In the center of Italy. Intervista a Livia Ferracchiati

Una lunga conversazione con Livia Ferracchiati, in scena  tra Perugia, Roma e  Milano  con i tre spettacoli che porterà a Venezia per Biennale Teatro 2017. 

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Foto di Lucia Menegazzo

Incontro Livia Ferracchiati in un tranquillo martedì pomeriggio. Perugia, svuotata dopo una settimana di feste e di ponti, sta recuperando lentamente i ritmi feriali. Le repliche di Todi is a small town in the center of Italy al Teatro Morlacchi, però, non si sono mai interrotte, fatta eccezione per la pausa del Primo Maggio.
Ci diamo appuntamento al caffè che si trova dall’altro lato della piazza del Teatro, invasa dagli studenti di Lettere – il Dipartimento è a due passi – che festeggiano le lauree. Cerchiamo un angolo silenzioso e ci sediamo. Livia è in partenza: abbandonerà per un paio di giorni i cinque interpreti di Todi Caroline Baglioni, Michele Balducci, Elisa Gabrielli, Stella Piccioni e Ludovico Röhl – per raggiungere Roma, dove al Teatro Biblioteca Quarticciolo andrà in scena Peter Pan guarda sotto le gonne, il primo capitolo della Trilogia sull’Identità (il secondo, Stabat Mater, ha debuttato a Milano, a Campo Teatrale, due settimane fa).
Una primavera densa che già si proietta in direzione di un’estate importante: Livia e la sua compagnia The Baby Walk saranno a Venezia, selezionati da Antonio Latella per Biennale Teatro 2017. Vorrei parlare di questo – la notizia di un racconto di provincia che raggiunge un palcoscenico prestigioso e internazionale ha già rallegrato la provincia stessa, conquistando titoli sui giornali umbri – ma scelgo di partire da una riflessione sullo spettacolo che ho visto pochi giorni fa.

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Foto di Lucia Menegazzo

Una cosa che ho notato molto in Todi is a small town in the center of Italy è una certa “tridimensionalità”, un triplice livello: oltre ai due messi in scena – il materiale documentaristico e la performance attoriale – c’è una sorta di prolungamento, affidato alle reazioni del pubblico. Credo c’entri anche con la sospensione del giudizio: Todi può sembrare uno spettacolo che prende di mira alcune criticità della provincia, poi ti accorgi che in realtà illumina uno scenario, riconsegnandocelo. Vorrei sapere quanto l’effetto derivi da un procedimento intenzionale e, in questo caso, se lo hai utilizzato anche in altri lavori.

Certamente c’è intenzionalità, è un tentativo che faccio. In riferimento a Todi, dico spesso che lo spettatore è il “sesto attore”, oltre ai cinque in scena. Questa relazione, sempre essenziale perché calibra la restituzione che avviene sul palco, in un caso del genere lo è ancora di più perché si tratta di uno spettacolo che lavora sul concetto dello “specchiarsi”: dalle reazioni raccolte ho scoperto che funziona per i piccoli centri ma anche per quelli più grandi, che le stesse meccaniche agiscono a livello di quartiere.
I tuderti hanno denunciato un turbamento vedendo esplicitate le dinamiche che vivono quotidianamente. Credo sia il racconto di una lacerazione: da un lato l’amore viscerale per la propria città – mi prendono tutti in giro perché, vivendo fuori da molti anni, dico spessissimo «Sono di Todi», nominando proprio Todi, non l’Umbria –, dall’altro la sensazione, quando sei lì, di non essere del tutto libero.
Poi c’è un grande lavoro sul linguaggio: in Todi ricostruiamo una parlata dialettale, è un po’ il quid dello spettacolo. Per me è stato un modo di riappacificarmi con quella lingua (che, spostandomi geograficamente, ho dovuto abbandonare, per necessità e per pudore) e, lavorando con i ragazzi dello Stabile dell’Umbria, di farla in qualche modo rinascere: è la lingua che si parla a Todi ma anche una lingua immaginaria, reinventata.
Ad accomunare questo spettacolo con i primi due capitoli della Trilogia sull’Identità Peter Pan guarda sotto le gonne e Stabat Mater – è il fatto che tutto si origini dalla scrittura. In Peter Pan in modo particolare: si è partiti da un materiale scritto molto ricco, condiviso con gli attori, poi – insieme a Greta Cappelletti, la dramaturg, e Laura Dondi che si è occupata dei movimenti scenici – abbiamo lavorato sull’improvvisazione. Nella fase di allestimento, si è cercato di togliere letterarietà al testo, di indagare il modo di parlare dei pre-adolescenti, per raggiungere un linguaggio realistico, dinamico

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Foto Lucia Menegazzo

In riferimento a questo – e pensando a lavori costruiti in residenza e quindi alla condivisione, attiva e forte, con la compagnia nella fase di costruzione dello spettacolo – vorrei sapere in che modo si relaziona il tuo sguardo registico con questa “pluralità”.

Per me il lavoro teatrale è un lavoro d’équipe e la messa in scena dialoga con la totalità dei linguaggi. In compagnia siamo in tanti, ci sono tutte le maestranze di una grande produzione. Il lavoro si snoda e sviluppa sulla scena, dove tutti sono coinvolti nel dialogo: con gli attori si parla anche dell’allestimento e delle luci, devono essere completamente consapevoli di quello che accade intorno.
Per Stabat Mater, che è un lavoro di prosa puro (e anche quello che sento più mio, per il quale ho raccolto materiali per due anni), ho scelto una danzatrice, Alice Raffaelli, che è un’interprete incredibilmente percettiva, in grado di avvertire la più sottile variazione nell’intensità della luce. Quando hai attori capaci di fare questo, lo scambio è totale: puoi davvero indagare a fondo anche la minima sfumatura d’intenzione.

Parliamo di Biennale, un palcoscenico internazionale per i tuoi lavori. Al di là del prestigio e, immagino, dell’onore, raccontami della tua conoscenza con Antonio Latella, di come si è articolato il percorso che vi porterà a Venezia.

Ho conosciuto Antonio Latella per un caso, partecipando a un laboratorio tenuto da lui, proprio a Venezia, due anni fa. Ero lì come uditore ma, in queste occasioni, lui finisce sempre per coinvolgerti in qualche improvvisazione, impossibile sottrarsi. Alla fine del laboratorio mi ha lasciato il suo contatto e-mail e così, con un certo imbarazzo, a settembre scorso l’ho invitato al debutto di Todi is a small town. Non credevo sarebbe mai venuto…
Stessa dinamica per Peter Pan, ci ha raggiunti all’Elfo per l’ultima replica, a marzo scorso. Io nel frattempo gli avevo mandato il testo dello Stabat. Credo che l’idea di coinvolgermi nel progetto di Biennale gli sia venuta all’ultimo. Questa è la storia che ci porterà a Venezia, un caso fortuito e, forse, il tanto lavoro. Non lo considero un frutto o un esito, è più un segno: la possibilità di mostrare i nostri spettacoli ad un livello importante.

Foto di Lucia Menegazzo
Foto di Lucia Menegazzo

Latella ha selezionato per questa edizione nove registe donne, scegliendo di dare un’impronta programmatica, di orientare la ricerca sulle caratteristiche di un processo creativo segnatamente femminile. Il tuo lavoro della Trilogia si relaziona all’identità di genere come a una materia fluida e esplorabile: in che modo il coinvolgimento in una “Biennale al femminile” si allaccia a questa tua linea di ricerca?

Per quanto riguarda l’identità di genere, bisogna pensarla come un qualcosa di esplorabile, non necessariamente di “fluido”: c’è chi la ha fluida e chi, invece, molto netta. Io racconto la storia di chi nasce femmina e si percepisce con un’identità maschile, tratto quindi di una forma di binarismo. L’obiettivo della Trilogia è cogliere aspetti ordinari di una vicenda straordinaria. Per fortuna, a giudicare dal riscontro ottenuto dal pubblico, questo viene fuori. Non ho parlato con Latella del perché abbia composto una Biennale al femminile: stando a quanto ho letto sui giornali, ritiene che le donne sviluppino più velocemente dei linguaggi e siano più brave a sintetizzare una modalità di lavoro.
Per me qui la questione si fa un po’ più complessa: la mia identità di genere non è femminile, è maschile. In ogni caso il focus del mio lavoro non è l’autobiografia. Immagino però che il mio punto di vista possa essere una sfaccettatura interessante del femminile perché vivo, in qualche modo, entrambe le possibilità di genere: una perché mi è stata imposta per cultura, l’altra perché è la mia più autentica e me ne sto riappropriando. È fondamentale raccontare chi si è perché è anche un atto politico ma, per me, è molto importante che si tenga ben presente che io sono principalmente un teatrante.
C’è tanto lavoro da fare, a partire dai ragazzi: Peter Pan è uno spettacolo che si ha paura di portare nelle scuole eppure siamo riusciti ad organizzare una matinée all’Elfo e l’accoglienza è stata ottima. Non devi insegnare la censura, devi insegnare che esistono tante cose, non così terribili, come si narra in alcuni lidi, ma del tutto naturali. Pensiamo a Fa’afafine di Scarpinato, uno spettacolo delicatissimo: i genitori dovrebbero essere grati a chi si rivolge ai loro figli con un linguaggio così profondo e intelligente, a chi è in grado di dire loro: «Ragazzi esiste anche questa possibilità, se vi succede non è nulla di che, se succede ad un vostro amico non picchiatelo».

Ilaria Rossini

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Ilaria Rossini ha studiato ‘Letteratura italiana e linguistica’ all’Università degli Studi di Perugia e conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo’ all’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi dedicata alla ricezione di Boccaccio nel Rinascimento francese. È giornalista pubblicista e scrive sulle pagine del Messaggero, occupandosi soprattutto di teatro e di musica classica. Lavora come ufficio stampa e nell’organizzazione di eventi culturali, cura una rubrica di recensioni letterarie sul magazine Umbria Noise e suoi testi sono apparsi in pubblicazioni scientifiche e non. Dal gennaio 2017 scrive sulle pagine di Teatro e Critica.