Fare un luogo, o Lo zoo di vetro di SlowMachine

Al Teatro Comunale di Belluno è andato in scena Lo zoo di vetro di Tennessee Williams, per la terza edizione di Belluno Miraggi, una produzione SlowMachine di Elena Strada e Rajeev Badhan. Recensione

Foto di Elisa Calabrese
Foto di Elisa Calabrese

Non andò sulla luna, “ma molto più lontano” Tom, anima martoriata, alter ego dell’autore e spirito protagonista de’ Lo Zoo di vetro,  primo grande successo di Tennessee Williams, che vide il debutto il 24 dicembre 1944 a Chicago. Per sentire lo scrivere di Williams, e quindi ridarlo al teatro sotto forma di ricreazione del reale, è obbligatorio aver sentito la solitudine, quella bestia addomesticata che abita per la maggior parte del tempo le stanze della memoria e scambia il ricordo per una giustificazione. Pensato per uno spazio che non potremmo non immaginare in penombra, perché è con la stessa scarsa intensità luminosa che ci accostiamo a un pensiero passato, protagoniste del testo sono tre figure, una madre e due figli. Laura, che può sembrare frangibile come il vetro e suggerire al pubblico la ragione apparente per cui il dramma è effettivamente in atto, e Tom appunto, a negare il supposto protagonismo della sorella per sostituirlo al suo personaggio come incarnazione dell’inadeguatezza umana che spinge a fuggire la realtà pur di creare un luogo che gli favorisca l’esistenza. A fare loro da contraltare la madre affetta dalla cecità che colpisce le madri abbandonate insieme ai figli e che per i figli si ostinano nel loro ruolo tutelare fino a essere parodia di se stesse ma con audacia e tenerezza. C’è pure un quarto personaggio, un bravo giovanotto qualunque, oppure la chiave di volta.

Foto di Federico Boni
Foto di Federico Boni

Settantadue anni dopo il debutto originale di Williams, siamo a Belluno, la provincia delle Dolomiti, città dove la camminata sbrigativa si cambia col passeggiare ma questo non altera affatto la percezione del moto; qui una maniera di presentare il teatro sta assumendo la forma di un “congegno esperienziale”, una sorta di connubio di linguaggi tra arti sceniche, arti figurative e collaborazioni incentivanti la cultura e il territorio di riferimento che la direzione artistica di Rajeev Badhan ed Elena Strada hanno suggellato con il nome di Slowmachine. E a dispetto del nome, la loro è una macchina che non conosce affatto lungaggini. Al Teatro Comunale in collaborazione con la Fondazione Teatri delle Dolomiti e il Comune di Belluno hanno scelto di riallestire Lo zoo di vetro per chiudere la terza edizione di Belluno Miraggi – una delle tre stagioni teatrali che il teatro del capoluogo ospita e che è firmata di pugno loro. Uno spettacolo che è la concretizzazione del progetto “Fare un luogo”, presentato nel 2015 per il bando di Residenza Teatrale, ma che del principio di luogo ha fatto un elemento costitutivo della regia.

Foto di Federico Boni
Foto di Federico Boni

La regia di Badhan fa affidamento all’elemento video a cui è assegnato il compito di etichettare e soggettivare il ricordo facendo di tutto immaginazione scontornata come quella della memoria, alla quale si rifà pure l’allestimento scenico, privo di un’oggettistica identitaria, parte integrante della scenografia che definisce e caratterizza un allestimento. Ma esiste un espediente ben più importante a “fare il luogo”, che lo identifica come momento d’azione, spazio di stesura proprio di questa e di nessun’altra opera, e sta nella relazione che coinvolge gli attori. Quattro figure che devono aver intrapreso un percorso di conoscenza che pare esuli persino da quello lavorativo: Giuseppina Turra, la stessa Elena Strada, Ruggero Franceschini e Diego Facciotti operano facendo attenzione a ricevere gli uni dagli altri. Il loro atteggiamento è sempre in risposta e mai in azione, in piena conformità col carattere del dramma e in totale gemellarità con la psiche del suo protagonista. Quindi lo spettacolo si regge su elementi esterni e vagheggiati (continuamente rievocati, continuamente sperati) che pur non mostrandosi nella propria sostanza sono forma e costituzione data dagli attori. Essi, facendo riferimento a se stessi e al condizionamento che agenti esterni operano su di loro, fanno dell’astrattezza una figura di carne, allo stesso modo in cui l’assenza è più evidente delle presenza stessa.
È così che si può permettere agli anni anagrafici di un testo di trasmigrare facendosi attualità, soprattutto emotiva; ed è con la stessa dedizione che Rajeev Badhan ed Elena Strada stanno restituendo tempo, bellezza e loro impiego alla propria città.

Francesca Pierri

Teatro comunale di Belluno, aprile 2017

Da Tennessee Williams
regia Rajeev Badhan
con Giuseppina Turra, Elena Strada, Ruggero Franceschini, Diego Facciotti
animazioni Emanuele Kabu
assistente alla produzione Giovanna Maugeri
cosulenza drammaturgica Franco Lonati
costumi Alice Gazzi
maschere Luca Antonini
produzione SlowMachine
con il sostegno di Fondazione Teatri delle Dolomiti, Funder35, Fondazione Cariverona

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