuzione netta di quella progettazione che era il fiore all’occhiello delle amministrazioni regionali precedenti. Sono di questi giorni proprio la lettera aperta di Michelangelo Campanale e il dibattito che ne è scaturito, senza dimenticare che l’anno scorso calava il silenzio sul festival di Taranto StartUp teatro.
Ecco allora che ritorna il quesito di partenza: qual’è il rapporto degli enti locali con il teatro? Cosa pensano gli amministratori quando si trovano ad avere a che fare con una forma d’arte millenaria? Quando va bene aprono i portafogli quel minimo che basta per mantenere la sopravvivenza, e poi scompaiono, non si fanno vedere, non partecipano. “What’s wrong with you?” chiederebbe il teatrante al politico.
La verità purtroppo è dura da digerire, ma chiara e cristallina: esperienze territoriali come festival e residenze rappresentano l’ossatura del teatro contemporaneo, il meglio della ricerca performativa lo troviamo in questi contesti che talvolta sono anche un ponte con l’estero, è qui che in molti casi vengono scoperte le nuove generazioni. Questi progetti però sono spesso in ostaggio delle giunte comunali e regionali, sono ostaggio della politica.

Trasparenze Festival 2016, Modena. Foto Chiara Ferrin

Che fare allora? Ingrandirsi, mettere le radici, ramificare arrivando in Europa, creare organismi che abbiano una forza tale da rendere molto complessa la loro dissoluzione per un agente esterno o lo stravolgimento dei presupposti artistici a favore di piani che si rivolgerebbero solo all’intrattenimento; tutto ciò è possibile, ma molto complesso, ha bisogno di decenni e forse non basterebbe. Probabilmente, allora, l‘ingranaggio da oliare maggiormente è quello della partecipazione dal basso: questo non vuol dire tuttavia rendere le manifestazioni “populiste”, ma coinvolgere i cittadini nei processi organizzativi e artistici senza arretrare di un passo rispetto alla qualità e complessità delle ricerche. L’anno scorso Terreni Creativi, il festival di Albenga ospitato nelle serre, stava per saltare e si è salvato con una campagna di crowfunding. Guardate allo sviluppo di un festival come Kilowatt che nel tempo ha messo in fila proprio tutti questi passaggi: il radicamento sul territorio, il coinvolgimento dei cittadini nei processi selettivi (con il progetto dei Visionari), la connessione con l’Europa tramite un programma internazionale di lavoro proprio sugli spettatori. Altro esempio è Trasparenze a Modena, che coinvolge giovani spettatori nell’organismo della Konsulta e che il pubblico è andato a cercarselo all’interno del carcere, oppure I Teatri del Sacro in cui il teatro è tutto meno che un prodotto, è piuttosto un pensiero necessario e gratuito per tutti. Fortunatamente di questi episodi ce ne sono ancora molti, ma bisogna iniziare a misurare l’incidenza sui territori, occupare l’agenda politica comunicando i benefici, far comprendere il valore di un incontro di corpi e anime, la forza che in questi tempi di terrore (mentale e reale) scaturisce dalla scelta di vedersi in una piazza o in un teatro, di occupare il proprio tempo, insieme, tentando una riflessione che possa partire da un palcoscenico.

Andrea Pocosgnich

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