Teatrosofia #59. L’atteggiamento ambiguo di Seneca verso l’«animalità» dell’attore

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 59. Ancora una riflessione sull’atteggiamento di Seneca verso l’arte scenica e i cosiddetti “animali da palcoscenico”

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – COLLABORATORE DI RICERCA POST DOC DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO CHE COLLEGA LA STORIA DEL PENSIERO AL TEATRO MODERNO E CONTEMPORANEO.

detail of Johann Heinrich Ramberg painting of the Tempest - Stephano, Trinculo and Caliban.  Johann Heinrich Ramberg (1763–1840)
detail of Johann Heinrich Ramberg painting of the Tempest – Stephano, Trinculo and Caliban.
Johann Heinrich Ramberg (1763–1840)

Si suole dire che attori e mimi siano “animali da palcoscenico”. Seneca avrebbe sottoscritto a questo motto, in un duplice senso.
Dato l’atteggiamento di disprezzo che il filosofo manifesta verso lo spettacolo teatrale, non sorprende constatare che egli interpreti l’«animalità» degli artisti in un’accezione prevalentemente negativa. Mimi e attori rappresentano, per Seneca, quanto vi è di più deteriore per noi esseri umani, giacché risvegliano le pulsioni bestiali della nostra natura. Essi sono apprezzati soprattutto dai malvagi come Caligola, che amava sia guardare sia imitare i pantomimi e si adirava contro lo stesso cielo, che osava tuonare tempesta mentre assisteva alle loro esibizioni. Ma vengono anche applauditi dal popolo beota ed emulati dai patrizi che trascurano la filosofia per dedicarsi a divertimenti molli, da cui non può provenire nulla di costruttivo o duraturo. E infine, gli artisti performativi sono condannati da Seneca, in quanto sono adulatori che lusingano i nostri difetti e ci allontanano dalla retta conoscenza di noi stessi, dunque ci rendono irrazionali come una bestia che non sa distinguere il reale dall’irreale, il vero dal falso. Nella prefazione al libro IVa delle Questioni naturali, non a caso, il filosofo rassicura il suo amico Lucilio – che aveva tentato di lusingare Gallione con l’elogio delle sue virtù – di non aver recitato male la parte del mimo. Del resto, la lode di quest’ultimo esprime solo il falso. La lusinga di Lucilio invece riconosce le virtù autentiche di Gallione, e tuttavia ne esagera troppo la portata, dunque dice la verità mescolata a un po’ di falsità.

Tra i metodi di abbrutimento finora abbozzati, l’adulazione costituisce quello peggiore in assoluto, perché più insidioso e sottile. Benché riduca in realtà l’essere umano a una bestia, infatti, essa presenta la persona adulata come migliore di quel che è, al punto da renderla simile a un dio. Questo punto emerge in modo particolarmente chiaro da uno scritto cosiddetto “minore” di Seneca: il pamphlet satirico dal nome Apocolochintosi (letteralmente: La zucchizzazione), dove il filosofo si vendica dell’imperatore Claudio, dando una rappresentazione impietosa della sua sorte post mortem. Gli esseri umani credettero che l’imperatore salì al cielo e venne trasformato in un dio, ma si trattava di uno scherzo della Fama. Al pari di un mimo, quest’ultima aveva contraffatto la verità, ossia che Claudio fosse un individuo bestiale, che gorgogliava e uccideva esercitando la violenza, dunque non poteva meritare un processo di divinizzazione. Il seguito dell’Apocolochintosi riferisce, anzi, che l’imperatore morto regredì ancora di più dalla sua condizione umana, venendo condannato dagli dèi a giocare negli inferi con dadi dal bossolo forato. Il paragone della Fama con un mimo che raffigurò falsamente “Claudio la bestia” come una divinità costituisce, in sostanza, un’altra prova del disprezzo di Seneca verso gli artisti di teatro.
Nelle opere senecane, traspare tuttavia anche un’interpretazione benevola del lavoro di attori e mimi. Seneca riconosce a volte a costoro un ruolo “euristico”. Ad esempio, Seneca ammette che la pantomima sia un’arte che si basa su determinati principi e la confronta con la scienza della virtù, per capire in cosa l’una e l’altra differiscano. O ancora, il filosofo può approvare alcuni versi che gli attori di teatro o i mimi pronunciano, qualora manifestino la stessa profondità degli argomenti dei filosofi e diano pertanto a conoscere qualcosa sull’essenza della rettitudine morale.

Il miglior riconoscimento si trova, ad ogni modo, nella lettera 121 delle Epistole a Lucilio. Seneca ricorre qui all’arte del mimo per spiegare la complessa dottrina filosofica dell’appropriazione o oikeiosis. Secondo gli Stoici, essa prevede che la natura provvidente guidi ogni animale alla conservazione di sé e allo sviluppo delle proprie doti innate. Il confronto con la pantomima serve a Seneca soprattutto per evidenziare un aspetto fondamentale dell’oikeiosis, ossia la velocità con cui ciascuna bestia si appropria di sé e manifesta le sue propensioni. Come infatti riconosciamo che un mimo si appropria della sua arte e riesce a realizzarne le piene potenzialità, quando riesce ad eseguire i suoi gesti mimetici velocemente / senza fatica, così dobbiamo attribuire una facoltà di appropriazione e di uso delle proprie facoltà a ogni animale, appunto perché ogni animale realizza tutto questo con rapidità e spontaneità. Inferiamo così, ad esempio, che il passero si appropria della propria natura di uccello e manifesta la sua capacità innata di volare tanto perché riesce a spiccare il volo molto presto, quanto perché non fa alcuno sforzo per planare alto nel cielo.
Il confronto con la pantomima presentato nella lettera 121 mostra come Seneca avrebbe potuto sottoscrivere al motto da cui siamo partiti in modo anche positivo. Il mimo è per lui un “animale da palcoscenico” perché rende manifesta con la sua arte la segreta tendenza delle bestie a impadronirsi delle proprie potenzialità naturali. L’atteggiamento di Seneca verso l’«animalità» degli artisti performativi è per ciò stesso ambiguo: manifesta al tempo stesso disprezzo verso gli effetti perniciosi della loro arte sull’animo umano e ammirazione per il loro occasionale contributo costruttivo alla conoscenza della virtù, del bene, della natura provvidente.

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Se [un malvagio] chiederà come un gran dono attori e meretrici e cose che mitighino la sua ferocia, glieli offrirò volentieri (Seneca, Sui benefici, libro VII, cap. 20, § 3)

Costoro possono essere tremendi, turbolenti, esiziali, ma non avranno la magnanimità, che poggia e si fa forte sulla bontà. Peraltro, nel loro parlare, nelle loro iniziative ed in tutto l’apparato esteriore, daranno l’illusione della grandezza; potranno anche pronunciare frasi che tu forse apprezzerai, come Caligola il quale, irato con il cielo perché disturbava con il tuono i pantomimi, che egli imitava con maggior impegno di quanto non mettesse a guardarli, e perché seminava spavento sulle sue gozzoviglie con i fulmini (certamente mal diretti), sfidò Giove a battaglia, ma all’ultimo sangue, gridando quel verso d’Omero: «Toglimi di mezzo, o tolgo io di mezzo te» (Seneca, Sull’ira, libro I, cap. 20, 7-8)

Che cosa, dunque, ti assicurerà quella filosofia tanto lodata e da preferire a tutte le arti e a tutti i beni? Certamente a voler piacere a te stesso più che al popolo, a considerare il valore e non il numero dei giudizi, a vivere senza paura degli dèi o degli uomini, a vincere i mali o a mettervi un limite. D’altra parte, se vedrò che sei celebre per i giudizi favorevoli del popolo, se al tuo ingresso risuoneranno grida e applausi, onori da pantomimi, se in tutta la città le donne e i fanciulli ti loderanno, perché non dovrei provare compassione per te, sapendo qual è la via che conduce a questo tipo di favore? (Seneca, Epistole a Lucilio, lettera 29, § 12)

Ma con quanto impegno ci si adopera invece perché non venga dimenticato il nome di un pantomimo! La casa di Pilade e di Batillo si mantiene di successore in successore, per queste arti ci sono innumerevoli discepoli e numerosi maestri; per tutta la città risuonano i palcoscenici privati, su cui danzano dimenandosi maschi e femmine: mariti e mogli gareggiano fra di loro per vedere chi volteggia con più mollezza. Poi, quando il pudore si è a lungo consumato sotto la maschera, si passa all’elmo da gladiatore. Della filosofia non si cura per nulla (Seneca, Questioni naturali, libro VII, cap. 32, § 3)

Ero solito dirti che mio fratello Gallione, che tutti – compresi quelli che non potrebbero amarlo di più – amano troppo poco, gli altri vizi non li conosce, questo lo odia. Hai cercato di far breccia in lui in tutti i modi: hai cominciato con l’ammirare il suo ingegno, il più grande di tutti e il più degno che lo si volesse eternare piuttosto che profanare; egli vi si è sottratto; hai cominciato a lodare la sua frugalità, che si è tenuta a distanza dalle nostre abitudini, così da non sembrare condividerle né condannarle: ti ha subito bloccato alle prime parole; hai cominciato ad ammirare la sua affabilità e i suoi modi gentili privi di formalità, che attraggono anche quelli ai quali non sono rivolti, dono gratuito anche per coloro che lo incontrano per caso (infatti, non c’è uomo che sia così amabile con una persona sola come lo è lui con tutti, mentre intanto ciascuno lascia che sia messa in conto a lui una bontà che è rivolta a tutti – così grande è la forza di ciò che è buono per natura, dove non c’è puzza di artificio e di simulazione). Anche su questo punto egli resistette alle tue lusinghe, così da farti esclamare di aver trovato un uomo invincibile di fronte alle seduzioni che tutti accolgono a braccia aperte. Hai confessato di ammirare questa sua assennatezza e questa decisione nell’evitare un male inevitabile, tanto più perché avevi sperato di poter essere accolto da orecchie ben aperte, perché dicevi cose vere, benché lusinghiere. Ma proprio per questo egli capì che doveva opporvisi con maggior energia: infatti, ciò che è falso cerca sempre, appoggiandosi alla verità, di assurgere all’autorevolezza della verità. Non vorrei, tuttavia, che tu fossi scontento di te, come se tu avessi recitato male la parte del mimo e come se Gallione avesse sospettato che tu ti sia preso gioco di lui o abbia voluto ingannarlo: non ti ha colto in .flagrante, ma ti ha respinto (Seneca, Questioni naturali, libro IVa, prefazione, §§ 10-11; trad. modificata)

Appena [Ercole] vide la faccia [di Claudio] di tipo strano, il modo di camminare inusitato, la voce non di nessun animale terrestre, ma quale di solito è quella dei mostri marini, roca e imbrogliata, pensò che fosse per lui arrivata la tredicesima fatica (Seneca, Apocolochintosi, cap. 5, § 3)

Un tempo (…) era una gran cosa diventare un dio: ormai, o Fama, ne hai fatto un mimo. E quindi, per non sembrare di emettere il verdetto con riguardo alla persona e non alla questione, stabilisco che nessuno, da questo giorno in poi, diventi dio tra coloro che «mangiano il frutto della terra» o tra coloro che «la terra donatrice di biade» alimenta. Chi invece contro questo senatoconsulto sia fatto, detto o dipinto dio, decreto che sia consegnato ai fantasmi, e, al prossimo spettacolo, di colpirlo con le sferze tra i gladiatori di primo servizio (Seneca, Apocolochintosi, cap. 9, § 3)

Passiamo alle virtù. Qualcuno ci raccomanderà di stimare molto la prudenza, di abbracciare la fortezza, di stringerci, se possibile, alla giustizia ancor più che alle altre virtù; ma non otterrà nulla, se noi ignoriamo che cosa sia la virtù, se sia una sola o siano tante, separate o collegate fra loro, se chi ne possiede una possegga anche le altre, in che cosa differiscano l’una dall’altra. Un artigiano non ha bisogno di chiedere notizie sull’origine e sull’utilità del suo mestiere, così come non ne ha bisogno un pantomimo sull’arte della danza: tutte queste arti, basta che siano conosciute, non occorre altro, poiché non riguardano la vita nella sua totalità. La virtù è scienza delle altre cose e di se stessa: per impararla, occorre imparare ciò che essa è (Seneca, Epistole a Lucilio, lettera 95, §§ 55-56)

Quanti poeti esprimono concetti già formulati o che dovrebbero essere formulati dai filosofi! Non menzionerò i tragici e nemmeno le nostre commedie togate, che per la loro gravità sono una via di mezzo fra tragedia e commedia: quanti versi eloquentissimi ci sono nei mimi! Quante frasi di Publilio dovrebbero essere recitate in una tragedia, non in un mimo (Seneca, Epistole a Lucilio, lettera 9, § 11)

Siamo soliti ammirare i mimi, perché sono abili a esprimere con le mani tutte le situazioni e tutti i sentimenti, e i loro gesti uguagliano la velocità delle parole: l’abilità che in loro proviene dall’arte negli animali proviene dalla natura. Nessuno muove a fatica le sue membra, nessuno è incerto nell’usare le proprie facoltà. Lo fanno appena nati: vengono alla luce con queste cognizioni: nascono addestrati (Seneca, Epistole a Lucilio, lettera 121, §§ 67)

[Cito i passi di Seneca da Giovanni Reale (a cura di), Seneca: Tutte le opere. Dialoghi, trattati, lettere e opere in poesia, Milano, Bompiani, 2000]

Enrico Piergiacomi

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