Nella giungla di IT festival. Intervista a Valentina Falorni

IT Festival, la quinta edizione del primo festival del teatro indipendente, si è conclusa una settimana fa a Milano, ne parliamo con Valentina Falorni. Intervista

https://www.facebook.com/pg/ITfestivalMilano

Già lo scorso anno eravamo rimasti colpiti dalla sua proposta di festival diversamente teatrale, modulato su una tre giorni di full immersion in brevi presentazioni di lavori ancora in nuce e in estratti di spettacoli e non solo, articolato in diramazioni in eventi musicali, percorsi dedicati ai bambini e cucina etnica come proposta gastronomica. It Festival è tornato anche quest’anno, i primi di giugno, ospitato negli spazi di Fabbrica del Vapore, organizzato dall’Associazione IT, realizzato in partnership con il Comune di Milano e il sostegno della Fondazione Cariplo. È un contesto – osservato durante le giornate operatori – in cui il dialogo con le compagnie è diretto, schietto, immediato: gli artisti ti fermano, ti invitano ai loro spettacoli, ti lasciano materiale stampa; oppure ti siedi al tavolo a bere una birra con loro e intrattieni discussioni riguardo le scelte autoriali e registiche. Per capire le linee organizzative che sostengono un simile modello festivaliero, abbiamo deciso di parlare con Valentina Falorni che insieme a Riccardo Olivier e Fulvio Vanacore, è tra i soci fondatori dell’Associazione IT.

Il claim di questa edizione è «We Are Animals for a New Era!»; gli artisti di oggi, o forse più nello specifico quelli di IT, che animali sono, a chi è rivolta la chiamata e chi ha risposto?

Sono animali in via di evoluzione che ricercano una forma di sopravvivenza in un periodo storico di profonda destabilizzazione. Artisti che vivono in una condizione di resilienti che comporta quindi, nella maggior parte dei casi, una circuitazione estranea alle logiche di quella istituzionale. Cercano quindi di orientarsi nella giungla, difendere la loro vocazione rivendicando un posizionamento; ci piace immaginarli come un animale costituito da molte teste e molti cuori per essere più massiccio e solido.

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Ricordiamo tutti il ratto della prima edizione scelto per indicare che il teatro off veniva finalmente allo scoperto abbandonando le cantine… L’esperienza di queste cinque edizioni, vi ha dato la misura di quale sia lo spazio del teatro indipendente?

Innanzitutto il teatro indipendente deve crearsi uno spazio intorno; il festival è nato proprio da quegli stessi artisti che hanno scelto cinque anni fa di crearsi un proprio habitat che fosse idoneo alle loro necessità e che soprattutto riuscisse a non essere fagocitato dalle logiche istituzionali. Credo sia un tipo di teatro promotore di un modus operandi che difenda la propria, peculiare, posizione. La call da noi lanciata sostiene questa realtà in quanto è orizzontale e inclusiva, non attuiamo una selezione qualitativa ma una basata sui criteri della territorialità e del professionismo. Vi sono inoltre dei momenti di progettazione partecipata che sono precedenti alla call, durante i quali gli artisti hanno la possibilità di pensare il festival a loro immagine in un percorso di cura e accompagnamento.

Quanto è importante all’interno dell’offerta teatrale da voi proposta, presentare lavori dalla durata di venti minuti che devono ancora raggiungere un’autonomia e che possono essere anche dei fallimenti?

Questo è il tratto peculiare di IT Festival. In questo contesto così creato gli artisti possono emergere in maniera libera. Vi è permissione e legittimità tanto della verifica che del possibile errore, riconosciuto in primis dal pubblico che è ben consapevole di quel patto che né lo lusinga né tantomeno lo tradisce. Il pubblico svolge perciò un ruolo fondamentale, che sia costituito da normali spettatori o da professionisti operatori: la quantità dei work in progress presentati è infatti superiore agli estratti di spettacoli ed è proprio nella breve durata che gli artisti devono presentare un proposta di lavoro che abbia una propria, primordiale, forma. Questa viene poi discussa insieme agli operatori in quegli incontri frontali, inaugurati quest’anno, chiamati speed date: in un minuto di tempo, le compagnie o i singoli artisti hanno la possibilità di parlare del proprio lavoro a un operatore, di invitarlo a vederlo o di discutere sulle potenzialità e i miglioramenti.

In assenza di una vera e propria direzione artistica verticale e nel rispetto quindi di una pluralità di sguardo orizzontale, come scegliete le attività parallele che gravitano intorno al festival e che lo innervano?

Miriamo ad intercettare un pubblico che sia il più variegato possibile e che possa essere attratto da un’immagine di teatro “cool” e non invecchiata, creando così un format che si distanzi dal contesto di fruizione tradizionale. Ci chiediamo spesso perché il teatro non possa avere un suo appeal, diventare un evento, e la risposta ce la diamo inserendo altre e diverse diramazioni che portano il progetto IT Festival ad esplodere: concerti, discoteca, eventi per bambini, cucina etnica, l’anno scorso avevamo anche organizzato una balera per anziani. Incrementare le attività parallele ha lo scopo di abbassare quell’istintiva difesa che possiede il pubblico verso il teatro, e oltre a favorire l’incontro artistico che sia accessibile a tutti, offrire innanzitutto un’occasione di intrattenimento. Da qui anche la scelta di un’immagine e una comunicazione dai colori sgargianti e giovanili.

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Vi è un ampio spazio per una programmazione dedicata ai bambini con IT Festival Young costituita da giochi, laboratori di danza, di ascolto e anche da percorsi alla scoperta della Fabbrica, il luogo che ospita il festival. Qual è la relazione tra i bambini e gli spettacoli?

C’è stato proprio un mutamento nella vita degli artisti e degli organizzatori del festival: molti hanno avuto dei bambini, sono diventati delle famiglie di artisti. Da qui l’idea di ascoltare le loro nuove necessità offrendo un aiuto che poi è stato esteso al pubblico come offerta ma che nasce, primariamente, come bisogno degli artisti. IT Festival Young è stata la risposta a un bisogno, che è stato successivamente immaginato come una naturale modalità di immersione del bambino nel contesto festivaliero.

L’impressione che si ha infatti nel fruire la dimensione di IT è che non ci sia nulla di strettamente programmato; si fa esperienza invece all’interno di una struttura versatile e pronta a recepire, quasi fisiologicamente, i bisogni degli “animali” – per tornare all’inizio del nostro discorso – che la abitano…

Sì è così che lavoriamo e prima di ogni edizione stiliamo un’analisi dei bisogni reali, tanto degli artisti che degli spettatori, attraverso una raccolta dati e dei censimenti specifici. Cerchiamo di mantenere una coerenza di offerta che sia il frutto di un monitoraggio continuo e variabile. Quello che ci diciamo alla fine di ogni edizione è: “chissà come sarà la prossima…”

Lucia Medri

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